Capitolo VII

Essi non dormono.

Su quelle rocce, macabra compagnia

Li vedo seduti.

Gray

«Rimanere ancora nascosti quando simili suoni si levano dalla foresta, sarebbe come trascurare un avvertimento dato apposta per noi!» disse Occhio di Falco. «Le signore possono tenersi nascoste, ma i Mohicani ed io faremo la guardia sulle rocce dove ritengo che un maggiore della sessantesima verrà a farci compagnia.»

«Il pericolo è dunque tanto vicino?» domandò Cora.

«Solo colui che emette questi strani suoni e lo fa per informare gli altri, conosce il nostro pericolo. Sentirei di sbagliare se non dessi ascolto al suo volere e restassi rintanato con simili avvertimenti nell'aria! Persino quell'anima delicata che passa i suoi giorni cantando è scossa dal grido che abbiamo udito ed è, dice, ‹pronto a gettarsi nella battaglia›. Se si trattasse solo di una battaglia, sarebbe facilmente comprensibile a tutti noi e sapremmo cosa fare, ma ho sentito dire che quando simili grida si odono tra cielo e terra, sono presagio di un altro genere di guerra!»

«Se tutte le nostre ragioni di paura, amico mio, derivano soltanto da cause soprannaturali, abbiamo ben poco di che essere in allarme,» disse Cora tranquilla. «Siete sicuro che i nostri nemici non abbiano escogitato qualche nuovo ed ingegnoso metodo per terrorizzarci col pensiero che la loro vittoria potrebbe così diventare più facile?»

«Signora,» replicò l'esploratore in tono solenne, «per trent'anni ho ascoltato tutti i rumori dei boschi come li ascolterebbe un uomo la cui vita e la cui morte dipendono dalla bontà delle sue orecchie. Non c'è lamento di pantera o fischio di tordo, né invenzione dei diabolici Mingo che possano trarmi in inganno! Ho sentito la foresta gemere come gli esseri umani nel dolore; spesso e ripetutamente ho sentito il vento suonare la sua musica tra i rami degli alberi, e ho sentito lo schianto del fulmine nell'aria come il crepitio della sterpaglia in fiamme quando sputava scintille e biforcute lingue di fuoco; tuttavia mai ho creduto di udire qualcosa che non fosse dovuto al piacere di Colui che poteva divertirsi con le cose che erano in suo potere. Né i Mohicani né io, che sono un bianco puro, possiamo spiegare il grido appena udito. Per questo crediamo che si tratti di un segnale per il nostro bene.»

«È straordinario!» disse Heyward prendendo le pistole da dove le aveva lasciate prima di entrare. «Bisogna accertarsi se si tratta di un segno di pace o di guerra. Fate strada, amico, io vi seguo.»

Nell'uscire dal luogo dove erano rimasti confinati, l'intero gruppo provò subito un piacevole senso di sollievo nel cambiare l'aria chiusa del nascondiglio con quella fresca e vivificante che scherzava tutto attorno ai mulinelli e alle cascatelle della cateratta. Una forte brezza serale spirava sulla superficie del fiume e sembrava condurre il rombo delle cascate fino ai recessi delle caverne, di dove usciva violenta e costante come il brontolio di un tuono al di là delle lontane colline.

La luna era sorta, e già la sua luce brillava qua e là sulle acque sotto di loro, anche se l'estremità della roccia dove si trovavano risultava ancora in ombra. Ad eccezione dei suoni prodotti dal fruscio delle acque e di qualche occasionale soffio di vento che sussurrava, sfiorandoli in correnti irregolari, la scena era silenziosa come solo la notte e la solitudine potevano renderla tale. Invano gli occhi di ciascuno di loro si volgevano verso la riva opposta, in cerca di qualche segno di vita che potesse spiegare la natura dell'interruzione che avevano udito. I loro sguardi ansiosi e attenti erano confusi da una luce ingannevole e si posavano solo sulla nuda roccia o sugli alberi dritti e immobili.

«Qui non c'è da vedere che l'oscurità e la quiete di una bella serata» mormorò Duncan. «Quanto apprezzeremmo una sera così e tutti i suoi mormorii in un momento diverso, Cora! Immaginatevi al sicuro, e ciò che ora aumenta il vostro terrore, diventerebbe forse portatore di gioia...»

«Ascoltate!» interruppe Alice.

Questo avvertimento non era necessario. Ancora una volta si levò lo stesso grido come provenisse dal letto del fiume e superati gli angusti confini delle scogliere, si propagò a onde nella foresta, in lontane cadenze morenti. «Può qualcuno qui dare un nome a questo grido?» domandò Occhio di Falco quando l'ultima eco si perse nei boschi. «Se è così, che parli: quanto a me, ritengo che non sia di questa terra!»

«Ecco qui, dunque, uno che può smentirvi,» disse Duncan. «Conosco perfettamente questo suono per averlo sentito spesso sul campo di battaglia e in situazioni frequenti nella vita di un soldato. È l'orrido grido di un cavallo in agonia, di solito emesso quando soffre e, a volte, anche quando è terrorizzato. O il mio cavallo è preda delle fiere della foresta, oppure vede il pericolo senza poterlo evitare. Questo suono ha potuto ingannarmi dentro la caverna, ma ora, all'aperto lo riconosco troppo bene per sbagliarmi!»

L'esploratore e i compagni ascoltarono questa semplice spiegazione con l'interesse di chi apprende idee nuove nel momento in cui si libera di quelle vecchie che si sono dimostrate ospiti scomodi. I due indiani fecero la loro solita, espressiva esclamazione «Hugh!» quando la verità penetrò nelle loro menti, mentre il bianco, dopo una breve pausa meditabonda si accinse a rispondere.

«Non posso negare le vostre parole,» disse, «dato che mi intendo poco di cavalli, nonostante sia nato dove abbondano. Probabilmente i lupi stanno gironzolando sulla riva vicino a loro e le timorose creature chiamano l'uomo in aiuto come meglio sanno. Uncas - disse in delaware - Uncas, salta nella canoa e fai volteggiare un tizzone fra il branco, o la paura riuscirà dove non riescono i lupi, e ci lascerà senza cavalli domattina, quando avremo tanto bisogno di viaggiare veloci!»

Il giovane indigeno era già sceso verso l'acqua per obbedire, quando un lungo ululato salì verso la riva del fiume e penetrò il cuore della foresta, come se le bestie, di loro iniziativa, abbandonassero la preda per un terrore improvviso. Uncas, con prontezza istintiva, indietreggiò e i tre uomini della foresta tennero un altro dei loro appassionati conciliaboli a bassa voce.

«Ci siamo trovati come cacciatori che abbian perduto i punti di riferimento nel cielo e per i quali il sole sia rimasto nascosto a lungo per giorni,» disse Occhio di Falco girando le spalle ai compagni; «ora cominciamo a conoscere ancora i segnali del nostro cammino e i sentieri sono sgombri dai rovi! Sedetevi nell'ombra che la luna getta da quei faggi - là è più fitta di quella dei pini - e aspettiamo ciò che vorrà il Signore inviarci. Conversate a bassa voce, benché sarebbe meglio, e forse tutto sommato più saggio, se ciascuno per un po' parlasse solo coi propri pensieri!»

Il tono dell'esploratore era molto solenne, sebbene non mostrasse alcun segno di apprensione non virile. Era evidente che la momentanea debolezza che lo aveva colto era svanita con la spiegazione del mistero che la sua esperienza non era riuscita a penetrare, e, benché ora valutasse l'attuale situazione in tutta la sua realtà, era però preparato ad affrontarla con l'energia della sua forte natura. Questo sentimento sembrava essere comune anche agli indigeni, i quali si misero in una posizione che permetteva loro di dominare con lo sguardo entrambe le rive pur mantenendo nascosta la loro persona. In tali circostanze la comune prudenza consigliava che Heyward e le compagne prendessero la medesima precauzione, suggerita com'era dalla autorità di tanta esperienza. Il giovane prese un mucchio di sassofrassi dal sotterraneo e lo mise nell'andito che separava le due caverne, poi vi fece accomodare le due sorelle che così protette dalle rocce erano al riparo da qualsiasi proiettile e si risentivano meno in ansia, perché sicure che nessun pericolo poteva avvicinarsi loro senza che venisse prima avvertito. Heyward stesso prese posto con loro ed abbastanza vicino da poter comunicare con le compagne senza alzare pericolosamente la voce; mentre David, ad imitazione degli uomini dei boschi, aggiustò la persona tra le fenditure delle rocce in modo che le sue membra così goffe non offendessero ulteriormente la vista.

Così le ore trascorsero senza altre interruzioni. La luna raggiunse lo zenit e la sua dolce luce illuminò la graziosa scena delle sorelle che dormivano in pace l'una nelle braccia dell'altra. Duncan coprì col largo scialle di Cora quello spettacolo che tanto amava contemplare, poi lasciò che la sua testa cercasse un sostegno nella roccia. David cominciò ad emettere dei suoni che avrebbero fatto inorridire le sue orecchie delicate nei momenti di veglia; in breve tutti, tranne Occhio di Falco e i Mohicani, vinti dal sonno perdettero ogni idea di conoscenza. Ma la sorveglianza dei vigili protettori non si allentò né diminuì. Essi stavano immobili come quella roccia della quale sembravano far parte, con lo sguardo che scrutava senza posa lungo le scure file di alberi che delimitavano le rive adiacenti dello stretto fiume. Nessun suono sfuggì loro: il più attento esame non avrebbe rivelato che essi stavano respirando. Era evidente che questo eccesso di prudenza derivava da un'esperienza che nessuna astuzia di nemici poteva trarre in inganno. Così passò il tempo, apparentemente senza conseguenze, finché la luna tramontò e una pallida striscia sopra le cime degli alberi, alla curva del fiume un po' più sotto, annunciò l'avvicinarsi del giorno.

Allora, per la prima volta, Occhio di Falco si mosse. Strisciò lungo le rocce e scosse Duncan dal pesante sonno.

«È venuto il momento di mettersi in viaggio» sussurrò. «Svegliate le gentili signore e siate pronti a entrare nella canoa quando l'avrò portata al punto di approdo.»

«Avete passato una notte tranquilla?» disse Heyward. «Quanto a me, credo che il sonno abbia avuto la meglio sulla mia vigilanza.»

«Tutto è ancora immobile come a mezzanotte. State in silenzio, ma affrettatevi.»

Nel frattempo Duncan si era svegliato del tutto e immediatamente sollevò lo scialle dalle donne addormentate. Il gesto fece alzare a Cora una mano come per cacciarlo, mentre Alice mormorava con la sua voce gentile: «No, no, padre, non eravamo sole: Duncan era con noi!»

«Sì, dolce innocenza» mormorò il giovane. «Duncan è qui e finché la vita continua e il pericolo rimane, egli non ti abbandonerà. Cora! Alice! Svegliatevi! È venuta l'ora di partire!»

Un alto grido della più giovane delle sorelle e la forma dell'altra che era scattata in piedi davanti a lui in smarrito orrore, fu l'inattesa risposta che ricevette. Mentre quelle parole erano ancora sulle labbra di Heyward, era sorto un tale tumulto di urli e grida che persino il libero flusso del suo sangue fu ricacciato indietro dal suo corso naturale verso la fonte del cuore. Per un minuto circa sembrò che i demoni dell'inferno fossero diventati i padroni dell'aria che li circondava e che stessero sfogando i loro selvaggi umori con barbari strepiti. I gridi non venivano da alcuna particolare direzione, benché era evidente che riempivano i boschi e - così parve agli sgomenti ascoltatori - persino le caverne, le rocce, il letto del fiume e l'aria che li sovrastava.

David sollevò l'alta persona in mezzo a quel fracasso infernale e con le mani sulle orecchie esclamò: «Da dove viene questo baccano? Si è forse spalancato l'inferno, che gli uomini emettono suoni come questi?»

I bagliori e le detonazioni di una dozzina di fucili dalla riva opposta del fiume, seguirono questa incauta esposizione della sua persona e lasciarono lo sfortunato maestro di canto inanimato sulle rocce dove aveva dormito così a lungo. I Mohicani risposero arditamente al grido intimidatorio dei nemici, che levarono un urlo di selvaggio trionfo alla caduta di Gamut. I lampi dei fucili si incrociarono allora rapidi e intensi, ma entrambe le parti erano troppo esperte per lasciare anche un solo braccio esposto alla mira nemica. Duncan attese con trepida ansia di udire i colpi della pagaia, ritenendo che la fuga fosse, a questo punto, la loro unica via di salvezza. Il fiume scorreva con la consueta velocità, ma non si vedeva comparire la canoa da nessuna parte delle cupe acque. Stava già immaginando che l'esploratore li avesse crudelmente abbandonati, quando una striscia infuocata sorse dalla roccia sotto di lui e un feroce grido, mescolato al rantolo dell'agonia, annunciò che il messaggero della morte, inviato dalla fatale arma di Occhio di Falco, aveva trovato una vittima. A questa piccola sconfitta gli assalitori istantaneamente si ritirarono e pian piano il luogo tornò silenzioso come prima dell'improvviso tumulto.

Duncan colse il momento favorevole per precipitarsi verso il corpo di Gamut e lo trascinò entro lo stretto rifugio che proteggeva le sorelle. Un minuto dopo l'intera compagnia era riunita in questo luogo relativamente sicuro.

«Il poveraccio si è salvato la cotenna» disse Occhio di Falco, sfiorando con calma la testa di David. «Ma costui è la prova che un uomo può nascere con una lingua troppo lunga! È stata pura follia esporre sei piedi di carne e sangue, su una roccia scoperta, ai selvaggi infuriati. Mi meraviglio solo che se la sia cavata!»

«Non è morto?» domandò Cora la cui voce velata mostrava quanto forte era stata la lotta tra il naturale orrore e la fermezza che si era imposta. «Possiamo fare niente per assistere il poveretto?»

«No, no! Il suo cuore batte ancora, e quando avrà dormito per un po', tornerà in sé, e si comporterà più saggiamente, finché non sarà veramente venuta la sua ora,» replicò Occhio di Falco gettando un'altra occhiata obliqua al corpo inanimato, mentre caricava il fucile con ammirevole accuratezza. «Portalo via, Uncas, e coricalo su un sassofrasso. Più dura il suo sonno, meglio è per lui, dubito che si possa trovare un riparo più adatto per una figura come la sua su queste rocce, e cantare non servirebbe a nulla con gli Irochesi!»

«Dunque pensate che rinnoveranno l'attacco?» domandò Heyward.

«Dovrei forse aspettarmi che un lupo affamato soddisfi il suo appetito con un boccone? Hanno perso un uomo ed è loro costume, quando subiscono una perdita e la sorpresa non riesce, di ritirarsi; ma li avremo qui di nuovo con altri espedienti per trarci in inganno ed impadronirsi delle nostre cotenne. La nostra più grande speranza,» continuò alzando il viso scabro che proprio in quel momento fu attraversato da un'ombra di ansia, simile a una nube oscura, «sarà di tenere questa roccia finché Munro potrà mandare una compagnia in nostro aiuto! Dio voglia che sia presto e con un capo che conosce i costumi indiani!»

«Avete udito quello che ci aspetta, Cora,» disse Duncan «e sapete che abbiamo tutto da sperare dalla trepidazione dall'esperienza di vostro padre. Venite dunque con Alice in questa caverna, dove almeno voi sarete al sicuro dai fucili micidiali dei nostri nemici e dove potrete prestare una cura che si addice alla vostra gentile natura, al nostro sfortunato compagno.»

Le sorelle lo seguirono nella grotta esterna dove David stava cominciando, con dei sospiri, a dare segni di vita; poi, affidando loro il ferito, si preparò immediatamente a lasciarle. «Duncan!» disse Cora con voce tremante quando lo ebbe raggiunto all'imboccatura della caverna. Egli si girò e osservò colei che aveva parlato: il viso era di un pallore mortale e le sue labbra tremavano mentre lo fissava con una espressione di interesse che lo fece correre al suo fianco.

«Ricordate, Duncan, quanto la vostra salvezza ci è necessaria... che avete la sacra fiducia di un padre... quanto dipende dalla vostra saggezza e dalla vostra prudenza... in breve,» aggiunse mentre il sangue rivelatore le saliva al volto facendola arrossire fino alle tempie, «quanto meritatamente siete caro a tutti quelli che portano il nome di Munro.»

«Se c'è qualcosa che può aumentare il mio scarso amore per la vita,» disse Heyward lasciando che i suoi occhi si posassero inconsciamente sulle giovani forme della silenziosa Alice, «sarebbe questa gentile affermazione. Il nostro onesto ospite vi dirà che, come maggiore del 60° devo fare la mia parte nella lotta, tuttavia il nostro compito sarà facile: si tratta soltanto di tenere in scacco questi cani per poche ore.»

Senza aspettare risposta lasciò le sorelle e raggiunse l'esploratore e i suoi compagni che si trovavano ancora entro il piccolo incavo fra le due grotte.

«Ti dico, Uncas,» disse il primo quando Heyward li raggiunse, «che stai sprecando la polvere, e il rinculo del fucile ti disturba la mira! Poca polvere, piombo leggero e un braccio allungato non mancano quasi mai dal provocare il grido di morte in un Mingo! Almeno, questa è stata la mia esperienza con quella gente. Venite amici, mettiamoci al riparo, così che nessuno possa dire dove e quando un Magua scoccherà i suoi colpi.»

Gli indiani si riparano nei luoghi stabiliti: fessure nelle rocce da dove potevano dominare chiunque si avvicinasse ai piedi della cascata. Al centro dell'isoletta avevano messo radici alcuni bassi pini striminziti che formavano una macchia, nella quale si lanciò Occhio di Falco con la velocità di un daino, seguito dal volonteroso Duncan. Qui essi si misero al sicuro come poterono, tra i cespugli e i frammenti di pietra sparsi un po' ovunque. Sopra di loro c'era una roccia ruvida e tondeggiante, attorno alla quale l'acqua si divertiva a ruzzolare e si tuffava negli abissi sottostanti nel modo già descritto. Poiché era ormai giorno fatto, i contorni della riva opposta non erano più delle linee confuse, ma si poteva vedere nel bosco e distinguere oggetti sotto la volta dei cupi pini.

Seguì una lunga, angosciosa vigilanza, ma non vi fu nessun altro segno di ulteriori attacchi. Duncan cominciava a pensare che i loro spari si erano dimostrati più fatali di quanto si supponesse e che i nemici erano stati respinti in modo efficace. Quando si azzardò a sussurrare al suo compagno questa impressione, incontrò uno scettico diniego da parte di Occhio di Falco.

«Non conoscete la natura di un Magua se pensate che lo si possa respingere così facilmente senza che si prenda una cotenna!» rispose. «Anche se stamane era uno solo di quei diavoli a gridare, in realtà significa che erano in quaranta! Inoltre conosco troppo bene il nostro numero e la nostra forza per rinunciare così presto alla caccia. Sst! guardate lassù, proprio dove l'acqua si infrange sulla roccia. Non sono più un uomo se quei diavoli temerari non sono discesi a nuoto lungo la cascata e, disgraziatamente per noi, non hanno raggiunto la testa dell'isola. Sst! Amico, state in silenzio, o nel roteare di un coltello, i capelli vi saranno scalzati dalla testa!»

Heyward sollevò la testa dal nascondiglio e vide ciò che giustamente considerava un prodigio di temerarietà e bravura. Il fiume aveva consumato il bordo della roccia tenera in modo da rendere la sua primitiva pendenza meno ripida e perpendicolare di quanto non siano di solito le cascate. Guidati soltanto dalle piccole rapide del fiume dove questo si congiunge con la testa dell'isola, un gruppo degli implacabili nemici si era avventurato nella corrente e stava nuotando verso questo punto, sapendo che se lo avessero raggiunto avrebbe fornito loro un comodo accesso alle vittime designate.

