XIII

  Cercherò un sentiero più rapido.

Parnell

 La strada presa da Occhio di Falco attraversava ora quelle stesse pianure sabbiose, segnate da brevi valli e da alture, che il gruppo aveva attraversato sotto la guida dello sconfitto Magua, il mattino di quello stesso giorno. Ora il sole era calato dietro le montagne lontane, e poiché il viaggio si svolgeva attraverso l'interminabile foresta, il caldo non era più così opprimente. Di conseguenza poterono mantenere una buona andatura, e molto prima che li cogliesse il tramonto, essi avevano percorso molte faticose miglia sulla via del ritorno.

Il cacciatore, come il selvaggio di cui aveva preso il posto, sembrava scegliere in base ai segni oscuri dell'aspra strada, con una sorta di istinto che raramente gli faceva diminuire la velocità e mai lo faceva fermare per decidere. Un rapido, obliquo colpo d'occhio al muschio degli alberi, e di tanto in tanto, uno sguardo al sole morente o un'occhiata attenta ma fuggevole alla direzione dei numerosi corsi d'acqua che guadava, erano sufficienti per determinare la via e rimuoverne le difficoltà maggiori.

Intanto la foresta cominciava a cambiare le sue tinte e a perdere quel verde acceso che ne aveva abbellito gli archi con quel colore cupo che annuncia la fine del giorno.

Mentre gli occhi delle sorelle cercavano di cogliere attraverso gli alberi il fulgore dorato che formava un alone splendente intorno al sole, e sfumava qua e là in strisce vermiglie o orlava di sottili bordi di un giallo acceso una massa di nubi che si accumulava non distante sulle colline occidentali, Occhio di Falco si voltò improvvisamente e, indicando quel magnifico cielo, parlò.

«Quel segnale laggiù è dato all'uomo perché cerchi cibo e meritato riposo,» disse, «sarebbe meglio e più saggio se egli potesse comprendere i segni della natura e imparare dagli uccelli dell'aria o le bestie della terra! La nostra notte, tuttavia, sarà presto finita, perché con la luna dovremmo essere di nuovo in piedi e partire. Ricordo di aver combattuto i Magua da queste parti nel primo scontro in cui io abbia fatto scorrere il sangue di un uomo; qui innalzammo una fortificazione di tronchi d'albero per impedire a quelle canaglie affamate di prenderci le cotenne. Se i miei segni non mi ingannano, troveremo tale luogo poche pertiche più in là, alla nostra sinistra.»

Senza attendere approvazione o risposta, il deciso cacciatore si inoltrò sicuro in un fitto boschetto di giovani castagni, spostando i rami dei germogli lussureggianti che quasi coprivano il suolo, come chi si aspetti, ad ogni passo, di scoprire qualcosa che già conosce. La memoria non tradì l'esploratore. Dopo essere penetrato nella boscaglia piena di viluppi d'erica per qualche centinaio di piedi, sboccò in uno spiazzo che circondava una bassa collinetta, alla sommità della quale stava il fortino in rovina che abbiamo nominato. Questa rozza costruzione in rovina, era uno di quei fortilizi che venivan costruiti in casi di emergenza e poi abbandonati con la scomparsa del pericolo; ora, essa si stava sgretolando in silenzio nella solitudine della foresta, quasi del tutto dimenticata come la circostanza per la quale era sorta. Simili ricordi del passaggio e delle battaglie dell'uomo, sono frequenti in tutta la vasta barriera di foreste che un tempo separava le province ostili, e costituiscono testimonianze in grado di far rivivere da vicino la storia delle colonie oltre che essere in armonia col carattere cupo dello scenario circostante. Il tetto di corteccia era caduto da un pezzo e si era mescolato al terreno, ma gli enormi tronchi di pino che erano stati messi insieme in fretta, mantenevano ancora in qualche modo la loro posizione, benché un angolo della costruzione avesse ceduto sotto il peso e minacciasse di far crollare il resto del rustico edificio.