Mentre Occhio di Falco smetteva di parlare, si videro quattro teste umane spuntare da alcuni tronchi alla deriva che si erano fermati su quelle rocce nude e che avevano, probabilmente, suggerito l'idea dell'audace impresa. Un attimo dopo, una quinta figura fu vista galleggiare sul verde bordo della cascata, abbastanza vicina alla costa dell'isola. Il selvaggio lottava disperatamente per raggiungere il punto d'appoggio e, aiutato dalla corrente favorevole, stava già tendendo un braccio per afferrare i compagni, quando fu ricacciato violentemente indietro dal risucchio della corrente e parve sollevarsi in aria con le braccia in alto e gli occhi fuori dalle orbite, poi cadde con un tremendo tonfo nel profondo baratro che si spalancava sotto di lui e sul quale aveva fluttuato. Un solo grido, disperato e selvaggio si levò dalla caverna, poi tutto ripiombò in un silenzio di tomba.

Il primo generoso impulso di Duncan fu di accorrere per salvare il disgraziato, ma si sentì inchiodato dove si trovava dalla presa ferrea dell'implacabile esploratore.

«Volete portarci a morte certa rivelando ai Mingo dove siamo?» domandò Occhio di Falco severamente. «Così abbiamo risparmiato una carica di polvere e ora le munizioni ci sono preziose come il fiato per un cervo inseguito. Rinnovate la carica delle vostre pistole - l'umidità delle cascate può bagnare lo zolfo -e mantenetevi pronto per una battaglia serrata, mentre io sparerò quando attaccheranno.»

Si portò un dito alla bocca ed emise un lungo, acuto fischio, al quale fu risposto dalle rocce protette dai Mohicani. Mentre questo segnale attraversava l'aria, Duncan intravide delle teste fra i tronchi galleggianti, ma poi queste scomparvero improvvisamente con la stessa fugacità con cui gli erano apparse. Un leggero fruscio attirò la sua attenzione e, girando la testa, scorse Uncas poco distante che stava strisciando verso di lui. Occhio di Falco gli parlò in delaware, mentre il giovane capo prese posizione con singolare cautela e imperturbabile calma. Per Heyward questo fu un momento di febbrile e impaziente attesa, anche se l'esploratore ritenne opportuno sceglierlo per tenere una lezioncina ai giovani amici sull'arte di usare le armi da fuoco con giudizio.

«Di tutte le armi,» egli cominciò, «il fucile a canna lunga, con una buona scanalatura e di metallo tenero, è il più micidiale in mani esperte, benché richieda un braccio forte, occhio attento e grande cautela quando lo si carica, se si vogliono valorizzare tutte le sue qualità. I fabbricanti di armi devono avere poco buon senso quando fanno i fucili leggeri e corti da caccia per...»

Fu interrotto dal basso ma espressivo «Hugh!» di Uncas.

«Li vedo, ragazzo, li vedo!» continuò Occhio di Falco. «Si stanno riunendo per attaccarci, altrimenti terrebbero le loro sporche schiene dietro i tronchi. Ebbene, lasciateli fare,» aggiunse esaminando la pietra focaia del suo fucile; «il primo che uscirà per guidarli va incontro a morte certa, foss'anche Montcalm in persona!»

In quel momento la foresta empì di altre grida, e a quel segnale quattro selvaggi balzarono fuori dal loro riparo di tronchi. Heyward sentì il desiderio bruciante di correre fuori per scontrarsi con loro, tanto intensa era la delirante ansia del momento; ma l'esempio dell'esploratore e di Uncas lo trattenne. Quando i nemici, a lunghi balzi ed emettendo gli urli più selvaggi, furono a pochi metri sopra la nera roccia che li divideva dagli assediati, il fucile di Occhio di Falco si sollevò lentamente tra gli arbusti e sputò il suo letale contenuto. L'indiano che si trovava davanti agli altri, rimbalzò come un cervo colpito e cadde a capofitto tra le anfratti dell'isola.

«Ora, Uncas!» gridò l'esploratore traendo il lungo coltello mentre i suoi occhi vivaci cominciavano a mandare lampi di furore, «prendi l'ultimo di quei demoni urlanti; a noi gli altri due!»

Fu obbedito, così rimasero solo due nemici da battere. Heyward aveva dato una delle sue pistole a Occhio di Falco e insieme si precipitarono giù per un piccolo declivio, verso i nemici; scaricarono le loro armi nello stesso istante, ed entrambi senza successo.

«Lo sapevo! L'avevo detto io!» mormorò l'esploratore, facendo roteare la piccola disprezzata arma al di sopra delle cascate con amaro disdegno. «Forza, vili canaglie! Incontrerete un vero uomo!»

Aveva appena finito di pronunciare queste parole, quando si scontrò con un selvaggio di statura gigantesca e dall'aspetto ferocissimo. Nello stesso momento Duncan si trovò impegnato con l'altro in un simile corpo a corpo. Con agile destrezza, Occhio di Falco e l'antagonista si afferrarono a vicenda il braccio alzato che teneva il pericoloso coltello. Per quasi un minuto si guardarono negli occhi, coi muscoli tesi in un formidabile sforzo per sopraffare l'altro. Alla fine i tendini d'acciaio dell'esploratore ebbero la meglio sulle membra meno esercitate dell'indigeno. Il braccio di costui lentamente cedette davanti al crescente sforzo dell'esploratore che improvvisamente liberò la propria mano armata dalla stretta del nemico e affondò l'accuminata arma nel suo petto nudo, fino al cuore. Nel frattempo Heyward era stato coinvolto in una lotta più mortale. La sua leggera spada si era spezzata al primo scontro. Privato di qualsiasi altro mezzo di difesa, la sua salvezza ora dipendeva interamente dalla forza fisica e dalla risolutezza. Egli non mancava di nessuna di queste qualità, ma aveva incontrato un nemico degno di lui. Fortunatamente riuscì presto a disarmare l'avversario il cui coltello cadde sulla roccia ai loro piedi.

Da quel momento, una feroce lotta avrebbe deciso quale dei due sarebbe stato scaraventato dall'alto da quell'altezza vertiginosa nella caverna sottostante le cascate. Ogni successivo attacco li portava sempre più vicini al margine dell'abisso, dove Duncan sentiva di dover fare lo sforzo finale per la vittoria. Ciascuno dei combattenti impegnava tutte le proprie energie, e il risultato fu che entrambi barcollarono sull'orlo del precipizio. Heyward si sentì afferrare alla gola e vide il sorriso sinistro del selvaggio che sperava di vendicarsi trascinandolo ad una fine simile alla sua. Mentre sentiva il proprio corpo cedere sotto una forza irresistibile, il giovane provò in tutto il suo orrore la fugace angoscia di un simile momento. In quel momento di estremo pericolo, una mano scura e il luccichio di un coltello apparvero davanti a lui; l'indiano lasciò la presa mentre il sangue gli sgorgava abbondante dalle vene tagliate del polso, e mentre Duncan era tirato indietro dal braccio salvatore di Uncas, i suoi occhi attoniti erano ancora fissi sul volto deluso del nemico che cadde pieno di rancore e disappunto nel tremendo precipizio.

«Al riparo! Al riparo!» gridò Occhio di Falco che proprio allora aveva spacciato il nemico. «Al riparo, se volete salva la vita! Il lavoro è finito solo per metà!»

Il giovane Mohicano diede un grido di trionfo e, seguito da Duncan, si arrampicò su per il declivio che avevano disceso per combattere e cercò il sicuro riparo di rocce ed arbusti.

  VIII

Ancora indugiano,

Vendicatori della terra nativa.

Gray

 L'esploratore non lanciò senza motivo questo grido d'allarme.

Durante lo scontro mortale appena raccontato, il rombo delle cascate era continuato non turbato da suoni umani. Si sarebbe detto che l'interesse per l'esito della contesa tenesse gli indigeni sulla riva opposta in angosciosa attesa, mentre le rapide evoluzioni e i repentini cambiamenti di posizione dei contendenti avevano evitato efficacemente una sparatoria che avrebbe potuto dimostrarsi pericolosa per entrambe le parti. Ma nel momento decisivo della battaglia attraversò l'aria un grido tanto feroce e selvaggio da far pensare solo a passioni vendicative e sfrenate. Fu seguito dai rapidi lampi dei fucili che inviavano a raffiche i loro messaggeri di piombo attraverso le rocce, come se gli assalitori volessero scaricare la loro furia impotente sulla scena imperturbabile della fatale contesa.

Una ferma e decisa risposta venne dal fucile di Chingachgook, che durante la mischia aveva mantenuto il suo posto con ferma risolutezza. Quando il grido di trionfo di Uncas giunse alle sue orecchie, il soddisfatto padre levò la voce in un solo grido di rimando, dopo di che solo la sua arma in funzione provava che egli stava ancora difendendo il posto con infaticabile zelo. Così parecchi minuti trascorsero con la velocità del pensiero. I fucili degli assalitori si facevano udire a volte in vigorose raffiche, e a volte in occasionali tiri sporadici. Benché le rocce, gli alberi e gli arbusti fossero tagliati e strappati in cento punti attorno agli assediati, il loro rifugio era così nascosto e così saldamente difeso che, fino a quel momento, David era stato la sola vittima nel piccolo gruppo.

«Lasciate che brucino le loro polveri,» disse l'esploratore deciso, mentre una pallottola dopo l'altra passava sibilando vicino al luogo dove si erano rifugiati. «Ci sarà una bella raccolta di piombo quando smetteranno, e credo che quei demoni si stancheranno del gioco prima che queste vecchie pietre invochino pietà! Uncas, ragazzo mio, sprechi le polveri caricando troppo, un fucile che rincula non porta mai una buona pallottola. Ti ho detto di prendere quel demonio che salta sotto la linea della dipintura bianca, ora, per un pelo non andava due pollici più sopra. La vita si trova in basso in un Mingo e l'umanità ci insegna a farla finita presto con i serpenti.»

Un calmo sorriso illuminò i lineamenti alteri del giovane Mohicano, svelando così che egli non solo comprendeva l'inglese, ma che aveva capito l'allusione dell'altro e tuttavia lasciò perdere senza difendersi né replicare.

«Non posso permettere che accusiate Uncas di mancanza di giudizio o di abilità,» disse Duncan, «ha salvato la mia vita nel modo più deciso e pronto e si è fatto un amico che non avrà mai bisogno che gli si ricordi ciò che gli deve.»

Uncas sollevò un poco la figura e offrì la sua mano alla stretta di Heyward. Durante questo gesto d'amicizia i due giovani si scambiarono sguardi d'intesa che fecero dimenticare a Duncan il carattere e la condizione del selvaggio compagno.

Nel frattempo, Occhio di Falco, che aveva osservato questa esplosione di giovanili sentimenti con occhio freddo ma benevolo, così rispose: «Capita spesso nella foresta che gli amici si debbano la vita a vicenda. Posso dire di avere io stesso reso qualcuno di questi servizi a Uncas prima d'ora, e ricordo molto bene che egli si è trovato tra me e la morte per ben cinque volte: tre con i Mingo, una attraversando l'Horicon e...»

«Era meglio assestata del solito!» esclamò Duncan evitando istintivamente una pallottola che aveva colpito la roccia vicina a lui con un forte rimbalzo.

Occhio di Falco si impadronì dell'informe metallo, scosse il capo esaminandolo e disse: «Il piombo quando cade non si appiattisce mai! Questo avrebbe potuto succedere solo se fosse venuto dalle nuvole!»

Ma il fucile di Uncas era volutamente puntato verso il cielo sì da indirizzare gli sguardi dei compagni verso un punto che subito fornì la spiegazione del mistero. Una quercia scabra che cresceva sulla riva destra del fiume, quasi di fronte a loro, cercando la libertà dello spazio aperto, si era inclinata così in avanti che i suoi rami più alti sovrastavano il braccio del torrente che scorreva più vicino alla sua stessa riva. Tra le foglie più alte che nascondevano a malapena i nodosi rami stentati stava appollaiato un selvaggio, in parte nascosto dal tronco dell'albero e in parte scoperto, e sembrava guardarli per constatare l'effetto prodotto dal suo perfido colpo.

«Questi diavoli daranno la scalata al cielo per portarci alla rovina,» disse Occhio di Falco. «Tienilo a bada, ragazzo, finché non potrò usare ‹Ammazzacervo›, allora scaricheremo insieme il suo piombo su ogni lato dell'albero.»

Uncas aspettò a far fuoco finché l'esploratore non ebbe finito di parlare. I fucili lampeggiarono, le foglie e la corteccia della quercia volarono in aria e vennero sparpagliate dal vento, ma l'indiano rispose all'assalto con una risata beffarda e inviò loro un'altra pallottola che scalzò il cappello dalla testa di Occhio di Falco. Ancora una volta grida selvagge esplosero nella foresta, e la grandinata di piombo fischiò sulle teste degli assediati come per confinarli in un luogo dove potessero divenire facili prede del guerriero che era salito sull'albero.

«A questo dobbiamo stare ben attenti!» disse l'esploratore guardandosi attorno con occhi preoccupati. «Uncas, chiama tuo padre, abbiamo bisogno di tutte le nostre armi per strappare quell'astuto furfante dal suo sostegno.»

Venne fatto subito il segnale, e prima che Occhio di Falco avesse ricaricato il fucile, furono raggiunti da Chingachgook. Quando il figlio ebbe indicato all'esperto guerriero la posizione del pericoloso nemico, il solito «hugh!» uscì dalle sue labbra, dopo di che non si lasciò sfuggire nessun'altra espressione di sorpresa o allarme. Occhio di Falco e i Mohicani conversarono concitatamente fra di loro in delaware per alcuni minuti, poi ciascuno prese con calma il proprio posto per mettere in pratica il piano che avevano rapidamente escogitato.

Dal momento in cui era stato scoperto, il guerriero sulla quercia aveva mantenuto un fuoco nutrito, benché inefficace. Fu però tenuto a bada dalla vigilanza dei nemici i cui fucili mirarono immediatamente sulle parti della sua persona che erano rimaste allo scoperto. Tuttavia le pallottole del selvaggio continuavano a cadere in mezzo al gruppetto rannicchiato. Gli abiti di Heyward, che lo rendevano particolarmente visibile, vennero più volte lacerati e una volta il sangue gli sgorgò da una leggera ferita al braccio.

Alla fine, incoraggiato dalla paziente vigilanza dei nemici, l'Urone arrischiò un migliore e più fatale colpo. Gli occhi attenti dei Mohicani colsero la linea scura delle sue membra inferiori incautamente esposte attraverso il rado fogliame, a pochi pollici dal tronco dell'albero. I loro fucili esplosero contemporaneamente, e, piegato sulle gambe ferite, parte del corpo del selvaggio venne allo scoperto. Veloce come il pensiero, Occhio di Falco, approfittò del vantaggio e scaricò la sua arma micidiale verso la cima della quercia. Le foglie vennero agitate più del solito, il pericoloso fucile cadde dall'alto e, dopo pochi momenti di vana lotta, si vide la forma del selvaggio ondeggiare nel vento, mentre ancora stringeva un ispido e nudo ramo con le mani disperatamente serrate.

«Per pietà, per pietà... tirategli un'altra fucilata! gridò Duncan togliendo lo sguardo inorridito dallo spettacolo di un suo simile in tali condizioni.

«Nemmeno un colpo!» esclamò l'inesorabile Occhio di Falco. «La sua morte è certa e noi non abbiamo polvere da buttar via, le battaglie indiane a volte durano giorni, qui si tratta delle loro cotenne o delle nostre! E Dio che ci ha fatti ci ha anche dato l'istinto di conservare la pelle della testa!»

Contro questa rigorosa e inflessibile morale, sostenuta com'era da un riferimento tanto evidente, non c'era possibilità di appello. Da quel momento gli urli della foresta cessarono, gli spari diminuirono e gli occhi di tutti - amici e nemici - si fissarono sulle condizioni disperate del disgraziato che penzolava tra cielo e terra. Il corpo secondava i movimenti dell'aria, e benché nessun mormorio o gemito sfuggisse alla vittima, vi erano momenti in cui il suo viso truce guardava i nemici e, attraverso la distanza che li divideva, si sarebbe potuta descrivere l'angoscia della fredda disperazione che si era impadronita di quei lineamenti scuri. Tre volte l'esploratore puntò il fucile spinto dalla pietà e altrettante volte la prudenza ebbe la meglio sulle sue intenzioni, e lo abbassò in silenzio. Finalmente una mano dell'Urone lasciò la presa e cadde esausta lungo il fianco. Ne seguì una disperata e inutile lotta per recuperare il ramo e il selvaggio fu visto, per un fugace attimo, annaspare disperatamente nell'aria vuota. Il bagliore del fucile di Occhio di Falco non fu più rapido della fiamma; le membra della vittima tremarono e si contrassero, la testa gli ricadde sul petto e il corpo, come piombo, separò le acque spumeggianti che poi si richiusero su di lui nel loro scorrere incessante, ed ogni traccia dell'infelice Urone si perse per sempre. Nessun grido di trionfo seguì questo considerevole vantaggio, ma persino i Mohicani si guardarono con silenzioso orrore. Un solo urlo si levò dalla foresta, poi tutto tacque di nuovo. Occhio di Falco, che sembrava l'unico a ragionare in quel frangente, scosse il capo pensando alla propria momentanea debolezza e addirittura espresse ad alta voce la sua disapprovazione.

«Era l'ultima carica del mio corno e l'ultima pallottola che avevo nella giberna, è stato un gesto da ragazzo!» disse. «Cosa importa che cadesse sulle rocce vivo o morto! Avrebbe presto perso i sensi. Uncas, ragazzo, scendi nella canoa e porta il corno grosso, è tutta la polvere che ci rimane e ci servirà fino all'ultimo granello, o io non mi intendo di Mingo.»

Il giovane Mohicano obbedì e lasciò l'esploratore che rovesciava inutilmente la giberna e scuoteva il corno vuoto con rinnovata delusione. Da questo deludente esame, tuttavia, egli fu presto riscosso da un alto, lacerante grido di Uncas, che, persino alle inesperte orecchie di Duncan sembrò il segnale di qualche nuova inattesa calamità. I pensieri ansiosamente rivolti al prezioso tesoro nascosto nella caverna, il giovane scattò in piedi, senza badare affatto al rischio che correva esponendosi così. Come per obbedire ad un comune impulso il suo gesto fu imitato dai compagni, e insieme si precipitarono attraverso il passaggio, verso la sicura grotta con una rapidità che rese vani gli spari dei nemici. L'insolito grido fece uscire le sorelle e l'invalido David dal luogo in cui erano rifugiati e l'intera compagnia, con un solo colpo d'occhio si rese conto della natura del disastro che aveva turbato persino l'esercitato stoicismo del loro giovane protettore indiano.

A poca distanza dalle rocce, la loro piccola imbarcazione ondeggiava sui flutti verso la rapida corrente del fiume, evidentemente diretta da qualche mano nascosta. Nel momento in cui questo sgradito spettacolo giunse agli occhi dell'esploratore, il suo fucile si sollevò per istinto, ma la canna non rispose alle luccicanti scintille della pietra focaia.

«È troppo tardi, troppo tardi!» esclamò Occhio di Falco lasciando cadere l'inutile arma con amaro disappunto. «Quel farabutto ha raggiunto la rapida e se anche avessimo polvere, difficilmente il piombo potrebbe andare più veloce di lui!»

L'audace Urone alzò la testa dal riparo della canoa, e mentre scivolava via rapido lungo la corrente fece cenno con una mano ed emise il noto grido, segnale della vittoria. Gli risposero dal bosco un urlo e una risata così beffardamente esultanti da sembrare che cinquanta demoni profferissero le loro bestemmie per la caduta di un'anima cristiana.

«Potete ben ridere, figli del diavolo!» disse l'esploratore sedendosi su uno spuntone di roccia e lasciando cadere il fucile ai suoi piedi. «Poiché i tre più veloci e infallibili fucili di queste foreste non servono più di altrettanti rami di verbasco o delle corna dell'anno precedente di un cervo!»

«Che cosa si deve fare?» disse Duncan abbandonando il primo sentimento di delusione per un più virile desiderio di fare qualcosa. «Cosa ne sarà di noi?»

Per tutta risposta Occhio di Falco si passò una mano sulla testa in un modo così espressivo che nessuno di coloro che lo videro poté fraintenderne il significato.

«Certamente, certamente, la nostra situazione non è così disperata!» esclamò il giovane. «Gli Uroni non sono ancora qui, potremmo valerci della caverna ed opporci al loro sbarco!»

«Con che cosa?» domandò freddamente l'esploratore. «Con le frecce di Uncas, o con le lacrime che versano le donne? No, no, voi siete giovane e ricco e avete amici, e alla vostra età so che è difficile morire! Ma,» aggiunse gettando un'occhiata ai Mohicani, «ricordiamoci di essere uomini purosangue e insegnamo a questi figli della foresta che il sangue dei bianchi può scorrere libero come quello dei pellerossa, quando è venuta l'ora.»

Duncan si girò di scatto nella direzione indicata dagli occhi dell'altro e vide una conferma dei suoi peggiori timori nel comportamento degli indiani. Chingachgook, messosi su un altro pezzo di roccia, aveva già abbandonato il coltello e l'ascia e stava togliendosi la piuma d'aquila dalla testa e lisciandosi il ciuffo di capelli pronto per il suo ultimo, rivoltante uso. La sua espressione era composta, benché pensosa, mentre i suoi scuri occhi scintillanti stavano gradatamente abbandonando la ferocia del combattimento per una espressione più confacente al mutamento che aspettava di subire da un momento all'altro.

«Il nostro caso non è, non può essere così disperato!» disse Duncan. «Persino in questo momento estremo un aiuto può essere vicino. Non vedo nemici! Si sono stancati di una lotta nella quale rischiano tanto con una così piccola prospettiva di vittoria!»

«Può passare un minuto o un'ora prima che quegli astuti serpenti si avvicinino di soppiatto a noi e sarebbe da loro essere tanto vicini da udirci proprio in questo momento» disse Occhio di Falco. «Comunque verranno, e in modo tale da non lasciarci nessuna speranza! Chingachgook,» disse in delaware, «fratello mio, abbiamo combattuto insieme la nostra ultima battaglia e i Magua esulteranno della morte del saggio Mohicano e del viso pallido i cui occhi potrebbero fare della notte giorno, e rendere le nubi uguali alle nebbie delle sorgenti!»

«Lasciate che le donne mingo vadano a piangere sui loro morti!» replicò l'indiano con la fermezza e l'orgoglio che gli erano abituali.

«Il Grande Serpente dei Mohicani si è annidato nelle loro tende e ha avvelenato il loro trionfo con il lamento dei bambini i cui padri non sono tornati! Undici guerrieri giacciono lontani dalle tombe delle loro tribù da quando si è sciolta la neve, nessuno dirà dove trovarli quando la lingua di Chingachgook tacerà. Lasciate che prendano il loro coltello più affilato e facciano roteare l'ascia più veloce, poiché il loro più acerrimo nemico è nelle loro mani. Uncas, superbo ramo di un nobile ceppo, incita quei codardi perché si affrettino, o diventeranno dei rammolliti dal cuore di donna!»

«Stanno cercando i loro morti tra i pesci!» replicò la bassa, morbida voce del giovane capo: «gli Uroni nuotano con le viscide anguille! Essi cadono dalle querce come frutti pronti per essere mangiati! E i Delaware ridono!»

«Già, già,» mormorò l'esploratore che aveva ascoltato questo strano sfogo degli indigeni con profonda attenzione. «I loro sentimenti indiani si sono risvegliati e presto provocheranno i Magua perché diano loro una morte immediata. Quanto a me, che ho il puro sangue dei bianchi, mi si confà che muoia come si addice alla mia razza, senza parole di scherno sulle labbra e senza amarezza nel cuore!»

«Perché morire?» disse Cora staccandosi dal luogo dove, fino a quel momento, l'orrore naturale l'aveva tenuta inchiodata alla roccia. «La via è aperta da tutti i lati: fuggite, dunque, verso la foresta e invocate l'aiuto di Dio. Andate, uomini coraggiosi, noi vi dobbiamo già troppo, non lasciatevi più coinvolgere nella nostra sorte disperata!»

«Conoscete molto poco l'astuzia degli irochesi, signora, se credete che abbiano lasciato libera la via alla foresta!» replicò Occhio di Falco che, tuttavia, aggiunse immediatamente con semplicità. «Certamente la corrente laggiù potrebbe trascinarci fuori dalla portata dei loro fucili e dal suono delle loro voci.»

«Allora tentate il fiume. Perché indugiare per aumentare il numero delle vittime dei nostri impietosi nemici?»

«Perché?» ripetè l'esploratore guardandosi attorno con aria solenne. «Perché è meglio per un uomo morire in pace con se stesso che vivere perseguitato da una cattiva coscienza! Che risposta potremmo dare a Munro quando ci domanderà dove e come abbiamo lasciato le sue creature?»

«Andate da lui e ditegli che le avete lasciate con il messaggio di correre in loro aiuto» replicò Cora avvicinandosi all'esploratore nel suo generoso ardore; «che gli Uroni le tengono prigioniere nelle foreste del nord, ma che con la prudenza e la rapidità possono ancora essere salvate; e se, alla fine, piacerà al cielo che il suo aiuto arrivi troppo tardi, portategli,» continuò mentre la sua voce si abbassava gradatamente fino a farsi quasi soffocata, «l'amore, la benedizione, le ultime preghiere delle sue figlie, e infine pregatelo di non piangere per il loro destino prematuro, ma di attendere con umile fiducia la meta cristiana nella quale potrà ricongiungersi con le sue figlie.»

I duri, tormentati lineamenti dell'esploratore cominciarono ad animarsi, e quando ella ebbe finito, appoggiò il mento ad una mano, come chi medita profondamente sulla natura della proposta.

«C'è del buon senso in quello che dice!» furono le parole che, alla fine, eruppero dalle sue labbra serrate e tremanti. «Già, e vi è spirito cristiano; quello che può essere giusto e degno in un pellerossa, può essere peccato per un uomo che non abbia nemmeno una goccia di sangue misto per giustificare la sua ignoranza. Chingachgook, Uncas, avete udito le parole della donna dagli occhi neri?»

Ora egli parlava in delaware ai suoi compagni e il suo discorso, benché calmo e controllato, sembrava molto deciso. Il più anziano dei Mohicani lo ascoltò con profonda serietà e sembrò meditare sulle sue parole come se sentisse l'importanza del loro significato. Dopo un momento di esitazione fece con la mano un segno di assenso, e con la caratteristica enfasi del suo popolo, disse in inglese: «Va bene!» Poi, rimettendo il coltello e l'ascia nella cintura, si mosse silenziosamente verso il bordo della roccia più nascosta dalla riva del fiume. Qui si fermò un momento, indicò in modo eloquente la foresta sottostante e, dicendo alcune parole nella sua lingua come per illustrare la via che intendeva seguire, si immerse nell'acqua e scomparve alla vista di coloro che ne seguivano ai suoi movimenti.

L'esploratore indugiò un momento per parlare alla generosa fanciulla, il cui respiro si era fatto più leggero nel vedere che la sua proposta era stata accolta.

«La saggezza a volte è data ai giovani come ai vecchi,» egli disse, «e quel che avete detto è saggio, per non definirlo con una parola migliore. Se sarete condotta nei boschi, il che con tutta probabilità non vi sarà risparmiato, spezzate i ramoscelli degli arbusti e lasciate i segni del vostro passaggio il più chiaramente possibile, allora, se occhi umani potranno vederli, contate su un amico che le seguirà fino in capo al mondo prima di abbandonarvi.»

Egli strinse affettuosamente la mano di Cora, sollevò il suo fucile e, dopo averlo contemplato un momento con malinconico affetto, lo abbandonò e scese verso il luogo dove Chingachgook era appena sparito. Per un momento rimase sospeso alla roccia e guardandosi attorno con espressione stranamente preoccupata aggiunse: «Se avessimo avuto la polvere questa disgrazia avrebbe potuto non accadere!» Poi lasciò la presa, le acque si rinchiusero sulla sua testa ed anche lui scomparve.

Ora tutti gli occhi erano rivolti a Uncas che rimaneva immobile appoggiato alla roccia scabra. Dopo aver atteso un momento, Cora indicò il fiume e disse: «I vostri amici non sono stati visti e, molto probabilmente ora sono in salvo; non è tempo per voi di seguirli?»

«Uncas resterà,» rispose calmo il giovane Mohicano.

«Per aumentare l'orrore della nostra cattura e diminuire le probabilità che si venga liberati! Andate, generoso giovane,» continuò Cora abbassando gli occhi sotto lo sguardo del Mohicano e, forse, intuendo il proprio potere su di lui, «andate da mio padre, come ho detto, e siate il più fidato dei miei messaggeri. Ditegli di avere fiducia in voi sui mezzi per ottenere la libertà delle sue figlie. Andate! Che voi andiate è il mio desiderio e la mia preghiera!»

Lo sguardo calmo e deciso del giovane capo si fece triste, ma non esitò più. Con passo silenzioso attraversò le rocce e si immerse nella corrente tumultuosa. Coloro che lasciò dietro di sé trattennero il respiro quando scorsero la sua testa emergere lontano per prendere aria, poi egli si immerse di nuovo e non fu più visto.

Questi improvvisi e apparentemente riusciti tentativi si erano svolti nei pochi minuti di quel tempo che ora era diventato tanto prezioso. Dopo aver guardato Uncas un'ultima volta, Cora si girò, e con labbra tremanti si rivolse a Heyward.

«Ho sentito dire che vi vantate della vostra bravura in acqua, Duncan» disse. «Seguite dunque il saggio esempio offertovi da queste semplici e fedeli creature.»

«È questa la fedeltà che Cora Munro esige dal suo protettore?» disse il giovane sorridendo tristemente amaro.

«Non è questo il momento per oziose sottigliezze o falsi giudizi» rispose. «Ma un momento in cui il compito di ognuno deve essere esaminato in modo imparziale. Qui voi non ci siete più di nessuna utilità, ma la vostra vita preziosa può essere salvata per altri più cari amici.»

Egli non rispose, ma lo sguardo pieno di ansia gli cadde sulla bella figura di Alice, la quale si era aggrappata al suo braccio con la dipendenza di un fanciullo.

«Considerate,» disse Cora dopo una pausa durante la quale ella sembrò combattere con un dolore anche più acuto di quello suscitato dalle sue stesse paure, «che il peggio che può capitarci è la morte, un tributo che tutti dobbiamo a Dio nel momento felice in cui Egli lo ha deciso.»

«Vi sono dei mali peggiori della morte,» disse Duncan con voce roca, come irritato dalla insistenza di lei «mali tuttavia che la presenza di uno che morirebbe per voi potrebbe allontanare.»

Cora non lo pregò più, e coprendosi il viso con lo scialle trascinò con sé Alice in uno stato di semi incoscienza, nei recessi più profondi della grotta.

  Capitolo IX

 Gioisci fiduciosa,

dissipa con sorrisi, mia bella, le paurose nubi

che oscurano la tua chiara fronte.

Morte di Agrippina

 Il repentino trasmutarsi ora in silenzio di tutti i tumultuosi avvenimenti del combattimento, avevano agito sopra l'eccitata - immaginazione di Heyward con la profondità di una fantasia angosciosa. Tutte le immagini e gli eventi ai quali aveva assistito si erano lungamente impressi nella sua memoria, e gli riusciva difficile persuadersi che erano realmente accaduti. Ignorando ancora il destino di coloro che si erano affidati alla rapida corrente, egli dapprima ascoltò intento ogni segnale o suono d'allarme che avrebbe potuto annunciare la buona o cattiva riuscita della loro rischiosa impresa. Il suo sforzo, tuttavia fu vano, poiché con la scomparsa di Uncas ogni segno di quegli intrepidi era andato perduto, lasciandolo nella totale incertezza circa il loro destino.

In un momento di così doloroso dubbio, Duncan non esitò a guardarsi attorno senza badare a quella sporgenza di roccia che poco prima era stata tanto necessaria alla sua salvezza. Tuttavia, ogni tentativo di scoprire sia pure la minima traccia della vicinanza dei nemici nascosti, rimase infruttuoso come la ricerca di notizie sui suoi compagni di poco prima. Le rive boscose del fiume sembravano di nuovo essere state abbandonate da qualsiasi essere vivente. Il tumulto che tanto di recente aveva echeggiato sotto le volte della foresta era finito, e ora il frastuono delle acque si avvicinava o si allontanava a seconda delle correnti dell'aria, nella pura dolcezza della natura. Un falco pescatore che al sicuro sui rami più alti di un pino secco, era stato un lontano spettatore del combattimento, si staccò dall'ispido sostegno, e volteggiò in ampi cerchi sulla sua preda, mentre una ghiandaia il cui verso stridulo era stato zitto dalle più roche grida dei selvaggi, osò di nuovo aprire la gola stonata, come fosse tornata in possesso dei suoi selvaggi dominii. Duncan trasse da questi rumori naturali della solitaria scena, un pallido segno di speranza, e cominciò a chiamare a raccolta tutte le sue facoltà per tornare alla carica con una sorta di rinata fiducia nel successo.

«Gli Uroni non si vedono» egli disse rivolto a David che non si era affatto riavuto dagli effetti del pauroso colpo ricevuto; «nascondiamoci nella caverna e per il resto, confidiamo nella Provvidenza.»

«Ricordo di essermi unito a due fanciulle in fiore nel levare la voce in preghiera e ringraziamento,» replicò il maestro di canto disorientato, «ma poi sono stato raggiunto da un severo castigo dei miei peccati. Sono stato ingannato dall'immagine del sonno, mentre suoni stonati si impadronivano delle mie orecchie come fosse la fine del mondo e la natura avesse dimenticato la sua armonia.»

«Poveraccio! In verità la fine dei tuoi giorni era vicina! Ma alzatevi e venite con me, vi condurrò dove non si udrà altro suono che quello del vostro salmodiare.»

«C'è della melodia nel rumore della cateratta, e lo scorrere di tanta acqua è dolce per i sensi!» disse David premendosi confusamente una mano contro la fronte. «L'aria non è piena di urli e strepiti, come se le anime trapassate dei dannati...»

«Ora no, ora no,» interruppe Heyward spazientito, «sono cessati e Dio voglia che anche coloro che li hanno suscitati se ne siano andati! Tutto, tranne l'acqua, è in silenzio e in pace; entrate dunque dove potete creare quei suoni che tanto amate udire.»

David sorrise tristemente, anche se non senza un momentaneo guizzo di piacere per questa allusione alla sua amata professione. Egli non esitò più a lasciarsi condurre in un luogo che prometteva una così pura ricompensa ai suoi sensi esausti, e, appoggiandosi al braccio del compagno, entrò nella stretta apertura della grotta. Duncan prese un mucchietto di sassofrasso che colse davanti al passaggio, e nascose accuratamente ogni segno di apertura. Entro questa fragile barriera egli sistemò la coperta lasciata dai forestieri, celando l'estremità interna della caverna, mentre quella esterna riceveva una pallida luce dallo stretto burrone nel quale si precipitava un braccio del fiume, per andare a congiungersi col ramo gemello, poco più in giù.

«Non mi piace quel principio degli indigeni che insegna loro a sottomettersi senza combattere in situazioni che appaiono disperate,» egli disse mentre si dedicava a questa operazione, «la nostra massima che dice: finché c'è vita c'è speranza, è più consolante e più adatta al temperamento di un soldato. Voi, Cora, non avete bisogno di essere esortata con parole di vano incoraggiamento: la vostra forza e il vostro fermo buon senso vi insegneranno tutto ciò che si addice al vostro sesso, ma possiamo noi asciugare le lacrime di quell'essere tremante che piange sul vostro petto?»

«Sono più calma, Duncan,» disse Alice sollevandosi dalle braccia della sorella e imponendosi un'aria composta pur attraverso le lacrime, «molto più calma ora. Certamente in questo luogo nascosto siamo al sicuro, riparati e lontani dal pericolo, riporremo tutte le nostre speranze in quei generosi che hanno già rischiato tanto per noi.»

«Ora sì che la nostra gentile Alice parla come deve una figlia di Munro!» disse Heyward fermandosi a stringerle la mano mentre andava verso l'imboccatura esterna della caverna. «Con due simili esempi di coraggio davanti a sè, sarebbe vergognoso per un uomo dimostrare di non essere un eroe.» Poi si sedette al centro della grotta e strinse convulsamente la pistola che gli rimaneva, mentre il suo sguardo contratto e aggrottato annunciava la nera disperazione delle sue intenzioni. «Gli Uroni, se verranno, non potranno guadagnare questa posizione tanto facilmente come pensano,» mormorò, e appoggiando la testa alla roccia sembrò attendere con pazienza gli avvenimenti, benché il suo sguardo fosse instancabilmente volto verso l'accesso al loro rifugio.

Un profondo, lungo silenzio quasi di morte, seguì l'ultimo suono della sua voce. La fresca aria del mattino penetrò la grotta e la sua influenza agì, poco a poco, sugli spiriti di coloro che la occupavano. Man mano che i minuti passavano lasciandoli in quella tranquilla sicurezza, una sensazione di speranza si insinuò in loro, impadronendosi di ogni cuore, benché nessuno osasse esprimere una fiducia che il momento successivo avrebbe potuto tanto paurosamente distruggere.

Il solo David costituiva un'eccezione a questo alternarsi di emozioni. Un barlume di luce proveniente dall'apertura, attraversò il suo volto esangue e venne a cadere sulle pagine del volumetto che egli ricominciò a sfogliare come in cerca di qualche canzone che, più di qualsiasi altra di sua conoscenza, si adattasse alla loro condizione. Per tutto questo tempo, egli probabilmente agiva sotto il confuso ricordo della consolazione promessa da Duncan. Alla fine, si sarebbe detto che la sua paziente operosità avesse trovato una ricompensa poiché, senza spiegazioni né giri di frasi, pronunciò a voce alta le parole «Isola di Wight», trasse un lungo, dolce suono dal suo diapason a fiato, poi attaccò le modulazioni iniziali del motivo il cui titolo aveva appena enunciato, con i più dolci toni della sua voce musicale.

«Non potrebbe essere pericoloso?» domandò Cora volgendo uno sguardo fugace dei suoi neri occhi al Maggiore Heyward.

«Poveretto! La sua voce è troppo debole per essere udita nel rombo delle cascate,» fu la risposta, «inoltre la caverna gli sarà amica. Lasciate che si abbandoni alla sua passione, poiché può farlo senza rischio.»

«Isola di Wight!» ripeté David guardandosi attorno con quella dignità alla quale egli era stato a lungo avvezzo per zittire i mormorii della classe; «è una bella aria e fatta con parole solenni: cantiamola col dovuto rispetto!»

Dopo un momento di pausa, lasciata per far rispettare la disciplina, si udì la voce del cantore emettere basse sillabe mormoranti che pian piano si impadronirono dell'udito, finché riempirono la bassa volta con suoni resi ancor più emozionanti dal fioco e tremulo canto prodotto dalla sua debolezza. La melodia, che nulla poteva sciupare, esercitò la sua dolce influenza sui sensi di coloro che l'ascoltavano. Essa prevalse persino sulla misera parodia della canzone di David che il cantore aveva scelto da un volume di altre simili effusioni poetiche, e ne faceva dimenticare il significato nella insinuante armonia della musica. Alice si asciugò le lacrime e volse gli occhi inteneriti al viso pallido di Gamut con una espressione di puro diletto che ella non esibiva, né desiderava nascondere. Cora concesse un sorriso di approvazione ai pii sforzi dell'omonimo del principe dei giudei, ed Heyward presto distolse lo sguardo fisso ed irrigidito dall'apertura della caverna per posarlo, con aria raddolcita, sul viso di David e per cogliere qualche vaga occhiata che di tanto in tanto proveniva dagli occhi umidi di Alice, L'aperta simpatia degli ascoltatori eccitò lo spirito dell'amatore di musica la cui voce acquistò la sua ricchezza e potenza senza perdere quella commovente dolcezza che ne costituiva il fascino. Usando al massimo le sue rinnovate possibilità, egli riempiva le volte della grotta di toni lunghi e pieni, quando un urlo esploso di fuori, interruppe di colpo i suoi pii sforzi, bloccandogli improvvisamente la voce come se il cuore gli fosse letteralmente balzato in gola.