Mentre Heyward e le compagne esitavano ad avvicinarsi ad una costruzione così pericolosa, Occhio di Falco e gli indiani entrarono fra le basse mura, non solo senza paura, ma con manifesto interesse. Mentre il primo esaminava le rovina tanto all'interno che all'esterno con la curiosità di uno i cui ricordi tornino a rivivere nella memoria ogni momento, Chingachgook raccontò al figlio, in delaware, con l'orgoglio del vincitore, la breve storia della scaramuccia che si era svolta quando lui era giovane, in quel luogo solitario. Un tratto di malinconia si mescolava, però, al trionfo e rendeva la sua voce dolce e musicale, come soleva essere in simili occasioni.

Nel frattempo le sorelle scesero lietamente da cavallo e si prepararono a godere la sosta nella frescura della sera, e in una sicurezza che, credevano, solo gli animali della foresta avrebbero potuto disturbare.

«Non saremmo stati più al sicuro, mio buon amico,» domandò il più vigile Duncan vedendo che l'esploratore aveva già finito la sua breve ispezione, «se avessimo scelto un posto meno conosciuto e più raramente visitato di questo?»

«Pochi vivi sanno che questo fortino è stato innalzato» fu la lenta e pensosa risposta. «Non accade spesso che si facciano libri e si scrivano racconti di battaglie come quella combattuta qui tra Mohicani e Mohawk in una guerra fra di loro. Io allora ero un ragazzotto e mi misi con i Delaware perché sapevo che erano una razza diffamata e trattata ingiustamente. Quaranta giorni e quaranta notti quei demoni bramarono il nostro sangue intorno a queste file di tronchi che io ho progettato e in parte innalzato, essendo, come ben ricorderete, non un indiano, ma un bianco purosangue. I Delaware si sono dedicati alla costruzione del forte e abbiamo resistito, dieci contro venti, finché il nostro numero fu quasi pari, poi facemmo una sortita, ci scagliammo su quei cani, sì che neppure uno di loro poté tornare per raccontare la fine della sua compagnia. Sì, sì, ero giovane allora e nuovo alla vista del sangue, perciò, non sopportando il pensiero che creature dotate di un'anima come me giacessero sulla nuda terra ad essere straziate dalle bestie o ad imbiancare sotto la pioggia, seppellii i morti con le mie stesse mani, proprio sotto quella collinetta dove vi siete messi, e non è nemmeno un cattivo sedile, benché sorga su ossa umane.»

Heyward e le sorelle si alzarono subito da quel sepolcro erboso, né le due signore riuscirono, nonostante le terribili scene alle quali avevano assistito da poco, a reprimere un moto di naturale orrore trovandosi a così stretto contatto con le tombe dei Mohawk. La luce grigia, e la piccola zona tetra di erba scura, bordata di cespugli al di là dei quali i pini parevano ergersi, in un silenzio vivente, fino a toccare le nubi, e la quiete mortale dell'immensa foresta, tutto parve in quell'attimo unirsi a rendere questa sensazione più profonda.

«Se ne sono andati, e sono senza difesa,» continuò Occhio di Falco, facendo un gesto con la mano con un sorriso melanconico quando esse manifestarono il loro allarme. «Essi non lanceranno più il grido di guerra né colpiranno più col tomahawk! E di tutti coloro che hanno aiutato a metterli dove ora giacciono, solo Chingachgook ed io siamo vivi! I fratelli e la famiglia del Mohicano costituivano il nostro gruppo e ora vedete davanti a voi tutto ciò che rimane della sua razza.»

Gli occhi degli ascoltatori cercarono involontariamente le forme degli indiani, con compassionevole interesse per il loro disgraziato destino. Le loro brune figure si vedevano ancora tra le ombre del fortino: il figlio ascoltava il racconto del padre con l'intensità prodotta da quella narrazione che tornava tanto ad onore di uomini che egli aveva a lungo venerato per il loro coraggio e per le selvagge virtù.