«Siamo perduti!» esclamò Alice gettandosi nelle braccia di Cora.

«Non ancora, non ancora,» replicò Heyward agitato ma intrepido; «il grido è venuto dal centro dell'isola ed è dovuto alla vista dei loro compagni morti. Non siamo stati scoperti e c'è ancora speranza.»

Debole e quasi disperata com'era la prospettiva di una via d'uscita, le parole di Duncan non furono inutili, poiché risvegliarono la forza d'animo delle sorelle, sì che esse poterono attendere in silenzio. Un secondo grido seguì presto il primo, e si udì un tumulto di voci irrompere da un capo all'altro dell'isola finché raggiunsero la roccia nuda sopra la caverna dove, dopo un grido di selvaggio trionfo, l'aria continuò ad essere riempita di urli e clamori tali che soltanto l'uomo può emettere, e solo nello stato della più feroce barbarie.

Le voci presto si diffusero intorno a loro in tutte le direzioni. Alcuni chiamavano i compagni dalla riva e questi rispondevano dalle alture sovrastanti. Si udivano grida provenienti dalle immediate vicinanze dell'abisso tra le due caverne, e queste si mescolavano a urli più rochi provenienti dal profondo del burrone. In breve, i rumori dei selvaggi erano dilagati così rapidamente sull'arida roccia, che non fu difficile per gli impauriti ascoltatori immaginare che essi provenissero da sotto di loro, mentre erano anche sopra e da tutti i lati.

In mezzo al tumulto si levò un grido di trionfo a poche iarde dall'entrata nascosta della caverna. Heyward abbandonò ogni speranza credendo che si trattasse del segnale che erano stati scoperti. Ma questa impressione passò, perché sentì le voci raccolte vicino al punto dove il bianco aveva, tanto a malincuore, abbandonato il fucile. Tra il gergo di dialetti indiani che egli ora udiva chiaramente, era possibile distinguere non solo le parole, ma anche delle intere frasi in patois canadese. Una esplosione di voci si era levata simultaneamente: «La Longue Carabine!» e la foresta di fronte a loro rimandava l'eco di un nome che Heyward ben ricordava essere stato attribuito dai nemici ad un famoso cacciatore ed esploratore del campo inglese, e del quale egli ora apprendeva essere stato il suo compagno nelle ultime ore.

«La Longue Carabine! La Longue Carabine!» L'esclamazione passava di bocca in bocca, finché l'intera masnada parve essersi radunata attorno ad un trofeo che sembrava la prova della morte del suo formidabile possessore. Dopo una vociferante consultazione, che era di tanto in tanto inframezzata da scoppi di gioia selvaggia, essi si separarono di nuovo, riempiendo l'aria col nome di un nemico il cui corpo, a quanto capì Heyward dai loro accenti, essi speravano di trovare, nascosto in qualche fenditura dell'isola.

«Ora,» mormorò egli alle tremanti sorelle, «ora è il momento di incertezza! Se il luogo che ci nasconde sfugge a questo minuzioso esame, siamo ancora salvi. In ogni caso saremo sicuri, da quanto sarà sfuggito ai nostri nemici, che i nostri amici sono salvi e in un paio d'ore potremo cercare aiuto da Webb.»

Vi furono due minuti di pauroso silenzio, durante i quali Heyward ben sapeva che i selvaggi stavano conducendo la loro ricerca col massimo di attenzione e metodicità. Più di una volta egli poté distinguere i loro passi mentre sfioravano il sassofrasso, facendo crepitare le foglie, secche e spezzando i ramoscelli. Alla fine la catasta cedette un po', un angolo della coperta cadde e un pallido raggio di luce illuminò l'interno della caverna. Cora si strinse convulsamente Alice al petto e Duncan scattò in piedi. In quel momento si sentì un grido che sembrava provenire dal centro della roccia, annunciando che erano finalmente entrati nella caverna vicina. In un minuto il numero e il volume delle voci indicò che l'intera banda si era raccolta dentro o attorno il nascondiglio. Poiché i passaggi interni delle due caverne erano vicinissimi, Duncan, credendo che la salvezza non fosse più possibile, passò davanti a David e alle sorelle per mettersi tra loro ed il primo attacco del terribile scontro. Disperando ormai della salvezza si avvicinò alla fragile barriera che lo separava di pochi piedi dai suoi infaticabili inseguitori, e appoggiando il viso all'occasionale apertura, osò persino guardare fuori, con una sorta di disperata indifferenza, per cogliere i loro movimenti.

A portata del suo braccio c'era la spalla scura di un gigantesco indiano, la cui voce, profonda ed autoritaria, sembrava dirigere le azioni dei compagni. Oltre cui Duncan poteva vedere anche che la caverna di fronte era piena di selvaggi che rivoltavano e saccheggiavano gli umili rifornimenti dell'esploratore. La ferita di David aveva tinto le foglie di sassofrasso di un colore di cui gli indiani ben sapevano che la stagione non era ancora giunta. Su questo segno del loro successo essi lanciarono un grido come cani che avessero ritrovato una traccia perduta. Dopo questo grido di vittoria, distrussero gli odorosi letti della caverna e portarono i rami verso il burrone, sparpagliando i ramoscelli, come sospettassero che vi fosse nascosto il corpo di un uomo che avevano tanto a lungo odiato e temuto. Un feroce guerriero dall'aspetto selvaggio, si avvicinò al capo portando una bracciata della sterpaglia e, indicando esultante le macchie rosso scuro delle quali era cosparsa, espresse la sua gioia con i tipici urli indiani, il cui significato Heyward fu in grado di comprendere solo dalla frequente ripetizione del nome «La Longue Carabine!» Quando il suo trionfo ebbe termine, il selvaggio gettò i ramoscelli sul mucchietto che Duncan aveva fatto davanti all'entrata della seconda caverna, coprendola. Il suo esempio fu seguito dagli altri che, prendendo i rami dalla caverna dell'esploratore, li gettavano sul mucchio, aumentando inconsapevolmente la sicurezza di coloro che cercavano. La fragilità di questa difesa ebbe il merito di far sì che nessuno pensasse di spostare un fascio di sterpaglie che tutti, in quel momento di fretta e confusione, credevano accumulato per caso dalle mani dei loro stessi compagni.

Quando la coperta cedette sotto la spinta esterna e i rami si sistemarono nell'apertura in virtù del loro stesso peso, venendo a formare una massa compatta, Duncan tornò a respirare liberamente. Con passo leggero e col cuore ancor più leggero, ritornò verso il centro della caverna e riprese il posto che aveva lasciato, tenendo così sotto controllo l'apertura verso il fiume. Mentre stava compiendo questo movimento, gli indiani, come avessero cambiato idea, si allontanarono tutti insieme dall'andito e furono uditi lanciarsi su per la collina, verso il punto donde erano discesi, Qui un alto grido di lamento rivelò che si erano di nuovo radunati attorno ai corpi dei compagni morti.

Duncan ora osò guardare le compagne, poiché, durante i momenti critici del pericolo aveva avuto cura che l'ansia della sua espressione non comunicasse ulteriore allarme a coloro che erano così poco in grado di sostenerlo.

«Se ne sono andati, Cora,» mormorò. «Alice, sono tornati là donde erano venuti, e noi siamo salvi! Al cielo, che solo ci ha liberati dall'essere catturati da nemici tanto impietosi, vada tutta la nostra gratitudine!»

«Al cielo vada il mio ringraziamento!» esclamò la sorella più giovane sollevandosi dall'abbraccio protettivo di Cora e gettandosi con immensa gratitudine su una nuda roccia, «al cielo che ha risparmiato le lacrime a un vecchio padre e ha salvato le vite di coloro che tanto amo...»

Tanto Heyward che la più calma Cora assistettero a questo atto di spontanea emozione con profonda simpatia, il primo pensando segretamente che mai la pietà aveva avuto un aspetto così amabile come quello che ora si incarnava nella bella persona di Alice. I suoi occhi sfavillavano di gratitudine, il rossore che la faceva tanto bella le era tornato sulle guance, e tutta la sua anima sembrava pronta ed ansiosa di riversare ringraziamenti attraverso quelle belle fattezze. Ma quando le sue labbra si mossero, le parole che dovevano pronunciare sembrarono irrigidirsi per un nuovo e improvviso gelo. Il rosa delle guance divenne pallore mortale, i suoi dolci e teneri occhi si fecero fissi e sembrarono contrarsi per l'orrore, mentre le mani che ella aveva sollevato si strinsero e si abbassarono orizzontalmente, e le dita indicarono qualcosa davanti a lei con movimento convulso. Heyward si girò nell'istante stesso in cui ella indicò la direzione del suo terrore e, sbircianti al di sopra della sporgenza che formava la soglia dell'imboccatura aperta della caverna, scorse i biechi, feroci e selvaggi lineamenti di Le Renard Subtil.

In quel momento di sorpresa Heyward non fu abbandonato dall'autocontrollo. Osservò, dall'espressione vuota del volto dell'indiano, che i suoi occhi, abituati all'aria aperta, non avevano ancora potuto penetrare la scarsa luce che pervadeva la profondità della caverna. Heyward aveva addirittura pensato di ripararsi dietro una curva naturale della parete che poteva ancora nascondere lui e i suoi compagni, quando, da un improvviso guizzo di intelligenza che attraversò il volto del selvaggio, comprese che era troppo tardi e che erano scoperti.

Lo sguardo di esultazione e brutale trionfo che annunciò questa terribile verità fu irresistibilmente provocatorio. Dimentico di tutto, tranne che dell'impulso del suo sangue generoso, Duncan spianò la pistola e sparò. La detonazione dell'arma fece rimbombare la caverna come l'eruzione di un vulcano, e quando il fumo che essa vomitò fu portato via dalla corrente d'aria proveniente dal burrone, il punto che appena prima era stato occupato dai lineamenti della guida traditrice, era di nuovo vuoto. Precipitandosi verso l'uscita Heyward vide per un attimo la sua scura sagoma scomparire dietro una bassa e stretta sporgenza che presto lo nascose completamente alla vista.

Tra i selvaggi uno spaventoso silenzio seguì l'esplosione che si era udita provenire dalle viscere della roccia. Ma quando Le Renard levò la voce in un lungo chiaro grido, gli fu risposto da un urlo spontaneo di tutti gli indiani che lo avevano udito. I clamori invasero ancora l'isola, e prima che Duncan avesse il tempo di riaversi dallo sbigottimento, la fragile barriera di sterpi venne sparpagliata al vento, la caverna fu invasa da entrambe le parti, e lui e le compagne furono strappati dal rifugio e portati alla luce dove vennero circondati dall'intera banda dei trionfanti Uroni.

   Capitolo X

 Temo che dovremo dormire

nel mattino che si avvicina.

Quanto abbiamo vegliato stanotte!

Sogno di una notte di mezza estate

 Quando l'emozione di questa subitanea disgrazia si placò un poco, Duncan cominciò ad osservare l'aspetto ed i gesti di coloro che li avevano catturati. Contrariamente alle abitudini degli indigeni quando si abbandonano alle gioie del successo, essi avevano rispettato non solo la persona delle tremanti sorelle, ma anche la sua.

A dire il vero, i ricchi ornamenti dei suoi abiti militari, erano stati più volte palpati da diversi individui della tribù con occhi che esprimevano un selvaggio desiderio di possedere quelle cianfrusaglie. Ma prima che l'usuale violenza potesse essere messa in atto, un ordine proveniente dalla voce autoritaria del gigantesco guerriero più sopra descritto, fermò una mano già sollevata, e convinse Heyward che essi sarebbero stati risparmiati per qualche scopo di particolare importanza. Mentre, tuttavia, si svolgevano queste manifestazioni di debolezza da parte dei giovani vanitosi del gruppo, i guerrieri più esperti continuavano la ricerca in entrambe le caverne, con una frenesia che denotava che essi erano ben lontani dall'essere soddisfatti di questa vittoria. Incapaci di scoprire altre vittime, questi diligenti vendicatori, ben presto si avvicinarono ai prigionieri maschi, pronunciando il nome di «La Longue Carabine» con una ferocia che era difficile fraintendere. Duncan finse di non comprendere il significato dei loro ripetuti e violenti interrogatori, mentre il compagno, ignorando il francese, fu risparmiato dallo sforzo di un simile inganno. Alla fine, stanco di questa insistenza e temendo che un ostinato silenzio avrebbe irritato coloro che lo avevano catturato, Duncan si guardò attorno in cerca di Magua, che avrebbe potuto tradurre le sue risposte alle domande che ogni momento si facevano più pressanti e minacciose.

Il comportamento di questo selvaggio aveva costituito un'eccezione a quello dei suoi compagni. Mentre gli altri erano indaffarati a cercare di soddisfare la loro infantile passione per i fronzoli, giungendo persino a saccheggiare le povere cose dell'esploratore, oppure cercando con una espressione di sanguinaria vendetta il loro padrone assente. Le Renard Subtil era rimasto in piedi, un po' discosto dai prigionieri, con un contegno così calmo e soddisfatto da rivelare che egli aveva già raggiunto lo scopo del suo tradimento. Quando gli occhi di Heyward incontrarono per la prima volta quelli della sua ex guida, fu costretto a distorglierli con orrore per il sinistro, sebbene calmo sguardo che incontrò. Tuttavia dominò il disgusto e fu in grado di rivolgersi al nemico vittorioso tenendo il viso volto altrove.

«Le Renard Subtil ha troppo l'animo di un guerriero,» disse Heyward riluttante, «per rifiutarsi di dire a un uomo disarmato che cosa dicono coloro che lo hanno catturato.»

«Chiedono del cacciatore che conosce i sentieri dei boschi,» replicò Magua lanciando uno sguardo feroce, nel suo inglese scorretto, e appoggiando nello stesso tempo una mano al rotolo di foglie con le quali gli era stata bendata una ferita alla spalla. «La Longue Carabine! Il suo fucile è buono e i suoi occhi non si chiudono mai ma, come la corta arma del capo bianco, egli non può nulla contro la vita di Le Subtil»

«Le Renard è troppo leale per ricordare le ferite ricevute in guerra e la mano che gliele ha inferte.»

«Era guerra quando l'indiano stanco si riposava sotto la canna per gustare il suo grano? Chi trasse il coltello? Chi parlava di pace mentre il suo cuore era tinto di sangue? Magua ha forse detto che la sua mano aveva dissepolto l'ascia?»

Poiché Duncan non osava ribattere a queste accuse ricordandogli il suo tradimento premeditato, e sdegnando di placare il rancore del selvaggio con parole di scusa, tacque. Anche Magua sembrò contento di interrompere la controversia, nonché ogni ulteriore comunicazione sull'argomento, perché riprese la sua posizione rilassata contro la roccia dalla quale, con uno scatto momentaneo si era sollevato. Ma il grido di «La Longue Carabine» venne ripetuto nel momento in cui gli impazienti selvaggi si accorsero che il breve dialogo era finito.

«Sentite?» disse Magua con fredda indifferenza. «I rossi Uroni chiedono la vita della ‹Lunga Carabina›, oppure prenderanno quella di coloro che lo nascondono!»

«Se n'è andato... fuggito, egli è ormai fuori tiro.»

Renard sorrise con freddo disprezzo e rispose: «Quando l'uomo bianco muore pensa di essere in pace, ma l'uomo rosso sa come torturare persino gli spiriti dei suoi nemici. Dov'è il suo corpo? Fate vedere la sua cotenna agli Uroni!»

«Non è morto, è fuggito.»

Magua scosse la testa incredulo. «È forse un uccello che può spiegare le ali, o un pesce che nuota senz'aria? Il capo bianco legge i suoi libri e crede che gli Uroni siano stupidi!»

«Benché non sia un pesce il ‹Lungo Fucile› sa nuotare. Si è immerso nel fiume quando tutte le polveri erano bruciate e gli occhi degli Uroni erano dietro una nuvola.»

«E perché è rimasto il capo bianco?» domandò l'indiano ancora incredulo. «È forse una pietra che va a fondo, oppure la cotenna gli scotta sulla testa?»

«Che non sono una pietra, il vostro compagno morto che è caduto nelle cascate, potrebbe dirlo se la vita fosse ancora in lui,» disse il giovane provocato usando, nella sua rabbia quel linguaggio borioso che era il più adatto a suscitare l'ammirazione di un indiano.

«L'uomo bianco pensa che solo i codardi abbandonano le loro donne.»

Magua borbottò alcune parole fra i denti, in modo impercettibile, prima di continuare ad alta voce: «Sanno i Delaware nuotare così come strisciano fra i cespugli? Dov'è Il Grande Serpente?›.»

Duncan, intuendo dall'uso di questi appellativi canadesi che i nemici conoscevano i suoi compagni molto meglio di lui, rispose riluttante: «Anch'egli se n'è andato gettandosi in acqua.»

«‹Cervo Agile› non è qui?.»

«Non conosco colui che chiamate ‹Cervo Agile›» disse Duncan, approfittando volentieri di qualunque scusa per indugiare.

«Uncas,» replicò Magua pronunciando il nome Delaware con difficoltà ancora maggiore che nel pronunciare le parole inglesi. «‹Alce che salta› è così che dice l'uomo bianco quando parla del giovane Mohicano.»

«C'è della confusione nei nomi tra noi, Le Renard,» disse Duncan sperando di provocare una discussione. «Daim è la parola francese per daino, e cerf per cervo; élan è il termine giusto quando si vuol parlare di un alce.»

«Sì,» borbottò l'indiano nella sua lingua natale; «i visi pallidi sono donne chiacchierone: hanno due parole per ogni cosa, mentre il pellorossa lascia che il suono della sua voce parli per lui.» Poi, cambiando lingua, continuò, attenendosi alla imperfetta nomenclatura del suo istruttore delle province: «Il daino è veloce ma debole, l'alce è veloce e forte e il figlio di ‹Le Serpent› è il ‹Cervo Agile›.»

«Ha forse saltato il fiume verso i boschi?»

«Se intendete il Delaware più giovane, anche lui è sceso nel fiume e se n'è andato.»

Poiché non vi era niente di improbabile per un indiano quanto al modo di fuggire, Magua ammise la verità di ciò che aveva udito con una prontezza che mise ancor più in evidenza quanto poco egli apprezzasse quei prigionieri per lui senza valore. I sentimenti dei suoi compagni, tuttavia, erano evidentemente diversi.

Gli Uroni avevano atteso l'esito di questo breve dialogo con tipica pazienza e in un silenzio che aumentò fino a diventare completo. Quando Heyward smise di parlare, tutti si volsero come un sol uomo verso Magua, domandando così, in modo eloquente, una spiegazione di quanto era stato detto. L'interprete indicò il fiume e li mise al corrente del risultato con i gesti e con le poche parole che pronunciò. Quando ciò che era accaduto fu compreso da tutti, i selvaggi levarono uno spaventoso grido che espresse l'entità del loro disappunto. Alcuni si precipitarono furiosi verso la riva del fiume, fendendo l'aria con gesti frenetici, mentre altri sputarono nell'acqua per esprimere la rabbia per il supposto tradimento da questa commesso contro il loro riconosciuto diritto di vincitori. Altri, e non i meno potenti e terribili della banda, gettavano sguardi umilianti, - in cui le passioni più feroci erano mitigate soltanto dall'abituale autocontrollo - ai prigionieri che ancora rimanevano in loro potere; mentre uno o due diede addirittura sfogo con i gesti più minacciosi ai propri sentimenti malvagi, contro i quali né il sesso, né la bellezza delle sorelle costituivano una difesa. Il giovane soldato fece un disperato ma inutile tentativo di lanciarsi al fianco di Alice quando vide la mano scura di un selvaggio insinuarsi nelle abbondanti trecce che le fluivano sulle spalle, mentre le faceva passare un coltello attorno alla testa dalla quale ricadevano, come ad indicare l'orrendo modo col quale sarebbe stata privata del suo meraviglioso ornamento. Ma le mani di Heyward erano legate, e al primo movimento che fece sentì la presa del potente indiano che comandava la banda stringergli la spalla come una morsa. Rendendosi subito conto che lottare contro una forza tanto superiore sarebbe stato inutile, si sottomise al suo destino, incoraggiando le gentili compagne, assicurandole piano e teneramente che i selvaggi raramente mancano di fare più minacce di quante non ne mettano in atto.