«Credevo che i Delaware fossero un popolo pacifico,» disse Duncan, «e che non muovessero mai guerre di propria iniziativa e avessero affidato la difesa delle loro terre proprio a quei Mohawk che hanno ucciso!»

«Ciò è in parte vero,» replicò l'esploratore, «e tuttavia, al fondo, questa è una perfida menzogna. In passato venne fatto un trattato dagli olandesi che desideravano spodestare gli indigeni, i quali avevano maggiori diritti sul paese nel quale si erano insediati. I Mohicani, benché facessero parte dello stesso popolo e avendo a che fare con gli inglesi, non entrarono mai in quello sporco affare, ma mantennero la loro virilità come, in verità, hanno fatto i Delaware quando vennero loro aperti gli occhi sulla loro stoltezza. Avete davanti a voi un capo dei grandi Mohicani Sagamore! Un tempo la sua famiglia poteva cacciare il cervo su un tratto del paese più vasto di quello che ora appartiene ad Albany Patteroon, senza attraversare un ruscello o una valle che non fosse loro; ma cosa rimane al loro discendente? Egli potrà trovare, forse, i suoi sei piedi di terra, quando Dio vorrà, e lì rimanere in pace, se avrà un amico che si prenderà la pena di seppellire la tua testa abbastanza in fondo, sì che l'aratro non lo raggiunga!»

«Basta!» disse Heyward, temendo che l'argomento potesse portare ad una discussione che avrebbe interrotto l'armonia tanto necessaria alla salvezza delle sue belle compagne. «Abbiamo viaggiato a lungo e pochi di noi sono benedetti da un fisico come il vostro che sembra non conoscere fatica o debolezza.»

«Nervi e muscoli da uomo mi fanno superare ogni cosa» disse il cacciatore osservandosi le membra muscolose con una semplicità che tradiva l'onesto piacere che gli dava il complimento. «Ci sono uomini più grandi e grossi nelle colonie, ma dovreste percorrere una città per molti giorni per trovare uno che sia in grado di camminare per cinquanta miglia senza fermarsi a prendere respiro, o che abbia mantenuto quei cani a portata di udito in una caccia di ore. Tuttavia, poiché carne e sangue non sono sempre uguali, è ragionevole pensare che le gentili signore desiderino riposare dopo tutto ciò che hanno visto e fatto oggi. Uncas, scopri la sorgente, mentre tuo padre e io prepareremo un riparo per quelle tenere teste con questi germogli di castagno e un letto di erba e foglie.»

Il dialogo si interruppe; intanto il cacciatore e i compagni prepararono comodità e protezione per coloro che guidavano. Una sorgente che molti anni prima aveva indotto gli indigeni a scegliere quel luogo per la loro temporanea fortezza, fu ben presto liberata dalle foglie, e una fontana cristallina sgorgò dal suo letto, diffondendo le proprie acque sulla verde collinetta. Un angolo della costruzione venne ricoperto perché li riparasse dalla pesante rugiada, e sotto di esso furono posti mucchietti di teneri arbusti e foglie secche, in modo che le sorelle potessero riposarvi. Mentre gli attenti uomini dei boschi erano così occupati, Cora ed Alice, condivisero il cibo che il dovere, più che il desiderio, imponeva loro di accettare. Poi si ritirarono all'interno, e non senza avere prima offerto la loro devozione per le grazie passate e aver chiesto il favore Divino per la notte che stava per venire, distesero le loro tenere forme sul fragrante giaciglio, e malgrado i ricordi del passato e le apprensioni per il futuro, caddero presto in quel sonno che la natura richiedeva imperiosamente mentre era reso più dolce dalle speranze per il domani.

Duncan si era preparato a passare la notte di guardia vicino a loro, appena fuori dalle rovine, ma l'esploratore, vedendo le sue intenzioni, indicò Chingachgook, e mentre si allungava con calma sull'erba, disse: «Gli occhi di un bianco sono troppo pesanti e troppo ciechi per una veglia come questa! Il Mohicano sarà la nostra sentinella, perciò dormiamo.»

«Mi sono già dimostrato un poltrone la notte scorsa al mio posto,» disse Heyward «e ho meno bisogno di riposare di voi che avete fatto più onore al dovere di un soldato. Lasciate dunque che tutti dormano mentre io farò la guardia.»

«Se ci trovassimo tra le bianche tende del 60° e davanti a un nemico come il francese non potrei desiderare guardia migliore,» replicò l'esploratore «ma nell'oscurità e tra i pericoli della foresta il vostro discernimento sarebbe come la fantasia di un fanciullo e la vostra vigilanza sprecata. Fate dunque come Uncas e me, dormite sicuro.»

Heyward constatò che effettivamente il giovane indiano si era disteso sul fianco della collinetta mentre essi stavano parlando, come chi cerca di impiegare al massimo il tempo concessogli per dormire, e il suo esempio era stato seguito da David la cui voce era letteralmente «incollata alle mascelle» per la febbre della ferita, salita com'era per la faticosa marcia. Non volendo prolungare un'inutile discussione, il giovane finse di obbedire appoggiando la schiena ai tronchi del fortino, in una posizione semidistesa, ma ben deciso, dentro di sé, di non chiudere occhio finché non avesse consegnato coloro che erano state affidate alle sue cure fra le braccia di Munro in persona. Occhio di Falco, credendo di averlo convinto, ben presto si addormentò, e un silenzio profondo come la solitudine nella quale lo avevano trovato, pervase il luogo solitario.

Per parecchi minuti Heyward riuscì a tener i suoi sensi desti e attenti ad ogni lamento che si levasse dalla foresta. La vista gli si fece più acuta mentre le ombre della sera ricoprivano il luogo, e anche più tardi, dopo che le stelle si furono accese sul suo capo, egli fu in grado di distinguere le forme distese dei suoi compagni che si allungavano sull'erba e a notare la figura di Chingachgook che sedeva ritto e immobile come uno degli alberi che formavano una scura barriera da ogni lato. Sentiva i lievi respiri delle sorelle che giacevano poco distanti da lui, e non gli sfuggiva nemmeno il leggero sussurro di una foglia agitata da un soffio d'aria. Alla fine, tuttavia, le lugubri note di un caprimulgo si mescolarono con i lamenti di una civetta. I suoi occhi appesantiti cercavano di tanto in tanto i raggi luminosi delle stelle, poi gli parve di vederle attraverso le palpebre ormai abbassate. Nei brevi momenti di veglia scambiò un cespuglio per chi faceva la sentinella con lui, poi la testa gli cadde sulla spalla che, a sua volta, cercò l'appoggio del terreno; alla fine tutta la sua persona si afflosciò e cedette; il giovane cadde in un profondo sonno e sognò di essere un antico cavaliere che stava di guardia, nel cuore della notte, davanti alla tenda della principessa liberata, il cui favore egli non disperava di ottenere con una simile prova di devozione e di vigilanza. Per quanto tempo lo stanco Duncan sia rimasto in questo stato di incoscienza, egli non lo seppe mai, ma le visioni dei suoi sogni erano già completamente svanite, quando fu svegliato da un leggero tocco sulla spalla. A questo pur leggero segnale, egli balzò in piedi con un confuso ricordo del dovere che si era imposto all'inizio della notte.

«Chi va là?» domandò cercando la spada là dove era di solito appesa. «Parlate, siete amico o nemico?»

«Amico,» rispose a bassa voce Chigachgook indicando l'astro che stava diffondendo la sua dolce luce attraverso le fessure degli alberi sopra il loro bivacco, quindi aggiunse immediatamente nel suo inglese scorretto: «Viene la luna e il forte dell'uomo bianco lontano... molto lontano; ora di partire, quando il sonno chiude tutti e due gli occhi del francese!»

«Avete ragione! Chiamate i vostri amici e imbrigliate i cavalli, mentre io preparo le mie compagne per la marcia!»