Duncan però, pur ricorrendo a queste parole di consolazione per acquietare l'ansia delle sorelle, non era tanto debole da ingannare se stesso. Egli ben sapeva che l'autorità di un capo indiano era così poco convenzionale che più spesso si reggeva sulla superiorità fisica che su qualsiasi supremazia morale. Il pericolo era perciò ingigantito in proporzione esatta al numero di selvaggi dai quali erano circondati. L'ordine più deciso di colui che sembrava il capo riconosciuto, era soggetto ad essere violato in ogni momento da qualsiasi mano sconsiderata che scegliesse di immolare una vittima in onore di qualche amico o parente morto. Perciò, mentre manteneva un aspetto calmo e forte, il cuore gli saltava in gola ogni qualvolta uno qualsiasi dei suoi aguzzini si avvicinava più del solito alle sorelle indifese o puntava lo sguardo bieco su quelle fragili forme così poco adatte a resistere al benché minimo assalto.

Le sue apprensioni furono però molto alleviate quando vide che il capo aveva raccolto i guerrieri intorno a sé per tenere consiglio. La discussione fu breve e, a quanto parve dal silenzio della maggior parte di loro, la decisione unanime. Dalla frequenza con la quale coloro che parlavano indicavano la direzione dell'accampamento di Webb, era chiaro che temevano che il pericolo provenisse da quella parte. Tale considerazione probabilmente affrettò la loro decisione e ne accelerò i successivi movimenti. Durante il breve conciliabolo, Heyward, un po' sollevato dalle sue paure maggiori, ebbe l'agio di ammirare il modo cauto con cui gli Uroni si erano avvicinati, anche dopo che le ostilità erano cessate.

Abbiamo già detto che la metà superiore dell'isola era costituita da una roccia nuda, e che essa era priva di qualsiasi difesa tranne che per pochi tronchi sparsi, portati dalla corrente. Gli Uroni avevano scelto questo punto per la discesa, e a questo scopo avevano trasportato una canoa attraverso i boschi, aggirando la cateratta. Dopo aver messo le armi nella piccola imbarcazione, una dozzina di uomini, aggrappandosi ai suoi fianchi, si erano assunti il compito di governare la canoa che era controllata anche da due dei più abili guerrieri, messi in modo tale che permettesse loro di dominare il passaggio pericoloso. Favoriti da questa posizione, essi toccarono la testa dell'isola nel punto stesso che era stato fatale ai primi di loro che vi si erano avventurati, col vantaggio però di essere in numero superiore e di possedere armi da fuoco. Fu chiaro a Duncan che le cose si erano svolte in questo modo poiché essi ora trasportarono il leggero guscio dall'alto della roccia e lo misero in acqua, vicino all'imboccatura della caverna esterna. Non appena tutto ciò fu eseguito, il capo fece segno ai prigionieri di scendere ed entrare. Poiché era impossibile qualsiasi resistenza, ed inutile qualunque protesta, Heyward diede l'esempio di sottomissione facendo strada verso la canoa, dove presto fu fatto sedere con le sorelle e l'ancora frastornato David. Malgrado gli Uroni non conoscessero i piccoli canali tra i vortici e le rapide di quel fiume, conoscevano troppo bene questo genere di navigazione per commettere qualsiasi errore materiale. Quando il pilota scelto per guidare la canoa ebbe preso il suo posto, l'intera banda si tuffò di nuovo nel fiume, l'imbarcazione scivolò lungo la corrente e in pochi momenti i prigionieri si trovarono alla sponda sud del fiume, all'incirca di fronte al punto in cui erano approdati la sera precedente.

Qui fu tenuto un altro breve ma concitato conciliabolo, durante il quale i cavalli - al cui panico i padroni attribuivano la colpa delle loro peggiori disgrazie - furono condotti fuori dal bosco che li nascondeva e lì messi al riparo. La banda ora si divise. Il grande capo spesso menzionato, montando il cavallo di Heyward, si mise alla testa della compagnia e attraversò subito il fiume seguito dalla maggior parte del suo popolo, poi scomparve nella foresta, lasciando i prigionieri affidati a sei selvaggi comandati da Le Renard Subtil. Duncan assistette a tutti questi movimenti con rinnovata ansia.

L'insolita tolleranza dei selvaggi gli aveva fatto credere di essere stato risparmiato come prigioniero da inviare a Montcalm. Poiché i pensieri di coloro che sono in disgrazia raramente si assopiscono e l'inventiva non è mai tanto viva come quando è stimolata dalla speranza, per quanto debole e remota essa sia, egli si era spinto ad immaginare persino che l'amore paterno avrebbe fatto dimenticare a Munro i suoi doveri verso il re. Infatti, benché il comandante francese avesse un carattere coraggioso e intraprendente, lo si sapeva anche esperto in quelle pratiche politiche che non sempre rispettano i migliori obblighi morali e che hanno dato, in generale, una cattiva fama alla diplomazia europea di quel periodo.

Tutte quelle fervide e ingegnose congetture vennero ora verificate dal comportamento degli indigeni che li avevano in loro potere. La parte della banda che aveva seguito l'enorme guerriero, si era incamminata verso i piedi dell'Horican e a lui ed ai suoi compagni non rimaneva altro da aspettarsi se non di essere tenuti irrimediabilmente prigionieri dai selvaggi vincitori.

Ansioso di conoscere il peggio e volendo, in un così grave frangente, provare la potenza dell'oro, Heyward vinse la propria riluttanza a parlare con Magua. Rivolgendosi alla sua ex-guida, che ora aveva assunto l'autorità e i modi di chi avrebbe diretto i futuri movimenti della compagnia, disse nel tono più amichevole e confidenziale che gli fu possibile: «Vorrei dire a Magua cose che solo a un grande capo si addice ascoltare.»

L'indiano volse gli occhi sprezzanti verso il giovane soldato e rispose: «Parlate, gli alberi non hanno orecchie!»

«Ma gli Uroni rossi non sono sordi, e consigli che si adattano ai grandi di un popolo potrebbero inebriare dei giovani guerrieri. Se Magua non vuole ascoltare, l'ufficiale del re sa come stare zitto.»

Il selvaggio parlò con fare noncurante ai compagni che, piuttosto impacciati, si davano da fare per preparare i cavalli delle sorelle, poi si mise un poco di lato e con un gesto circospetto invitò Heyward a seguirlo.

«Ora parlate,» disse «se si tratta di parole che Magua deve udire.»

«Le Renard Subtil si è dimostrato degno del nome onorevole che i suoi padri canadesi gli hanno attribuito,» cominciò Heyward. «Vedo la sua saggezza e tutto quello che ha fatto per noi e lo ricorderò quando verrà l'ora della ricompensa. Sì! Renard ha dimostrato non solo di essere un grande capo al consiglio, ma anche uno che sa come ingannare i suoi nemici!»

«Cos'ha fatto Renard?» domandò freddamente l'indiano.

«Come! Non ha egli visto che il bosco era pieno di gruppi nemici disseminati intorno a noi, tanto che il serpente non avrebbe potuto insinuarsi in mezzo a loro senza essere visto? Allora non ha forse preso la strada per confondere gli occhi degli Uroni? Non ha finto di tornare alla sua tribù che lo aveva maltrattato e cacciato dalle sue tende come un cane? E quando noi abbiamo visto ciò che voleva fare, non lo abbiamo forse aiutato facendo gli ipocriti, in modo che gli Uroni pensassero che l'uomo bianco credeva l'amico un nemico? Non è vero tutto questo? E quando Le Subtil ebbe chiuso gli occhi e tappato le orecchie del suo popolo con la sua astuzia, non hanno essi dimenticato che una volta lo avevano ingannato e lo hanno costretto a fuggire dai Mohawks? E non lo hanno essi lasciato sulla riva sud del fiume con i suoi prigionieri mentre gli altri erano andati stupidamente a nord? Non intende dunque Le Renard tornare sui suoi passi come una volpe e portare al ricco e canuto scozzese le sue figlie? Sì, Magua! Io vedo tutto questo, e ho già pensato come ripagare tanta saggezza ed onestà. Prima di tutto il comandante di William Henry si comporterà come si addice a un grande capo per questi servigi. La medaglia di Magua non sarà più di latta, ma d'oro lavorato, il suo corno traboccherà di polvere, i dollari saranno abbondanti nelle sue tasche quanto i ciottoli sulla riva dell'Horican e il cervo verrà a leccargli la mano perché saprà che è inutile sfuggire al fucile che porterà! Quanto a me non so come superare la gratitudine dello scozzese, ma io..., sì io...»

«Che cosa offrirà il giovane capo che viene dal sole?» domandò l'Urone osservando che Heyward esitava a terminare l'elenco dei benefici con ciò che poteva costituire il massimo dei desideri di un indiano.

«Farò scorrere l'acqua di fuoco dalle isole del lago salato davanti alla tenda di Magua, finché il suo cuore sarà più lieve delle piume di un colibrì e il suo respiro più dolce del caprifoglio selvatico.»

Le Renard aveva ascoltato con espressione solenne lo svolgersi dell'astuto discorso di Heyward. Quando il giovane finse di supporre che l'indiano aveva ingannato il proprio popolo, il viso dell'ascoltatore fu velato da un'espressione di cauta gravità. All'allusione del tradimento a causa del quale Duncan faceva mostra di credere che l'Urone fosse stato cacciato dalla sua tribù nativa, un guizzo di incontenibile ferocia attraversò gli occhi dell'altro, tanto da indurre l'audace oratore a credere di aver toccato la corda giusta. Quando poi giunse al punto in cui mescolava tanto abilmente la sete di vendetta col desiderio di lucro ottenne, quanto meno, la più piena e profonda attenzione del selvaggio. La domanda di Le Renard era stata calma e posta con la consueta dignità indiana, ma era perfettamente chiaro, dall'espressione pensosa del suo volto, che la risposta era stata escogitata nel modo più astuto.

L'Urone rifletté per alcuni attimi, poi, appoggiando la mano sulla rossa fasciatura della spalla ferita, disse piuttosto energicamente: «Fanno forse gli amici simili segni?»

«La Longue Carabine ferirebbe forse così leggermente un nemico?»

«I Delaware strisciano forse su quelli che amano come serpenti, attorcigliandosi per colpire?»

«Le Gros Serpent sarebbe stato udito da chi ha orecchie che egli vuole sorde?»

«Il capo bianco fa forse esplodere le sue polveri in faccia a un fratello?»

«Ha egli mai sbagliato la mira quando ha seriamente desiderato uccidere?» rispose Duncan sorridendo con ben simulata sincerità.

Un'altra lunga e ponderata pausa seguì queste sentenziose domande e le pronte risposte. Duncan osservò che l'indiano esitava. Allo scopo di completare la vittoria, stava per ricominciare l'elenco delle ricompense, quando Magua fece un gesto espressivo e disse: «Basta! Le Renard è un capo saggio, e si vedrà ciò che farà. Andate e tenete la bocca chiusa. Quando Magua parlerà, sarà il momento di rispondere.»

Heyward, vedendo che gli occhi dell'interlocutore erano sospettosamente volti verso il resto della banda, si ritirò immediatamente per evitare di suscitare il sospetto di un complotto col loro capo. Magua si avvicinò ai cavalli e finse di essere compiaciuto della diligenza e dell'abilità dei compagni. Poi, mediante un cenno, disse a Heyward di aiutare le sorelle a montare in sella perché raramente si degnava di far uso della lingua inglese, a meno che non ne fosse costretto da qualche motivo di importanza maggiore del consueto.

Non vi fu più nessun pretesto plausibile per indugiare e Duncan fu costretto, benché a malincuore, a obbedire. Intanto sussurrò le sue rinate speranze nelle orecchie delle donne tremanti le quali, per la paura di incontrare gli sguardi selvaggi di coloro che le avevano catturate, raramente sollevavano gli occhi da terra. La giumenta di David era stata portata via da coloro che avevano seguito il grande capo, di conseguenza, tanto il suo proprietario che Duncan, furono costretti ad andare a piedi. Questi, tuttavia, non ne fu molto dispiaciuto perché ciò gli avrebbe permesso di rallentare l'andatura della compagnia e continuava a volgere sguardi speranzosi in direzione di Fort Edward, nella vana attesa di cogliere qualche rumore che potesse denotare l'avvicinarsi del soccorso da quella parte della foresta.

Quando tutto fu pronto Magua diede il segnale di partenza, mettendosi alla testa per guidare di persona la compagnia. Lo seguiva David, il quale si stava gradatamente rendendo conto della propria situazione man mano che scompariva l'effetto della ferita; dietro di lui cavalcavano le sorelle con a fianco Heyward, mentre gli indiani affiancavano la compagnia e chiudevano la marcia con una vigilanza che sembrava non allentarsi mai.

Così proseguirono in un silenzio interrotto soltanto quando Heyward rivolgeva qualche isolata parola di conforto alle donne, o David dava sfogo agli affanni del suo spirito con pietosi gemiti che, secondo lui, esprimevano l'umiltà della rassegnazione. La direzione che avevano preso era verso sud, per una strada quasi opposta a quella che conduceva a William Henry. Nonostante Magua si attenesse alle decisioni dei vincitori, Heyward non poteva credere che le sue allettanti lusinghe fossero state dimenticate così presto, e conosceva troppo bene le tortuosità di un sentiero indiano per supporre che la sua direzione apparente portasse direttamente alla meta, quando invece l'artificio era tanto necessario. Intanto miglio dopo miglio, essi attraversavano la sconfinata foresta in questo stato penoso, senza la prospettiva di vedere la fine del viaggio. Heyward guardava i raggi del sole dardeggiare attraverso i rami degli alberi, e aspettava con ansia il momento in cui Magua avrebbe mutato il corso della loro marcia in una direzione più favorevole alle sue speranze. A volte immaginava che il prudente selvaggio, disperando di superare incolume l'esercito di Montcalm, avrebbe diretto il cammino verso un ben noto distretto di confine, dove un insigne ufficiale della corona e un amico delle Sei Nazioni aveva i suoi vasti possedimenti e la sua residenza abituale. Essere lasciati nelle mani di Sir William Johnson era di gran lunga preferibile all'essere condotto nelle lande selvagge del Canadà. Ma anche se si fosse verificata la prima ipotesi sarebbe stato necessario attraversare la foresta per molte faticose leghe, e ad ogni passo egli si sarebbe allontanato dal teatro della guerra, e di conseguenza dal luogo dove non solo l'onore, ma il dovere, lo aspettavano.

Solo Cora ricordava il consiglio datole dall'esploratore prima di andarsene, e ogni qualvolta se ne offriva l'opportunità, ella allungava un braccio per piegare i ramoscelli che le venivano a portata di mano. Ma la vigilanza degli indiani rendeva questo gesto di precauzione difficile e pericoloso. Ella spesso non poté attuare il suo proposito perché incontrava i loro occhi attenti e a volte divenne necessario fingere una paura che non provava e occupare l'arto in qualche gesto di femminile apprensione. Una volta, una sola, ella riuscì pienamente: quando spezzò il ramo di un grande sommacco, e per un'idea improvvisa, lasciò cadere il suo guanto nello stesso istante. Questo segno, lasciato per coloro che avrebbero seguito, fu osservato da uno dei conduttori che, restituito il guanto, ruppe i restanti rami del cespuglio in modo da far credere che ciò fosse causato dalla lotta di qualche animale, poi portò la mano al tomakowk con uno sguardo così significativo da scoraggiare definitivamente questi tentativi di segnalare il loro passaggio. Poiché entrambi i gruppi degli indiani avevano cavalli che lasciavano l'impronta dei loro passi, questa interruzione pose termine ad ogni speranza di ricevere aiuto comunicando con segnali lasciati da loro.

Heyward avrebbe osato protestare se soltanto ci fosse stato qualcosa che lo incoraggiasse nel torvo riserbo di Magua. Invece il selvaggio si girava raramente a guardare coloro che lo seguivano e non parlava mai. Col sole come unica guida e aiutato da quegli oscuri segni conosciuti soltanto dalla sagacia di un indigeno, egli dirigeva la marcia lungo distese desolate di pini, attraverso fertili vallette sparse qua e là, ruscelli e rivoli, o sopra colline ondulate, con l'infallibilità dell'istinto e quasi con la sicurezza di un uccello. Egli sembrava non esitare mai. Che il sentiero si scorgesse appena o sparisse, o si stendesse davanti a lui battuto e chiaro, nulla era in grado di produrre rilevanti differenze nella sua andatura o nella sua sicurezza. Sembrava che la fatica non avesse effetto su di lui. Ogni qualvolta gli occhi degli affaticati viaggiatori si alzavano dalle foglie secche che calpestavano, vedevano la sua scura sagoma sfiorare i tronchi degli alberi e la testa rigidamente fissa in avanti, con in cima la lieve piuma che fluttuava ad ogni spostamento d'aria provocato unicamente dai suoi rapidi movimenti.

Ma tutta questa attenzione e questa fretta non erano senza scopo. Dopo aver attraversato una bassa valle in cui serpeggiava un impetuoso ruscello, egli improvvisamente salì su una collina così scoscesa e difficile da costringere le sorelle a scendere da cavallo per proseguire. Quando raggiunsero la cima si trovarono in un luogo pianeggiante, ma con pochi alberi, sotto uno dei quali Magua si gettò come desideroso e deciso a cercare quel riposo di cui l'intera compagnia aveva tanto bisogno.

  Capitolo XI

Che la mia tribù sia maledetta

se lo perdono.

Shylock

L'indiano aveva scelto a questo scopo una di quelle colline scoscese, a forma di piramide, che tanto somigliano a dei monticelli artificiali e sono così frequenti nelle valli americane. Quella in questione era alta e ripida con la cima appiattita come al solito, ma con uno dei pendii più irregolare del consueto. Apparentemente non aveva altro vantaggio, come luogo in cui riposare, che l'altezza e la forma che avrebbero potuto rendere facile la difesa e quasi impossibile la sorpresa. Heyward, tuttavia, poiché non si aspettava più quel soccorso che l'ora e la distanza rendevano impossibile, osservava questi piccoli particolari con occhio privo di interesse, e si dedicava interamente a confortare le compagne più deboli e ad esprimere con loro il proprio dolore. I Narraganset erano stati lasciati a masticare i ramoscelli degli alberi e i radi arbusti sparsi sulla cima della collina, mentre ciò che rimaneva delle provviste fu distribuito all'ombra di un faggio che estendeva i suoi rami sopra di loro come un baldacchino.

Nonostante la rapidità della fuga, uno degli indiani era riuscito a colpire con una freccia un daino isolato e aveva pazientemente trasportato sulle spalle le parti migliori della vittima fino al luogo in cui si fermarono. Senza l'aiuto di nessuna arte culinaria, egli e i suoi compagni presero ad ingozzarsi di questa sostanza commestibile. Il solo Magua sedeva in disparte, senza partecipare a quel pasto rivoltante e apparentemente immerso nei più profondi pensieri.

Questa astinenza, cosa tanto notevole in un indiano che ha modo di soddisfare la propria fame, finì con l'attrarre l'attenzione di Heyward. Il giovane credette volentieri che l'Urone avesse assunto un atteggiamento adatto ad eludere la vigilanza dei propri compagni. Allo scopo di sostenere il proprio piano con qualche suggerimento, egli si allontanò dal faggio e si mise a gironzolare, apparentemente senza scopo, intorno al luogo dove era seduto Le Renard.

«Magua non ha preso abbastanza sole in faccia per sfuggire al pericolo dei canadesi?» domandò egli come se non dubitasse più della complicità esistente fra loro. «E il capo di William Henry non sarà più contento di vedere le sue figlie prima che un'altra notte indurisca il suo cuore per tale perdita e lo renda meno generoso nella ricompensa?»

«I visi pallidi amano forse i loro figli al mattino meno che alla sera?» domandò freddamente l'indiano.