«Siamo sveglie Duncan,» disse la dolce voce argentina di Alice dall'interno, «e pronte a viaggiare molto veloci dopo un sonno così ristoratore, ma voi avete vegliato questa notte per il nostro bene, dopo aver sopportato tanta fatica durante il giorno!»

«Dite piuttosto che avrei voluto vegliare, ma gli occhi mi hanno tradito, due volte mi sono mostrato indegno del compito affidatomi.»

«No, Duncan, non negatelo,» interruppe Alice con un sorriso, uscendo dall'ombra della costruzione e muovendo verso la luce lunare, in tutto lo splendore della sua fresca bellezza. «So che siete negligente quando si tratta di voi, ma anche troppo vigile in favore di altri. Non potremmo sostare qui ancora un poco, mentre voi vi prendete il riposo di cui avete bisogno? Volentieri, molto volentieri, Cora ed io faremo da sentinelle mentre voi e tutti questi coraggiosi uomini tenterete di dormire un pochino!»

«Se la vergogna potesse curare la mia sonnolenza, dovrei non chiudere mai più un occhio,» disse il giovane in imbarazzo, guardando il viso ingenuo di Alice nella cui dolce sollecitudine, tuttavia, egli non scorse nulla che confermasse il suo mezzo sospetto. «È anche troppo vero che dopo avervi condotto nel pericolo per la mia sbadataggine, io non ho nemmeno il merito di aver vegliato i vostri sonni, come si converrebbe a un soldato.»

«Nessun altro che Duncan stesso potrebbe accusare Duncan di una simile debolezza. Andate, dunque, e dormite; credetemi, nessuna di noi due, benché deboli ragazze, verrà meno alla veglia.»

Il giovane venne risparmiato dall'imbarazzo di proclamare ulteriormente i propri demeriti, da una esclamazione di Chigachgook e dalla posizione fissa ed attenta assunta dal figlio.

«I Mohicani sentono un nemico!» mormorò Occhio di Falco che nel frattempo, come l'intera compagnia, si era svegliato e si stava muovendo. «Essi fiutano il pericolo nell'aria!»

«Santo cielo,» esclamò Heyward, «abbiamo già avuto abbastanza spargimento di sangue!»

Tuttavia, mentre parlava il giovane afferrò il fucile, e avanzando si preparò ad espiare il proprio peccato veniale, rischiando spontaneamente la vita in difesa di coloro che proteggeva. «È qualche creatura della foresta che ci gironzola intorno in cerca di cibo» disse in un sussurro non appena il basso e apparentemente distante suono che aveva fatto trasalire i Mohicani raggiunse le sue orecchie.

«Sst!» replicò l'attento esploratore. «È un uomo, e anche se ora posso distinguere il suo passo, i miei sensi sono ben poveri se confrontati a quelli di un indiano! Quell'Urone che è scampato si è imbattuto in una delle compagnie di confine di Montcalm ed essi hanno scoperto le nostre tracce. Io stesso non desidero spargere altro sangue umano in questo luogo,» aggiunse guardando con l'ansia dipinta sul viso gli oggetti indistinti che lo circondavano, «ma se si deve, si deve! Porta i cavalli nel fortino Uncas e voi amici, seguiteli nello stesso rifugio. Benché vecchio e povero esso offre un riparo ed ha risuonato dei crepitii di un fucile già prima di questa notte!»

Egli fu subito obbedito: i Mohicani portarono i Narraganset entro le rovine, mentre l'intera compagnia vi si riparava in silenzio. I rumori dei passi che si avvicinavano erano ora troppo distinti per lasciare dubbi sulla natura dell'interruzione. Ben presto si mescolarono a dei richiami in un dialetto indiano che l'esploratore confermò a Heyward in un sussurro essere la lingua degli Uroni. Quando la banda raggiunse il punto dove i cavalli erano penetrati nel boschetto che circondava il fortino, non seppe evidentemente più che partito prendere perché avevano perduto quei segni che, fino a quel momento, li avevano guidati nella loro caccia. Si sarebbe detto, a giudicare dalle voci, che venti uomini si erano raccolti intorno a quel punto e che stessero rumorosamente mescolando le loro diverse opinioni e consigli.

«Quelle canaglie conoscono la nostra debolezza,» mormorò Occhio di Falco che stava di fianco ad Heyward, nell'ombra e guardava attraverso una fessura dei tronchi, «altrimenti non si concederebbero tanti indugi in questa marcia da squaw. Ascoltate quei rettili! Ciascuno di loro sembra avere due lingue e una sola gamba.»

Duncan, benché coraggioso in combattimento, in un simile momento di dolorosa attesa non diede alcuna risposta alla fredda e caratteristica osservazione dell'esploratore. Si limitò a stringere più forte il fucile e a fissare gli occhi alla stretta apertura, attraverso la quale guardò, alla luce della luna, con ansia crescente. Si sentirono poi i toni più profondi di uno che parlava come investito di autorità, tra il silenzio che denotava il rispetto col quale i suoi ordini, o meglio, i suoi consigli, erano ricevuti. Dopo di che, dal fruscio delle foglie e dal crepitio dei ramoscelli secchi, fu chiaro che i selvaggi si stavano preparando alla ricerca delle tracce perdute. Fortunatamente per gli inseguiti, la luce della luna, che invadeva col suo dolce splendore la piccola area intorno alle rovine, non era abbastanza forte da penetrare le profonde volte della foresta, dove gli oggetti rimanevano ancora in una luce ingannevole. La ricerca si dimostrò infruttuosa perché il passaggio dal sentiero indistinto percorso dai viaggiatori verso il folto del boschetto era stato così breve e repentino che ogni traccia dei loro passi si era persa nell'oscurità della foresta.

Non trascorse molto tempo tuttavia, prima che si udissero gli instancabili selvaggi battere i rovi e avvicinarsi poco a poco al bordo interno della fitta barriera di castagni che circondava la piccola area.

«Stanno arrivando,» mormorò Heyward tentando di infilare il fucile nella fessura dei tronchi, «spariamo mentre si avvicinano.»

«Tenete, tutto all'ombra,» replicò l'esploratore. «Lo scatto di un acciarino o persino l'odore di un granello di zolfo, ci tirerebbe addosso quelle canaglie affamate come un sol uomo. Piaccia a Dio che si possa combattere per la cotenna, confidando nell'esperienza di uomini che conoscono le usanze dei selvaggi e che non si ritraggono spesso quando viene lanciato il grido di guerra.»

Duncan gettò uno sguardo dietro di sé e vide che le tremanti sorelle si erano accovacciate nell'angolo estremo dell'edificio, mentre i Mohicani si mantenevano nell'ombra, ritti come due pali, pronti e chiaramente desiderosi di colpire quando fosse necessario. Frenando la propria impazienza, egli guardò ancora fuori, ed attese in silenzio la conclusione. In quel momento il boschetto si aprì, e un alto Urone armato avanzò di pochi passi nella radura. Mentre costui guardava verso il fortino silenzioso, la luce della luna cadde sul suo viso bruno e rivelò sorpresa e curiosità. Egli emise l'esclamazione che accompagna di solito le prime emozioni di un indiano, e chiamando a bassa voce, presto attirò un compagno presso di sé.

I figli delle foreste rimasero a fissare per parecchi minuti l'edificio in rovina e a conversare nella lingua incomprensibile della loro tribù. Poi si avvicinarono, benché a passi lenti e cauti, fermandosi ad ogni momento per guardare l'edificio, come cervi spaventati, ma combattuti tra curiosità e paura. Il piede di uno di loro si arrestò improvvisamente sul monticello e il selvaggio fermò per esaminarne la natura.