«Affatto» replicò Heyward ansioso di correggere il proprio errore, se mai ne avesse fatto uno: «l'uomo bianco può dimenticare, e spesso lo fa, la tomba dei propri padri, a volte cessa di ricordare coloro che dovrebbe amare e ha promesso di avere a cuore, ma all'affetto di un genitore per il proprio figlio, non è mai permesso di morire.»

«È tenero il cuore del capo dalla testa bianca e penserà alle creature che le sue squaw gli hanno dato? Egli è duro con i guerrieri e i suoi occhi sono di pietra!»

«È severo con i pigri e i malvagi, ma con gli assennati e meritevoli egli è un capo giusto ed umano. Ho conosciuto molti genitori amorosi e teneri ma mai ho conosciuto un uomo il cui cuore fosse più dolce verso le sue creature. Voi avete visto quella testa grigia davanti ai suoi guerrieri, Magua, ma io ho visto i suoi occhi velati di lacrime mentre parlava di queste figlie che ora sono in vostro potere!»

Heyward si fermò perché non sapeva come interpretare la strana espressione che attraversò i bruni lineamenti dell'attento indiano. Dapprima sembrò che il ricordo della ricompensa promessa divenisse più vivo nella sua memoria mentre ascoltava la descrizione di quell'amore paterno che consolidava il suo potere; ma via via che Duncan procedeva, l'espressione di gioia si andava facendo così ferocemente maligna da rendere impossibile non dedurne che provenisse da qualche passione ancor più sinistra della cupidigia.

«Va,» disse l'Urone, padroneggiando subito quella manifestazione traditrice mutandola in una espressione di calma mortale. «Va dalla figlia dagli occhi neri e dille che Magua l'aspetta per parlarle. Il padre ricorderà ciò che la figlia promette.»

Duncan, interpretando questo discorso come il segno che egli desiderasse qualche ulteriore garanzia che i doni promessi non sarebbero stati rifiutati, lentamente e di mala voglia tornò al luogo dove le sorelle si stavano riposando della fatica, per comunicarne il contenuto a Cora.

«Voi comprendete la natura dei desideri di un indiano,» le disse mentre la accompagnava verso il luogo dove era attesa, «e dovete essere prodiga nelle vostre offerte di polvere e coperte. Le bevande forti, tuttavia, sono ciò che quelli come lui apprezzano maggiormente, né sarebbe male aggiungere qualche dono vostro personale, offerto con quella grazia che vi è propria. Ricordate, Cora, che dalla vostra presenza di spirito e dalla vostra abilità possono dipendere in qualche misura la vostra vita e quella di Alice.»

«E la vostra, Heyward!»

«La mia è di poca importanza; appartiene già al mio re ed è un onore essere preso da un nemico vittorioso. Non ho un padre che mi aspetta e ho pochi amici a dolersi per un destino che ho cercato col desiderio insaziabile che la giovinezza ha per gli onori. Ma zitta! Ci stiamo avvicinando all'indiano. Magua, la signora con la quale volete parlare è qui.»

L'indiano si alzò lentamente e, per quasi un minuto, rimase in piedi, silenzioso ed immobile. Poi fece segno con la mano a Heyward di ritirarsi, dicendo freddamente: «Quando l'Urone parla a una donna, la sua tribù si tappa le orecchie.»

Mentre Duncan ancora indugiava come se rifiutasse di obbedire, Cora disse con un calmo sorriso: «Sentite, Heyward? La delicatezza almeno dovrebbe spingervi a ritirarvi. Andate da Alice e confortatela con la vostra rinata speranza.»

Ella aspettò finché se ne fu andato, poi girandosi verso l'indiano con la dignità propria del suo sesso nella voce e nei modi, aggiunse: «Che cos'ha da dire Le Renard alla figlia di Munro?»

«Ascoltate,» disse l'indiano stringendole un braccio, come se volesse attirare tutta la sua attenzione - gesto che Cora respinse fermamente ma con calma liberando l'arto da quella stretta: «Magua è nato capo e guerriero fra gli Uroni rossi dei laghi; egli ha visto il sole di venti estati sciogliere la neve di venti inverni e farla scorrere nel fiume, prima di incontrare i visi pallidi; ed era felice! Poi i suoi padri canadesi vennero nella foresta e gli insegnarono a bere l'acqua di fuoco, ed egli divenne una canaglia. Gli Uroni lo cacciarono dalle tombe dei suoi padri come caccerebbero il bufalo inseguito. Egli scese alle spiagge dei laghi e seguì il loro sbocco fino alla ‹città del cannone›, là egli ha cacciato e pescato finché il suo popolo lo respinse di nuovo, attraverso i boschi, nelle braccia dei suoi nemici. Il capo che era nato Urone, divenne alla fine un guerriero fra i Mohawks.»

«Ho già udito qualcosa di simile» disse Cora osservando che si era fermato per soffocare quelle passioni che cominciavano a bruciare di una fiamma troppo viva, mentre gli tornavano alla mente i ricordi dei torti di cui si riteneva vittima.

«Era colpa di Le Renard se la sua testa non era di roccia? Chi gli ha dato l'acqua di fuoco? Chi lo ha trasformato in un mascalzone? Sono stati i visi pallidi, la gente del vostro colore.»

«Sono io responsabile se esistono uomini sconsiderati e senza principi il cui colore del viso può somigliare al mio?» domandò Cora con calma al selvaggio esaltato.

«No, Magua è un uomo, e non è stupido; a quelli come voi che non aprono mai le labbra all'acqua di fuoco, il Grande Spirito ha dato la saggezza!» «Che cosa dunque devo fare o dire per rimediare alle vostre disgrazie, per non dire ai vostri errori!»

«Ascoltate,» ripeté l'indiano, riprendendo il suo atteggiamento compassato: «quando i suoi padri inglesi e francesi disseppellirono l'ascia, Le Renard colpì il palo di guerra dei Mohawks e andò contro il suo stesso popolo. I visi pallidi hanno respinto i pellerossa dai loro territori di caccia e ora, quando combattono, un uomo bianco li comanda. Il vecchio capo dell'Horican, vostro padre, era il grande capitano della nostra compagnia. Egli diceva ai Mohawks: fate questo, fate quello, ed era obbedito. Fece una legge secondo la quale un indiano che inghiottiva l'acqua di fuoco ed entrava nelle wigwams di stoffa dei suoi guerrieri, sarebbe stato punito. Magua scioccamente aprì la bocca ed il bruciante liquore lo condusse nell'alloggiamento di Munro. Che cosa fece la testa grigia? Lo dica sua figlia.»

«Egli non dimenticò le sue parole e fece giustizia, punendo chi lo aveva offeso» disse la figlia impavida.

«Giustizia!» ripeté l'indiano gettando un'occhiata più che mai feroce sul viso impassibile di lei. «È giustizia fare il male e poi punire per esso? Magua non era in sé, era l'acqua di fuoco che parlava e agiva per lui! Ma Munro non lo credette. Il capo Urone fu legato davanti a tutti i soldati bianchi e frustato come un cane.»

Cora rimase silenziosa perché non sapeva come rimediare a questa imprudente severità di suo padre in modo comprensibile per un indiano.

«Guardate!» continuò Magua spostando la leggera giubba di tela stampata che mal gli nascondeva il petto dipinto. «Ecco degli sfregi inferti da coltelli e pallottole: di questi un guerriero può farsi vanto davanti al suo popolo; ma Testa-Grigia ha lasciato segni sulla schiena del capo Urone che egli deve nascondere come una squaw, sotto questa stoffa variopinta dei bianchi.»

«Credevo,» replicò Cora, «che un guerriero indiano fosse paziente e che il suo spirito non sentisse e ignorasse il dolore che sopporta il suo corpo.»

«Quando i Chippewa legarono Magua al palo e gli inflissero queste ferite,» disse l'altro appoggiando un dito ad una profonda cicatrice, «l'Urone rise loro in faccia e disse che solo le donne colpiscono così piano! Il suo spirito allora era nelle nuvole! Ma quando sentì i colpi di Munro, Magua giacque sotto la sferza. Lo spirito di un Urone non è mai ubriaco, esso ricorda per sempre.»

«Ma tutto ciò può essere dimenticato. Se mio padre vi ha fatto delle ingiustizie, mostrategli come un indiano può dimenticare un'ingiuria e riportategli le sue figlie. Avete udito dal Maggiore Heyward...»

Magua scosse la testa, impedendo la ripetizione di offerte che tanto disprezzava.

«Che cosa volete?» continuò Cora dopo una penosissima pausa, mentre si faceva strada nella sua mente la convinzione che il troppo ottimista e generoso Heyward era stato ingannato dall'astuzia del selvaggio.

«Quello che un Urone ama... bene per bene, male per male!»

«Volete dunque vendicarvi delle offese inflittevi da Munro, sulle sue figlie indifese. Non sarebbe più da uomo presentarsi a lui e prendere la soddisfazione che si addice a un guerriero?»

«Le armi dei visi pallidi sono lunghe e i loro coltelli acuminati!» replicò il selvaggio con una risata malvagia. «Perché Le Renard dovrebbe andare tra i moschetti dei guerrieri di Testa-Grigia mentre ha in pugno il suo spirito?»

«Dite le vostre intenzioni, Magua,» disse Cora lottando con se stessa per parlare con fermezza e calma. «intendete forse condurci prigionieri nei boschi, oppure avete in mente qualche male peggiore? Non c'è nessuna ricompensa, nessun mezzo per rimediare all'ingiuria e rendere più tenero il vostro cuore? Liberate almeno la mia dolce sorella e versate tutto il vostro rancore su di me. Acquistate la ricchezza con la sua salvezza e soddisfate la vostra sete di vendetta con una sola vittima. La perdita di entrambe le figlie potrebbe portare quel vecchio alla tomba, che soddisfazione ne trarrebbe allora Le Renard?»

«Ascoltate!» disse ancora l'indiano. «Occhi chiari può tornare all'Horican e raccontare al vecchio capo cosa è stato fatto se la donna dai capelli neri giurerà sul Grande Spirito dei suoi padri di non dire menzogne.»

«Che cosa devo giurare?» domandò Cora mantenendo ancora un segreto ascendente sul feroce indigeno con la raccolta dignità femminile della sua presenza.

«Quando Magua lasciò il suo popolo, sua moglie fu data a un altro capo; ora egli è divenuto amico degli Uroni e tornerà alle tombe della sua tribù, sulle sponde del grande lago. Che la figlia del capo inglese lo segua e viva nella sua wigwam per sempre.»

Per quanto rivoltante fosse una simile proposta per Cora, ella mantenne, nonostante il profondo disgusto, sufficiente autocontrollo per rispondere senza tradire debolezza alcuna.

«E che piacere troverebbe Magua nel dividere la sua capanna con una moglie che non ama, una che appartiene a un popolo e ha un colore diverso dal suo? Sarebbe meglio prendere l'oro di Munro e comprare il cuore di qualche fanciulla urone con i suoi regali.»

L'indiano non rispose per quasi un minuto, ma volse sguardi ardenti al viso di Cora, con guizzi così penetranti che gli occhi di lei si abbassarono per la vergogna, sotto l'impressione di avere per la prima volta incontrato un'espressione che nessuna donna casta può sopportare. Mentre ella si ritirava in se stessa, la voce di Magua rispose nei toni della più profonda malvagità: «Quando i colpi brucerebbero il dorso dell'Urone, egli saprebbe dove trovare una donna che ne sentisse il dolore. La figlia di Munro porterebbe la sua acqua, abbrustolirebbe il suo grano e cucinerebbe la sua selvaggina. Il corpo di Testa Grigia dormirebbe fra i suoi cannoni, ma il suo cuore sarà alla portata del coltello di Le Subtil!»

«Mostro! Meriti bene il tuo nome di traditore!» gridò Cora, in una incontrollabile esplosione di indignazione filiale. «Solo un demonio potrebbe meditare una simile vendetta! Ma sopravvaluti il tuo potere! Vedrai che sarà proprio il cuore di Munro che ora tieni in pugno, a sfidare la tua peggiore malvagità!»

L'indiano rispose a questa audace sfida con un orrendo sorriso che mostrava che le sue intenzioni non erano cambiate, mentre le faceva segno di allontanarsi, come per chiudere quel colloquio per sempre. Cora, già rimpiangendo la propria irruenza, fu costretta ad obbedire, perché Magua se ne andò subito e si avvicinò agli ingordi compagni.

Heyward si precipitò al fianco della donna tutta agitata e chiese quale fosse il risultato di quel dialogo che egli aveva osservato a distanza con tanto interesse. Ma, non volendo risvegliare le paure di Alice, ella evitò una risposta diretta, tradendo solo nell'espressione del viso il suo completo insuccesso, e gettando sguardi ansiosi sui minimi movimenti dei vincitori. Alle ripetute e appassionate domande della sorella riguardanti il loro probabile destino, ella rispondeva soltanto indicando il gruppo di uomini scuri con una agitazione che non poteva controllare e mormorava stringendosi al petto Alice: «Là, là, leggi il nostro destino sui loro visi: vedremo, vedremo!»

Il gesto e la voce soffocata di Cora dicevano più di qualsiasi parola, e presto l'attenzione dei compagni fu attratta verso il punto che ella fissava, con una intensità che solo l'importanza della posta in gioco poteva creare.

Quando Magua raggiunse il gruppo di compagni che, pigramente distesi e sazi del disgustoso pasto, giacevano in terra con brutale abbandono, cominciò a parlare con la tipica solennità di un capo indiano. Le prime sillabe che pronunciò ebbero l'effetto di farli alzare in atteggiamento di rispettosa attenzione. Poiché l'Urone parlava la sua lingua nativa, i prigionieri, nonostante gli indigeni per precauzione li tenessero a portata dei loro tomahawk potevano dedurre la sostanza del discorso solo dalla natura di quei gesti significativi che un indiano usa accompagnare alla sua eloquenza. Da principio la lingua e i gesti di Magua sembrarono calmi e decisi. Dopo che l'Urone ebbe risvegliato sufficientemente l'attenzione dei compagni, Heyward intuì, dal fatto che indicava spesso la direzione dei grandi laghi, che stava parlando della terra dei loro padri e della loro lontana tribù. Frequenti accenni di applauso sfuggirono agli ascoltatori i quali, mentre emettevano l'espressivo «hugh!» si guardavano a vicenda per esprimere la loro approvazione. Le Renard era troppo furbo per non approfittare di questo vantaggio. Si mise a parlare della lunga e faticosa strada percorsa dopo aver lasciato le loro terre sconfinate e i loro villaggi felici per venire a combattere i nemici dei padri canadesi. Enumerò i guerrieri della compagnia, i loro vari meriti, i loro frequenti servizi al popolo, le loro ferite e il numero di cotenne che avevano preso. Ogniqualvolta alludeva ad uno dei presenti (e l'astuto indiano non ne dimenticò nessuno), il viso scuro dell'individuo adulato si illuminava di esultanza, né esitava ad affermare la verità di quelle parole con gesti di approvazione. Poi la voce dell'oratore cadde e perdette gli alti toni animati di trionfo coi quali aveva elencato le loro imprese di successo e vittoria. Descrisse la cateratta di Glenn, l'inespugnabile posizione della sua isola rocciosa, con le sue caverne e le sue numerose rapide e mulinelli, fece il nome della «Longue Carabine» e restò in silenzio finché la foresta sotto di loro non ebbe rimandato l'ultima eco dell'alto, lungo grido col quale l'odiato appellativo era stato accolto. Indicò il giovane soldato prigioniero e descrisse la morte di un guerriero amato che era stato precipitato nel profondo burrone dalle sue mani. Egli non si limitò ad alludere alla sorte di colui che, ondeggiando tra cielo e terra, aveva offerto un tale spettacolo di orrore all'intera banda, ma addirittura mimò i terrori della sua situazione, la sua risolutezza e la sua morte, salendo sui rami di un alberello; infine descrisse rapidamente il modo nel quale ciascuno dei compagni era caduto, non tralasciando mai di vantare il loro coraggio e le loro ben conosciute virtù.

Quando il racconto di questi eventi finì, la sua voce cambiò di nuovo e divenne lamentosa, persino musicale, nei suoi bassi toni gutturali. Ora parlò delle mogli e dei bambini dei morti, delle loro privazioni e della loro miseria fisica e morale, della loro lontananza e, infine, dei loro torti invendicati. Poi, alzando improvvisamente la voce ad un tono di terrificante energia, concluse domandando: «Gli Uroni sono forse dei cani per sopportare tutto ciò? Chi dirà alla moglie di Menowga che i pesci hanno il suo scalpo e che il suo popolo non si è vendicato? Chi oserà presentarsi alla madre di Wassawattinie, quella donna orgogliosa, con le mani pulite? Che cosa diremo ai vecchi quando ci chiederanno gli scalpi e noi non avremo un solo capello di un bianco da dare loro? Le donne ci segneranno a dito. C'è una macchia nera sul nome degli Uroni e deve essere lavata col sangue!»

La sua voce fu coperta dall'esplosione di rabbia che irruppe nell'aria come se la foresta, invece di contenere una banda così esigua, fosse invasa dall'intero popolo degli Uroni. Durante tutto questo discorso, il tono dell'oratore poteva essere facilmente compreso da coloro che ne erano maggiormente interessati, attraverso l'espressione degli uomini ai quali Magua si rivolgeva. Essi avevano risposto alla sua tristezza e ai suoi lamenti con simpatia e dolore, alle sue asserzioni con gesti di conferma, e alle sue vanterie, con selvaggia esultanza. Quando egli parlò di coraggio i loro sguardi furono fermi e comprensivi; quando alluse alle ingiurie subite i loro occhi si accesero come quelli di una furia; quando menzionò il sarcasmo delle donne, abbassarono il capo vergognosi, ma quando indicò loro il mezzo per vendicarsi, egli toccò una corda che non mancava mai di vibrare nel petto di un indiano. Al primo segno che tale possibilità si trovava alla loro portata, l'intera banda balzò in piedi come un solo uomo, e sfogandosi con le grida più sfrenate, essi si scagliarono sui prigionieri tutti insieme, brandendo i coltelli e sollevando i tomahawks. Heyward si gettò fra le sorelle e il primo di loro, e lo afferrò in una lotta disperata riuscendo per un momento a frenarne la violenza. Questa inattesa resistenza diede a Magua il tempo di intervenire, e con parole concitate e gesti espressivi attirò l'attenzione della banda su di sé. Con quel linguaggio che egli sapeva usare così bene, sviò i compagni dai loro momentanei propositi e li invitò a prolungare la sofferenza delle vittime. La proposta fu accolta con acclamazioni ed attuata con la velocità del pensiero. Due forti guerrieri si gettarono su Heyward, mentre un altro era occupato a legare il meno intraprendente maestro di canto. Nessuno dei prigionieri, tuttavia, si arrese senza una disperata, benché inutile lotta. Persino David gettò violentemente a terra il suo assalitore e Heyward non venne immobilizzato finché la sua vittoria sul compagno non permise agli altri indiani di unire i loro sforzi per legarlo. Fu poi assicurato strettamente al tronco dell'alberello sui cui rami Magua aveva rappresentato la pantomima dell'Urone morente.

Quando il giovane soldato riacquistò coscienza, ebbe davanti agli occhi la dolorosa certezza che un destino comune si preparava per l'intera compagnia. Alla sua destra c'era Cora, imprigionata come lui, pallida e agitata, ma con occhi ancora fissi ad osservare i movimenti dei nemici. Alla sua sinistra, i lacci che legavano Alice a un pino, assolvevano quell'ufficio cui si rifiutavano le sue tremanti membra, e soli impedivano alla fragile forma di cadere. Aveva le mani giunte in preghiera, ma invece di guardare in alto, verso quel Potere che solo l'avrebbe potuta liberare, i suoi sguardi vuoti erravano sul viso di Duncan con infantile dipendenza. David aveva lottato e la novità dell'accaduto lo mantenne silenzioso a meditare sulla giustizia di quel fatto insolito.