In quel momento Heyward osservò che l'esploratore aveva liberato il coltello dalla custodia e abbassato la bocca del fucile. Imitando questi gesti il giovane si preparò alla battaglia che ora sembrava inevitabile. I selvaggi erano così vicini che il minimo movimento di uno dei cavalli, o persino un respiro profondo più del comune, avrebbero tradito i fuggiaschi. Ma nello scoprire il carattere del monticello l'attenzione degli Uroni sembrò diretta altrove. Essi confabularono, e il suono delle loro voci era basso e solenne, come influenzato da una reverenza profondamente mescolata alla venerazione. Poi si ritirarono cautamente, tenendo gli occhi fissi alle rovine come se aspettassero gli spettri dei morti uscire da quelle mura silenziose, finché, raggiunto il limite dell'area, penetrarono adagio nel folto, e scomparvero.

Occhio di Falco lasciò cadere il calcio del fucile e tirando un lungo, libero sospiro esclamò in un sussurro: «Già! essi rispettano i morti, e questa volta ciò ha salvato le loro vite e forse anche quelle di uomini migliori.»

Heyward prestò attenzione al compagno per un solo istante, ma senza rispondere si volse di nuovo verso coloro che in quel momento gli interessavano di più. Si udirono i due Uroni lasciare il boschetto e presto fu chiaro che tutti gli inseguitori erano radunati attorno ad essi, profondamente interessati al loro racconto. Dopo pochi minuti di dialogo concitato e solenne, del tutto diverso dal clamore col quale si erano prima raccolti attorno al luogo, i suoni si affievolirono e si allontanarono, e alla fine si persero nel cuore della foresta.

Occhio di Falco attese finché un segnale di Chingachgook che stava in ascolto lo assicurò che ogni suono della banda che si ritirava era completamente smorzato dalla distanza, poi fece segno ad Heyward di tirar fuori i cavalli e di aiutare le sorelle a montare in sella. Quando ciò fu fatto tutti uscirono dalla porta rotta e, sgusciando via in direzione opposta a quella dalla quale erano entrati, si allontanarono; le sorelle gettarono sguardi fuggevoli alle tombe silenziose e alle cadenti rovine mentre lasciavano la morbida luce della luna per immergersi nell'oscurità dei boschi.

 

XIV

 

Guard-Qui est la?

Puc-Paisans, pauvres gens de France

Enrico VI

 

Mentre lasciavano il fortino, finché la compagnia non fu immersa nel profondo della foresta, ciascuno di loro era troppo compreso della fuga per azzardare anche una sola parola o soltanto un sussurro. L'esploratore riprese il suo posto alla testa, ma i suoi passi, dopo che ebbe messo una distanza di sicurezza tra sé e i nemici, si fecero più cauti che nella marcia precedente, a causa della sua completa ignoranza della posizione dei boschi circostanti. Più di una volta si fermò per consultarsi con i compagni Mohicani, indicando la luna ed esaminando con cura le cortecce degli alberi. In queste brevi pause Heyward e le sorelle ascoltavano, con i sensi resi doppiamente acuti dal pericolo, per percepire qualunque segno che potesse annunciare la vicinanza dei nemici.

In quei momenti pareva che una vasta zona del paese giacesse sepolta in un sonno eterno; non il minimo rumore si levava dalla foresta, se non qualche lontano e appena percettibile fruscio di un corso d'acqua. Uccelli, bestie e uomini sembravano ugualmente addormentati, se mai fosse stato possibile trovare qualcuno di questi ultimi in quel vasto tratto di foresta. Ma il debole mormorio di un ruscello, tolse le guide da non lieve imbarazzo ed esse immediatamente vi si diressero.