Ora la vendetta degli Uroni aveva preso una nuova direzione ed essi si preparavano ad eseguirla con quella barbara industriosità con la quale si erano familiarizzati attraverso una pratica di secoli. Alcuni cercavano dei ceppi per innalzare la pira, uno stava strappando delle schegge di pino per trafiggere la carne dei prigionieri con i tizzoni ardenti, ed altri piegavano a terra le cime di due alberelli per sospendere Heyward per le braccia fra i rami che sarebbero rimbalzati indietro. Ma la vendetta di Magua cercava una più profonda e malvagia soddisfazione. Mentre i mostri meno raffinati della banda preparavano davanti agli occhi di coloro che stavano per essere le vittime, questi ben conosciuti e volgari mezzi di tortura, egli si avvicinò a Cora e indicò, con la più malvagia espressione nel viso, la rapida fine che la aspettava.

«Ah!» aggiunse. «Cosa dice la figlia di Munro? La sua testa è troppo bella per trovare un cuscino nella wigwam di Le Renard, preferisce che rotoli per questa collina, giocattolo ai lupi?»

«Che cosa intende dire quel mostro?» domandò Heyward stupito.

«Nulla!» fu la ferma risposta. «Egli è un selvaggio, un barbaro e ignorante selvaggio e non sa quello che fa. Troviamo con i nostri respiri morenti il modo di chiedere per lui penitenza e perdono.»

«Perdono!» echeggiò il feroce Urone, fraintendendo, nella sua rabbia, il significato di queste parole. «La memoria di un indiano è più lunga del braccio dei visi pallidi, la sua pietà più breve della loro giustizia! Dite, devo mandare capelli-gialli a suo padre mentre voi seguite Magua ai grandi laghi, per portare la sua acqua e nutrirlo col grano?»

Cora gli fece cenno di allontanarsi con un moto di disgusto che non poté controllare.

«Lasciatemi,» disse con una solennità che per un momento arrestò la barbarie dell'indiano. «Tu rendi amare le mie preghiere, ti metti fra me e il mio Dio!»

La leggera impressione prodotta sul selvaggio fu però presto dimanticata, ed egli continuò indicando Alice con beffarda ironia: «Guarda! La bambina piange! È giovane per morire! Mandala da Munro a pettinare i suoi capelli grigi e a mantenere la vita nel cuore del vecchio.»

Cora non poté dominare il desiderio di guardare la giovane sorella, nei cui occhi ella incontrò uno sguardo implorante che tradiva il desiderio di vivere.

«Che cosa dice, carissima Cora?» domandò la voce tremante di Alice. «Ha parlato di mandarmi da mio padre?»

Per lunghi attimi la sorella più vecchia guardò la minore con una espressione turbata da forti e contrastanti emozioni. Finalmente parlò benché i suoi accenti avessero perduto la ricca e calma pienezza in un'espressione di tenerezza quasi materna.

«Alice,» disse, «l'Urone offre la vita a noi due, no di più, egli offre di restituire Duncan, il nostro inestimabile Duncan, e te, ai nostri amici... a nostro padre... al nostro tormentato padre senza figli, se io piegherò questo mio ribelle e cocciuto orgoglio e acconsentirò...»

La voce le morì in gola, e giungendo le mani, ella guardò in alto, come cercasse, nella sua agonia, comprensione da quella Saggezza che sapeva infinita.

«Continua» gridò Alice. «A cosa, carissima Cora? Oh! fosse fatta a me l'offerta! Per salvarti, per consolare il nostro vecchio padre, per liberare Duncan, quanto lietamente morirei!»

«Morire!» ripeté Cora con voce più calma e ferma. «Sarebbe facile! Forse l'alternativa non è da meno. Egli vorrebbe che io,» continuò mentre la sua voce si abbassava nella profonda consapevolezza di quanto degradante fosse questa proposta, «lo seguissi nella foresta; andassi nelle dimore degli Uroni per rimanere là: in breve, per diventare sua moglie! Dimmi dunque, Alice, bambina mia, sorella amata! E voi, Maggiore Heyward, aiutate la mia debole ragione col vostro consiglio. La vita vale un simile sacrificio? Vuoi, tu Alice, riceverla dalle mie mani a un simile prezzo? E voi, Duncan, guidatemi, farò ciò che direte e mi rimetto interamente a voi due.»

«Se lo voglio!» esclamò indignato e attonito il giovane. «Cora! Cora! Voi vi prendete gioco del nostro tormento! Non parlate più di questa orrenda alternativa: il solo pensiero è mille volte peggiore della morte.»

«Sapevo bene che questa sarebbe stata la vostra risposta!» esclamò Cora mentre arrossiva, e i suoi occhi scuri brillarono ancora una volta di ciò che le rimaneva del suo sentire di donna.

«Cosa dice la mia Alice? Per lei mi rassegnerei senza altri lamenti.»

Benché tanto Heyward che Cora stessero in ascolto con dolorosa angoscia e profonda attenzione, non si udì alcuna risposta. Sembrò che la delicata e sensibile persona di Alice si fosse ritirata in se stessa mentre ascoltava questa proposta. Aveva le braccia abbandonate e le sue dita si muovevano in leggere convulsioni; la testa le era ricaduta sul petto, e l'intera persona sembrava sospesa contro l'albero come un emblema della delicatezza del suo sesso, inanimato e tuttavia profondamente consapevole. Dopo pochi istanti, tuttavia, la sua testa cominciò a muoversi lentamente in un segno di profondo, invincibile diniego.

«No, no, è meglio che moriamo come abbiamo vissuto: insieme!»

«Allora morite!» gridò Magua, roteando con violenza il suo tomahawk davanti alla personcina indifesa che aveva appena parlato, e digrignando i denti con una rabbia divenuta ormai irrefrenabile a questa improvvisa prova di coraggio in quella che credeva la più debole della compagnia.

La sua scure fendette l'aria davanti a Heyward e, tagliando alcuni ricci di Alice, vibrò conficcata nell'albero sulla testa di lei. Quella vista fece impazzire Duncan di disperazione. Raccogliendo tutte le sue energie, spezzò i ramoscelli che lo legavano e si scagliò su un altro selvaggio che, con un alto grido e con mira più precisa, si preparava a ripetere il colpo. Essi si incontrarono, si afferrarono e caddero a terra avvinghiati. Il corpo nudo dell'avversario non offriva a Heyward nessun appiglio per trattenerlo, così questi sfuggì alla sua presa e alzandosi gli pose un ginocchio sul petto, sì da schiacciarlo col suo peso di gigante. Duncan vide il coltello brillare nell'aria, quando un sibilo passò oltre a lui, accompagnato dal colpo secco di un fucile. Sentì il suo petto sollevato dal peso che lo opprimeva, vide l'espressione selvaggia del suo avversario mutare in uno sguardo di vuota ferocia, e l'indiano cadde morto sulle foglie appassite, al suo fianco.

   Capitolo XII

 Clo - Me ne sono andata, signore

e fra poco, signore

sarò di nuovo da voi.

La dodicesima notte

 Questa improvvisa visita della morte atterrì gli Uroni. Quando essi si accorsero della fatale precisione di una mira che aveva osato immolare un nemico con tanto rischio per un amico, il nome di «La Longue Carabine» eruppe simultaneamente dalle loro labbra, seguito da una sorta di urlo selvaggio e lamentoso. A quel grido rispose un altro proveniente dal boschetto dove la compagnia aveva incautamente lasciato le armi, e appena dopo Occhio di Falco, troppo impaziente per ricaricare il fucile ritrovato, fu visto avanzare verso di loro, brandendo l'arma come una mazza e fendendo l'aria con colpi ampi e potenti. Una figura agile e vigorosa superò l'audace esploratore con un balzo, e saltò con incredibile slancio e coraggio proprio in mezzo al gruppo degli Uroni, davanti a Cora, dove si fermò: fece roteare il tomahawk, brandì un coltello scintillante, profferì terribili minacce. Prima che il pensiero potesse seguire questi inattesi ed audaci movimenti, una figura ricoperta dell'emblematica panoplia di morte, sgusciò verso il lato opposto al loro e assunse qui un atteggiamento minaccioso. I selvaggi torturatori si raccolsero davanti a questi bellicosi intrusi e, mentre questi apparivano in rapida successione, emisero le ripetute e strane esclamazioni di sorpresa, immancabilmente seguite dai temuti nomi di «Cervo Agile!», «Grosso Serpente!». Ma l'attento e vigile capo degli Uroni non si lasciò disorientare così facilmente. Dopo aver gettato uno sguardo verso la piana che lo circondava, comprese la natura di quell'assalto con un solo colpo d'occhio, e nell'incoraggiare i suoi seguaci con la voce e con gli esempi, sguainò il lungo e pericoloso coltello lanciandosi con un alto grido su Chingachgook che lo aspettava. Fu il segnale per un combattimento generale. Nessuna delle due parti aveva armi da fuoco, e la contesa si sarebbe decisa nel modo più mortale: corpo a corpo, con armi da offesa e nessuna da difesa. Uncas a sua volta rispose al grido, e gettandosi con un balzo sul nemico, con un solo e ben assestato colpo di tomahawk gli sfasciò il cranio, Heyward intanto strappò l'arma di Magua dall'alberello e si lanciò con impeto nella mischia. Poiché i contendenti erano ora uguali di numero, ciascuno affrontava un solo individuo della parte avversa. Gli assalti e i colpi si susseguivano con la furia di un uragano e la rapidità di un lampo. Occhio di Falco ebbe presto a tiro un altro nemico, e con un colpo della sua arma formidabile abbatté le leggere difese dell'avversario schiacciandolo a terra. Heyward si avventurò a scagliare il tomahawk che aveva afferrato, troppo impaziente per aspettare il momento di avvicinarsi. Egli colpì l'indiano che aveva scelto alla fronte e frenò per un momento la sua avanzata. Incoraggiato da questo leggero vantaggio, l'impetuoso giovane continuò l'assalto e si lanciò sul nemico a mani nude. Gli bastò un istante per rendersi conto dell'imprudenza di quella decisione, perché si trovò impegnato a fondo con tutta la sua forza ed il suo coraggio nel tentare di parare i colpi disperati del pugnale dell'Urone. Incapace di resistere oltre a un nemico tanto agile e attento, lo afferrò con entrambe le braccia e riuscì a inchiodargli gli arti al fianco, con una stretta ferrea, ma troppo faticosa per essere mantenuta a lungo.

In quel momento estremo egli udì una voce vicino a lui che gridava: «Sterminate quelle carogne! Nessuna pietà per un maledetto Mingo!»

Un momento dopo il calcio del fucile di Occhio di Falco si abbatteva sulla testa nuda dell'avversario, e i suoi muscoli parvero cedere, mentre scivolava dalle braccia di Duncan afflosciandosi senza vita.

Uncas, dopo aver spaccato la testa del suo antagonista, si girò come un leone affamato, per cercarne un'altro. Il quinto Urone, l'unico non impegnato nel primo scontro si era fermato un momento, e vedendo che tutti intorno a lui si stavano scontrando in una battaglia mortale, aveva cercato di portare a termine l'opera di vendetta che era stata interrotta. Levando un grido di trionfo, si scagliò verso l'indifesa Cora lanciando l'arma tagliente come spaventevole annuncio del suo avvicinarsi. Il tomahawk le sfiorò la spalla e, tagliando i lacci che la legavano all'albero, lasciò la fanciulla libera. Ella sfuggì alla presa del selvaggio e, incurante della propria salvezza, si gettò sul petto di Alice, tentando convulsamente e con dita inesperte di strappare i vincoli che immobilizzavano la persona della sorella. Soltanto un mostro poteva non intenerirsi alla vista di un simile gesto di generosa fedeltà al migliore e più puro degli affetti, ma il cuore dell'Urone non conosceva la tenerezza. Afferrando Cora per la ricca capigliatura che le ricadeva in disordine sulle spalle, la strappò dalla frenetica presa e la fece piegare sulle ginocchia con brutale violenza. Il selvaggio prese in mano i riccioli fluenti di lei e sollevandoli con un braccio teso, passò il coltello attorno alla testa squisitamente modellata della vittima, con una sarcastica risata di trionfo. Ma costui scontò questo momento di feroce soddisfazione con la perdita della fatale opportunità. Proprio allora l'occhio di Uncas fu attratto dalla scena. Con un balzo apparve per un istante a fendere l'aria e, calando come un bolide, si abbatté sul petto del nemico, gettandolo parecchie yarde più in là a capofitto e prostrato. La violenza dello sforzo, gettò il giovane Mohicano disteso al suo fianco. Essi si alzarono avvinghiati, combatterono e sanguinarono alternativamente. Ma la contesa fu presto decisa; il tomahawk di Heyward e il fucile di Occhio di Falco si abbatterono sul cranio dell'Urone nello stesso momento in cui il coltello di Uncas raggiungeva il suo cuore.

La battaglia era terminata; non con la lotta che ora si protraeva tra «Le Renard Subtil» e «Le Gros Serpent». Questi barbari guerrieri provarono chiaramente di meritare quei nomi significativi che erano stati loro attribuiti per imprese precedenti. Quando ingaggiarono il combattimento, perdettero un po' di tempo ad evitare i rapidi e vigorosi colpi che miravano alle loro vite. Improvvisamente si scagliarono l'uno sull'altro, si afferrarono e si contorsero come serpenti attorcigliati in flessibili e astute spire.

Nel momento in cui i vincitori si trovarono disimpegnati il luogo dove si trovavano questi esperti e disperati combattenti, poteva essere distinto solo da una nube di polvere e foglie che si spostava dal centro della piccola spianata verso i suoi bordi, come sollevata dal passaggio di un turbine. Spinti dai diversi motivi di affetto filiale, amicizia e gratitudine, Heyward e compagni si precipitarono come un sol uomo verso quel punto, circondando il piccolo tetto di polvere che sovrastava i guerrieri. Invano Uncas si aggirava intorno alla nuvola col desiderio di conficcare il proprio coltello nel cuore del nemico di suo padre; il minaccioso fucile di Occhio di Falco venne sollevato e tenuto sospeso inutilmente, mentre Duncan tentava di afferrare gli arti dell'Urone con mani che sembravano aver perduto le proprie facoltà. Le rapide evoluzioni dei contendenti sembravano aver fuso i loro corpi in uno, coperti com'erano di polvere e sangue. Il corpo del Mohicano con gli emblemi di morte e la forma scura dell'Urone, si susseguivano davanti ai loro occhi in modo così rapido e confuso che gli amici del primo non sapevano dove e quando assestare il colpo che lo avrebbe soccorso. È vero che vi furono brevi e fuggevoli momenti in cui gli occhi di fuoco di Magua furono visti scintillare come quelli del favoloso basilisco, attraverso la spirale di polvere che li avvolgeva, e con quelle brevi occhiate fatali egli vide le sorti del combattimento nella presenza dei suoi nemici; ma prima che una mano nemica potesse scendere sul suo capo ormai votato alla morte, al suo posto si vedeva il viso minaccioso di Chingachgook. Così la scena del combattimento si spostò dal centro della piccola spianata, verso il suo limitare. In quel momento il Mohicano trovò l'opportunità di colpire vigorosamente col pugnale; Magua improvvisamente lasciò la presa e cadde all'indietro rimanendo immobile, apparentemente senza vita.

«Bene per il Delaware, vittoria al Mohicano!» gridò Occhio di Falco sollevando ancora una volta il calcio del lungo e micidiale fucile. «Un colpo di grazia da un uomo di pura razza non andrà mai a suo disonore, né lo priverà del diritto allo scalpo.»

Ma, proprio nel momento in cui la pericolosa arma si stava abbassando, l'astuto Urone rotolò improvvisamente lontano dal pericolo sull'orlo del precipizio e, saltando in piedi, fu visto precipitarsi d'un sol balzo verso il centro di una macchia di bassi arbusti abbarbicati al suo fianco. I Delaware che avevano creduto il loro nemico morto, emisero un grido di sorpresa e si lanciarono all'inseguimento, veloci e urlanti come cani che hanno avvistato il cervo, quando un grido acuto e caratteristico, cambiò immediatamente i loro propositi e li richiamò sulla cima della collina.

«È stato degno di lui» gridò l'inveterato uomo della foresta i cui pregiudizi contribuivano così largamente ad ottenebrare il suo senso di giustizia in tutto ciò che riguardava un Mingo, «da quel mascalzone, bugiardo e disonesto qual è.»

«In una situazione come questa, un onesto Delaware, una volta vinto, sarebbe rimasto fermo a ricevere il colpo sulla testa, ma questi furfanti di Maqua si attaccano alla vita come tanti gatti selvatici. Lasciamolo andare, lasciamolo andare; è solo e senza un fucile o un arco, molte lunghe miglia lontano dai suoi compagni francesi, e come un serpente a sonagli che ha perduto i denti, non può fare altro male, non prima almeno che lui e noi, si sia potuto lasciare le impronte dei nostri mocassini su un lungo tratto di pianura sabbiosa. Vedi Uncas,» aggiunse in delaware, «tuo padre sta già impossessandosi degli scalpi, sarebbe meglio andare in giro a controllare i vagabondi rimasti, o correremo il rischio che un altro di loro si metta a saltare attraverso i boschi e strillare come una ghiandaia colpita alle ali.»

Così dicendo, l'onesto ma implacabile esploratore fece il giro dei cadaveri nel cui petto senza vita immerse il lungo coltello, con la stessa freddezza che avrebbe impiegato con delle carcasse di animali. Egli, tuttavia, era stato preceduto dal più vecchio dei Mohicani che aveva già strappato gli emblemi della vittoria dalle teste dei morti.

Ma Uncas, rinnegando i suoi costumi, diremmo quasi la sua stessa natura, si dedicò con delicatezza istintiva, insieme a Heyward, all'assistenza delle donne e, liberando in fretta Alice, la mise fra le braccia di Cora. Non tenteremo di descrivere la gratitudine all'Onnipotente che ardeva nei petti delle sorelle così inaspettatamente restituite alla vita, e l'una all'altra. I loro ringraziamenti erano profondi e silenziosi; le offerte dei loro spiriti gentili ardevano luminose e pure sui segreti altari del loro cuore; i loro rinati sentimenti più terreni si esprimevano in lunghe fervide, benché silenziose carezze. Quando Alice si alzò da dove era caduta inginocchiata al fianco di Cora, si gettò sul petto della sorella e pronunciò, singhiozzando forte, il nome del loro padre, mentre i suoi dolci occhi di colomba scintillavano di speranza.

«Siamo salve! siamo salve!», ella mormorò. «Torneremo fra le braccia del nostro caro, caro padre e il suo cuore non sarà spezzato dal dolore. Anche tu Cora, sorella mia, più che sorella, madre! Anche tu sei salva. E Duncan,» ella aggiunse girandosi verso il giovane con un sorriso di ineffabile innocenza, «anche il nostro coraggioso e nobile Duncan è salvo, senza una ferita.»

A queste ardenti e quasi incoerenti parole, Cora rispondeva soltanto stringendosi al cuore la fanciulla, mentre si piegava su di lei con commovente tenerezza. La virilità di Heyward non provò vergogna nel lasciar cadere delle lacrime alla vista di queste effusioni, mentre Uncas stava davanti a loro fresco di lotte e insanguinato, spettatore calmo e apparentemente non toccato, ma i suoi occhi avevano già perso la loro ferocia e irradiavano una tenerezza che lo innalzava molto al di sopra dell'intelligenza e delle usanze del suo popolo e lo faceva progredire forse di secoli.

Durante il manifestarsi di queste emozioni così naturali nella loro situazione, Occhio di Falco, la cui vigile sfiducia lo aveva assicurato che gli Uroni che sciupavano quella scena celestiale, non sarebbero più stati in grado di turbarne l'armonia, si avvicinò a David e lo liberò dai legacci che egli fino a quel momento aveva sopportato con esemplare pazienza.

«Ecco qua,» esclamò l'esploratore, gettando l'ultimo laccio dietro lui: «siete ancora padrone delle vostre membra, benché sembrate non usarle con molto maggior giudizio di quello col quale furono modellate. Se non vi offende il consiglio di uno che non è più vecchio di voi, ma del quale, essendo vissuto per la maggior parte della sua vita nella foresta, si può dire che ha fatto molta esperienza rispetto alla sua età, io vi dirò volentieri i miei pensieri, e cioè: liberatevi di quel piccolo strumento rumoroso che tenete nella giacca e datelo al primo pazzo che incontrate, col denaro che ne ricaverete comprate qualche arma utile, foss'anche soltanto la canna della pistola di un cavalleggero. Con un po' di attenzione e buona volontà potrete in qualche modo imparare ad usarla e nel frattempo credo che i vostri occhi vi diranno chiaramente che un corvo è un uccello migliore di un tordo. Il primo sa almeno sottrarre visioni immonde dalla vista dell'uomo, mentre l'altro è buono solo a turbare il silenzio dei boschi, frastornando le orecchie di chi lo ascolta.»

«Armi e trombe di guerra per la battaglia, ma canti di ringraziamento per la vittoria!» rispose David liberato. «Amico» aggiunse stendendo la sua scarna, delicata mano verso Occhio di Falco con cortesia, mentre i suoi occhi brillavano e si facevano umidi, «ti ringrazio perché i capelli della mia testa crescono ancora là dove sono stati piantati dalla Provvidenza, poiché, anche se quelli di altri uomini possano essere più lucenti e ricciuti, ho sempre trovato i miei adatti al cervello che ricoprono. Se non mi sono unito alla battaglia è stato meno per cattiva volontà che per i legacci di quei pagani. Coraggioso e astuto sei stato in battaglia e per questo ti ringrazio prima di svolgere altri e più importanti compiti, perché ti sei dimostrato ben meritevole delle lodi di un cristiano.»

«È stata una bazzecola e cosa che avrete spesso occasione di vedere se resterete a lungo fra noi,» replicò l'esploratore, ormai parecchio raddolcito nei confronti del cantore da questa inequivocabile espressione di gratitudine.

«Ho ritrovato il mio vecchio amico ‹Ammazzacervo›,» aggiunse dando qualche colpetto al calcio del fucile, «e questa in sé è già una bella vittoria. Questi Irochesi sono astuti ma si sono messi nel sacco da sé lasciando le armi da fuoco fuori dalla loro portata, e se anche Uncas e suo padre fossero stati dotati soltanto della comune pazienza indiana, noi avremmo dovuto piombare su quei farabutti con tre pallottole invece di una, il che avrebbe sterminato l'intero branco: quel demonio saltante e tutti i suoi compagni. Ma era tutto preordinato e nel migliore dei modi.»

«Hai detto bene,» replicò David, «e hai colto il vero spirito cristiano. Colui che deve essere salvato lo sarà e colui che è destinato a perdersi si perderà. Questa è la dottrina della verità ed è di grande consolazione e sollievo per il vero credente.»

L'esploratore che nel frattempo si era seduto ed esaminava lo stato del suo fucile con una sorta di affettuosa assiduità, ora guardava l'altro con un disappunto che non si sforzava di nascondere, e interrompendo bruscamente ogni ulteriore discorso: «Dottrina o non dottrina,» disse il gagliardo uomo dei boschi, «è il credo di una canaglia e la vergogna di un uomo onesto. Posso ammettere che quell'Urone dovesse cadere per mia mano, perché l'ho visto con i miei occhi, ma niente che valga meno di una testimonianza potrà farmi credere che egli ha trovato qualche ricompensa, o che Chingachgook sarà condannato il giorno del giudizio.»

«Non avete il diritto di professare una dottrina così audace, né esiste qualcosa di scritto che la sostenga,» gridò David che era profondamente influenzato dalle sottili distinzioni che ai suoi tempi, e in modo particolare nella sua provincia, erano state sovrapposte alla meravigliosa semplicità della rivelazione, nel tentativo di penetrare il solenne mistero della natura divina, sostituendo la fede con la superbia, e di conseguenza trascinando coloro che ragionavano in base a tali dogmi fatti dagli uomini, nell'assurdità e nel dubbio. «Il vostro tempio è costruito sulla sabbia e la prima tempesta lo spazzerà via fin dalle fondamenta. Mi domando chi vi autorizza a fare simili impietose asserzioni (come altri sostenitori di un sistema, David non era sempre preciso nell'uso dei termini). Nominate il capitolo e il verso; in quale dei libri sacri potete trovare una parola che vi dia ragione?»

«Libri!» ripeté Occhio di Falco con singolare e malcelato disdegno. «Mi prendete forse per un ragazzo piagnucoloso, attaccato al grembiule di una delle vostre vecchie zitelle? E prendete questo buon fucile che ho sulle ginocchia per la piuma dell'ala di un'oca, il mio corno di bue per una boccetta d'inchiostro e la mia bisaccia di cuoio per un fagotto per portare il pasto? Libri! Cos'ha a che fare uno come me, che sono un guerriero in queste terre selvagge, benché di sangue puro, con i libri? Io leggo in un solo libro, e le parole che vi sono scritte sono troppo semplici e chiare per aver bisogno di scuole, benché possa vantarmi averne frequentato una per quaranta lunghi anni di duro lavoro.»

«Come si chiama il volume?» disse David, fraintendendo l'allusione dell'altro.

«È aperto davanti ai vostri occhi,» replicò l'esploratore, «e Colui che lo possiede non è avaro con chi vuole usarlo. Ho sentito dire che ci sono uomini che leggono libri per convincersi che esiste un Dio. Io non capisco come nella colonia vi possa essere anche un solo uomo capace di deformare la Sua opera facendo di tutto ciò che è così evidente nella foresta, materia di disquisizione per commercianti e preti. Se un tale uomo esiste e mi vorrà seguire per un giorno attraverso le difficoltà della foresta, vedrà abbastanza da capire che è un pazzo, e che la sua più grande follia sta nel cercare di alzarsi a livello di un Essere che non potrà mai eguagliare, tanto nella bontà che nella onnipotenza.»

Nel momento in cui David scoprì che stava discutendo con un interlocutore che attingeva la propria fede dagli insegnamenti della natura, trascurando tutte le sottigliezze della dottrina, abbandonò volentieri una controversia dalla quale non si aspettava di trarre alcun profitto né credito.

Mentre l'esploratore parlava, anche lui si era seduto e estraendo il volumetto e gli occhiali cerchiati di ferro, si preparò ad assolvere ad un dovere che soltanto l'inatteso assalto subìto aveva potuto rimandare così a lungo. Egli era, in verità, un menestrello del continente occidentale - certamente molto posteriore a quei bardi di talento che una volta cantavano la gloria profana di baroni e principi, ma secondo lo spirito della propria epoca e del proprio paese -; ora egli era pronto ad esercitare il proprio talento in celebrazione o, piuttosto in ringraziamento, per la recente vittoria. Attese pazientemente che Occhio di Falco finisse, poi, alzando gli occhi e la voce insieme, disse forte:

«Vi invito, amici, ad unirvi nelle lodi del Signore per questa gloriosa liberazione dalle mani dei barbari e infedeli, con le semplici e solenni note del canto chiamato ‹Northampton›.»

Poi disse la pagina e il verso dove si trovavano le rime prescelte, e si applicò lo strumento alle labbra con l'opportuna gravità che era solito usare nel tempio. Questa volta tuttavia rimase senza accompagnamento perché proprio allora le sorelle erano intente ad abbandonarsi alle manifestazioni di affetto alle quali abbiamo già alluso. Per nulla scoraggiato dalla scarsità dell'uditorio, che a dire il vero era costituito soltanto dallo scontento esploratore, egli levò la voce, cominciando e finendo la canzone sacra senza incidenti o interruzioni di sorta.

Occhio di Falco ascoltava sistemando la pietra focaia e ricaricando il fucile; ma questi suoni, cui non era aggiunta la suggestione della scena circostante, non riuscivano a risvegliare le sue emozioni sopite. Mai menestrello o qualunque acconcio nome si volesse dare a David, dispiegò il suo talento davanti a uditori più insensibili; il fatto è che probabilmente nessun bardo pagano emise mai delle note che si innalzassero più vicine a quel trono a cui è dovuto ogni omaggio o preghiera.

L'esploratore scosse la testa, e borbottando qualche parola incomprensibile tra cui solo «gola» e «Irochesi» erano udibili, si allontanò per raccogliere ed esaminare lo stato dell'arsenale catturato agli Uroni. Per questo ufficio fu raggiunto da Chingachgook che trovò anche il proprio fucile e quello del figlio. Persino Heyward e David furono forniti di armi, né mancavano le munizioni per farle funzionare. Quando gli uomini della foresta ebbero fatto la loro scelta e distribuito i premi, l'esploratore enunciò che era venuto il momento di muoversi. Nel frattempo la canzone di Gamut era finita e le sorelle erano riuscite ad interrompere lo spettacolo delle loro emozioni. Aiutate da Duncan e dal Mohicano più giovane, esse discesero il fianco di quella collina che avevano salito tanto di recente sotto auspici del tutto diversi, e la cui cima stava per essere la scena del loro massacro. Ai suoi piedi trovarono i Narraganset che masticavano l'erba dei cespugli, e dopo essere montate in sella, seguirono i movimenti di una guida che nei più terribili frangenti si era dimostrata loro amica. Il viaggio però fu breve. Occhio di Falco, lasciato il sentiero cieco seguito dall'Urone, svoltò subito a destra e inoltratosi nel boschetto, attraversò un murmure torrentello e si fermò in una stretta valletta sotto l'ombra di alcuni olmi acquatici. La loro distanza dai piedi della fatale collina era di poche pertiche e i cavalli erano serviti solo per attraversare il torrente.

L'esploratore e gli indiani sembravano avere dimestichezza con quel luogo appartato perché, appoggiando i fucili agli alberi, cominciarono a spostare le foglie secche e a scavare la grigia argilla dalla quale ben presto zampillò una limpida fonte lucente di acqua chiara e pura.

Poi il bianco si guardò attorno come se cercasse qualcosa che non trovò subito come si aspettava.

«Quei diavoli sconsiderati, i Mohawks, con i loro fratelli Tuscorora e Onondoga, sono stati qui a spegnere la loro sete,» borbottò, «e quei vagabondi hanno buttato via la zucca! Ecco come vanno a finire i benefici quando sono concessi a simili cani ingrati! Qui il Signore ha teso la sua mano nel cuore della terribile foresta per il loro bene, e ha fatto zampillare dalle viscere della terra una fontana di acqua che potrebbe ridere della più ricca farmacia di tutte le colonie, e guardate, quei mascalzoni hanno calpestato l'argilla e insozzato il luogo, come fossero bestie anziché uomini.»

Uncas gli tese in silenzio la desiderata zucca che il malumore aveva impedito a Occhio di Falco di scorgere sul ramo di un olmo. Egli la riempì d'acqua, poi si allontanò un poco verso un luogo dove il terreno era più duro e asciutto; qui si sedette con calma e dopo aver bevuto un lungo sorso che sembrò soddisfarlo, cominciò un esame molto minunzioso dei frammenti di cibo lasciati dagli Uroni e che aveva portati in una bisaccia appesa al braccio.

«Grazie ragazzo!», continuò restituendo la zucca vuota a Uncas. «Ora vedremo come vivevano questi scalmanati di Uroni quando erano lontani per le imboscate. Guarda qua! Quelle canaglie conoscevano i pezzi migliori del cervo e li si direbbe capaci di tagliare e arrostire un trancio di montone come fossero i migliori cuochi della terra! Ma è tutto crudo perché gli Irochesi sono completamente selvaggi. Uncas, prendi il mio acciarino e accendi un fuoco: un boccone di tenera carne arrostita aiuterà la natura dopo un così lungo cammino.»

Heyward vedendo che le loro guide si erano sedute per il pasto con tranquillità, aiutò le signore a scendere da cavallo e si mise al loro fianco, disposto a godersi un po' di grato riposo dopo la scena sanguinosa che aveva appena affrontato. Mentre si svolgeva il procedimento culinario, la curiosità lo indusse a fare domande sulle circostanze che li aveva condotti alla loro tempestiva e inaspettata liberazione.

«Come abbiamo potuto rivedervi così presto, mio generoso amico,» domandò, «e senza l'aiuto della guarnigione di Edward?»

«Se fossimo andati fino alla curva del fiume, saremmo forse arrivati in tempo per raccogliere le foglie sui vostri corpi, ma troppo tardi per salvare le vostre cotenne.» rispose freddamente l'esploratore. «No, no, invece di sprecare forze e opportunità cercando di raggiungere il forte, ci siamo tenuti vicini, sotto la riva dell'Hudson, in attesa di osservare i movimenti degli Uroni.»

«Siete stati dunque testimoni di ciò che è successo?»

«Non tutto, perché la vista di un indiano è troppo acuta per essere ingannata facilmente, e siamo rimasti nascosti. È stata anche una faccenda difficile tenere questo ragazzo Mohicano al riparo nel luogo dell'imboscata. Ah! Uncas, il tuo comportamento è stato più quello di una donna curiosa che di un guerriero all'inseguimento.»

Uncas volse per un istante gli occhi verso il viso cocciuto di colui che aveva parlato, ma non aprì bocca né dette segni di pentimento. Anzi, Heyward ebbe l'impressione che l'atteggiamento del giovane Mohicano fosse sdegnoso, se non un po' superbo, e che si trattenesse dal dare sfogo alle sue passioni solo per rispetto dei presenti e per la deferenza con la quale era solito trattare l'amico bianco.

«Avete visto la nostra cattura?» domandò poi Heyward.

«L'abbiamo sentita,» fu la risposta significativa. «Un grido indiano è un linguaggio chiaro per uomini che hanno passato i loro giorni nei boschi. Ma quando voi siete approdati, noi siamo stati costretti a strisciare come serpenti sotto le foglie; poi vi abbiamo perso di vista del tutto, finché non abbiamo messo di nuovo gli occhi su di voi, legati agli alberi e pronti per un massacro indiano.»

«La nostra liberazione è opera della Provvidenza. È stato quasi un miracolo che voi non abbiate sbagliato sentiero, perché gli Uroni si sono divisi e ogni banda aveva i suoi cavalli.»

«Già! È stato allora che siamo stati mandati fuori pista, e avremmo davvero potuto perdere la traccia se non fosse stato per Uncas; abbiamo preso il sentiero che porta nella foresta perché ritenemmo, e a ragione, che i selvaggi avrebbero preso quella via con i prigionieri. Ma dopo averla seguita per molte miglia senza trovare nessun ramoscello spezzato, come io avevo consigliato, cominciai a temere, anche perché tutte le tracce avevano l'impronta di mocassini.»

«Coloro che ci hanno catturati ebbero la precauzione di calzarci come loro,» disse Duncan sollevando un piede e mostrando le pelli di daino che indossava.

«Già! Era da immaginare ed è degno di loro, benché noi fossimo troppo esperti per essere sviati da una pista con un trucco così comune.»

«A che cosa, dunque, dobbiamo la nostra salvezza?»

«Ad una cosa di cui, come bianco dal sangue puro, dovrei vergognarmi: all'istinto del giovane Mohicano in cose che io dovrei conoscere meglio di lui ma alle quali ora difficilmente riesco a credere, benché lo abbia visto coi miei stessi occhi.»

«È straordinario! non volete dirmi la ragione?»

«Uncas ebbe l'ardire di affermare che le bestie cavalcate dalle gentili signore,» continuò Occhio di Falco gettando un'occhiata non priva di curioso interesse sulle puledre «appoggiavano sul terreno contemporaneamente le zampe dello stesso lato, il che è contrario a tutti i movimenti di quadrupedi che io conosca, tranne l'orso. E tuttavia ecco qui dei cavalli che camminano sempre in questo modo, come ho potuto constatare coi miei stessi occhi e come le loro tracce hanno dimostrato per venti lunghe miglia.»

«È dunque merito di quelle bestie! Esse provengono dalle sponde della Baia Narraganset, nella piccola provincia delle piantagioni di Providence, e sono conosciute per la loro robustezza e la scioltezza di questo strano movimento, benché altri cavalli vengano spesso addestrati a fare lo stesso.»

«Può darsi..., può darsi,» disse Occhio di Falco, che aveva ascoltato questa spiegazione con singolare interesse. «Benché il mio sangue sia interamente quello di un bianco, mi intendo più di cervi e castori che di animali da sella. Il Maggiore Effingham ha molti nobili destrieri, ma non ne ho mai visto uno che procedesse con una simile andatura di traverso.»

«È vero, ma ciò perché egli valuta gli animali in base a qualità molto diverse. Tuttavia questa è una razza molto apprezzata e, come vedete, molto onorata dal carico che è spesso destinata a portare.»

I Mohicani avevano smesso di darsi da fare attorno al fuoco per ascoltare, e quando Duncan ebbe finito, si guardarono l'un l'altro in modo significativo: il padre emise l'immancabile esclamazione di sorpresa; l'esploratore rimase come uno che sta digerendo una nozione appena acquisita e gettò un'altra occhiata curiosa ai cavalli.

«Oso dire che vi sono cose ancor più strane da vedere nelle colonie!» disse alla fine. «L'uomo fa tristemente scempio della natura, una volta che ne ha preso il sopravvento. Ma che andassero di sghimbescio, o andassero diritto, Uncas ha capito il movimento, e le loro impronte ci hanno portato fino al cespuglio strappato. Un ramo, vicino all'impronta di uno dei cavalli, era piegato verso l'alto, come una signora spezza un fiore dallo stelo, ma tutti gli altri erano distrutti e malconci come se la mano forte di un uomo li avesse lacerati! Così ho concluso che quelle astute canaglie si fossero accorte del ramoscello piegato e avessero rotto gli altri per farci credere che un cervo vi fosse penetrato con le sue corna.»

«Credo proprio che la vostra sagacia non vi abbia ingannato perché qualcosa del genere è successo!»

«Questo è stato facile da vedere», aggiunse l'esploratore, affatto consapevole di aver mostrato una sagacia fuori dal comune, «ed è stata una faccenda ben diversa da quella dello sculettio di un cavallo. Allora mi venne l'idea che i Mingo si sarebbero spinti fino a questa fonte, perché quei farabutti conoscono molto bene la virtù delle sue acque!»

«È dunque così famosa?» domandò Heyward esaminando con occhio più curioso la remota valletta con la sua fonte gorgogliante, circondata come era da terra di un marrone scuro e tetro.

«Pochi pellerossa che percorrono i grandi laghi da sud a est non hanno sentito parlare delle sue qualità. Volete assaggiarla?»

Heyward prese la zucca e, dopo aver inghiottito un sorso di quell'acqua, la sputò via con smorfie di disgusto. L'esploratore rise silenziosamente ma di cuore e scosse il capo con grande soddisfazione.

«Ah, vi manca il gusto che si apprende con l'abitudine; un tempo anche a me piaceva poco come a voi, ma ora mi sono abituato al suo gusto e desidero berla come ai cervi piace il sale dei lick. I pellerossa non amano i nostri vini profumati più di quanto non apprezzino quest'acqua, specialmente quando sono afflitti da qualche male. Ma Uncas ha fatto il fuoco ed è venuto il momento di pensare a mangiare, perché il nostro viaggio è lungo e ancora tutto davanti a noi.»

Interrompendo la conversazione con questo improvviso cambiamento, l'esploratore si dedicò subito ai resti di cibo che erano sfuggiti alla voracità degli Uroni. Un procedimento molto sommario completò la semplice cucina, poi egli e i Mohicani cominciarono il loro umile pasto con la silenziosa diligenza propria a uomini che mangiano per essere in grado di affrontare grandi e continue fatiche.

Quando questo necessario e grato dovere fu felicemente compiuto, ciascuno degli uomini della foresta si curvò e prese un lungo sorso di commiato dalla solitaria e silenziosa fonte attorno alla quale, insieme alla fonti sorelle, entro cinquant'anni, la ricchezza, la bellezza e l'intelligenza di un intero emisfero, si sarebbero raccolte alla ricerca della salute e del piacere. Poi Occhio di Falco comunicò la propria decisione di continuare il viaggio. Le sorelle risalirono in sella, Duncan e David presero i loro fucili e seguirono a piedi, l'esploratore guidava e i Mohicani chiudevano la marcia.

L'intera compagnia si mosse rapida lungo lo stretto sentiero verso nord, lasciando le acque salutari a mescolarsi inosservate nel vicino ruscello e i corpi dei morti a decomporsi sulla montagna vicina senza i riti della sepoltura, un destino, questo, troppo comune ai guerrieri delle foreste per suscitare commiserazione o commenti.