Quando ebbero raggiunto le rive del piccolo corso d'acqua, Occhio di Falco fece un'altra sosta, e togliendosi i mocassini, invitò Heyward e Gamut ad imitarlo. Poi entrò nell'acqua e per quasi un'ora tutti camminarono nel letto del ruscello, senza lasciare tracce. La luna era già sprofondata in un immenso cumulo di nuvole nere che sovrastavano l'orizzonte ovest quando essi uscirono dal basso fiume serpeggiante per tornare alla luce e al livello della pianura sabbiosa, ricoperta di boschi. Qui l'esploratore sembrò sentirsi di nuovo a proprio agio; infatti proseguì con la sicurezza e la diligenza di chi si muove senza imbarazzo. Il sentiero divenne presto accidentato e i viaggiatori poterono rendersi chiaramente conto che le montagne erano vicine e che essi stavano proprio per entrare in una delle loro gole. Improvvisamente Occhio di Falco si fermò e aspettando di essere raggiunto dall'intera compagnia, parlò ma in toni così bassi e cauti da aumentare la solennità delle sue parole nella quiete e nelle tenebre di quel luogo.

«È facile conoscere i sentieri e trovare i ‹lick› e i corsi d'acqua nella foresta,» disse, «ma chi oserebbe dire, vedendo questo luogo, che un potente esercito sosti tra quegli alberi silenti e quelle sterili montagne?»

«Non siamo dunque molto distanti da William Henry?» chiese Heyward avvicinandosi all'esploratore.

«C'è ancora un lungo e faticoso sentiero: quando e dove prenderlo costituisce ora la nostra maggiore difficoltà. Vedete,» disse indicando al di là degli alberi verso un punto dove un piccolo specchio d'acqua rifletteva le stelle dal suo placido seno, «ecco il ‹laghetto insanguinato› e io mi trovo su un terreno che non solo ho spesso percorso, ma sul quale ho combattuto il nemico dal sorgere al calare del sole.»

«Ah! quello specchio d'acqua fosca e cupa è dunque il sepolcro di quei coraggiosi che sono caduti nello scontro. Ne ho sentito parlare, ma non sono mai stato sulle sue rive prima d'ora.»

«Tre battaglie abbiamo combattuto in un sol giorno col franco-olandese,» disse Occhio di Falco seguendo il filo dei suoi pensieri più che rispondere all'osservazione di Duncan. «Ci ha incontrato proprio qui vicino, mentre marciavamo per andare a tendergli un'imboscata. e ci ha sparpagliato, come cervi inseguiti, attraverso quelle gole, fino alle rive dell'Horican. Poi ci riunimmo dietro gli alberi caduti e di lì gli tenemmo testa, comandati da Sir William - che venne nominato Sir proprio per questa impresa - così lo abbiamo ben ripagato della sconfitta che ci aveva inflitto al mattino! Centinaia di francesi quel giorno videro il sole per l'ultima volta e persino il loro capo, Dieskau stesso, cadde in mano nostra, così ferito e malconcio che è tornato al suo paese inabile ad altre azioni di guerra.»

«È stata una nobile vittoria!» esclamò Heyward nell'impeto del suo giovanile ardore. «La sua fama ci ha raggiunto ben presto nel nostro esercito a sud.»

«Già! ma non è finita qui. Fui inviato dal Maggiore Effingham, per ordine di Sir William stesso, per aggirare i francesi e portare la notizia della loro sconfitta attraverso il passaggio via terra, al forte sull'Hudson, Proprio qui, dove vedete gli alberi innalzarsi in un rigonfio montagnoso, incontrai una compagnia che stava venendo in nostro aiuto e li accompagnai dove il nemico stava prendendo il suo pasto, senza immaginare che il lavoro di quella giornata non era ancora finito.»

«E li avete sorpresi?»

«Se la morte può essere una sorpresa per uomini che stanno pensando solo a soddisfare il proprio appetito. Abbiamo dato loro poco tempo per respirare perché ci avevano sconfitto duramente nella battaglia del mattino e ben pochi dalla nostra parte non avevano perduto qualche parente o amico per mano loro. Quando tutto fu finito, i morti e, dicono alcuni, i morenti, furono gettati nel laghetto. Questi occhi hanno visto le sue acque tinte di sangue come mai è stato per acque sgorgate dalle viscere della terra.»

«È stato ben fatto e, credo, sarà una tomba tranquilla per un soldato. Avete dunque prestato molti servigi alle nostre frontiere!»

«Io!» disse l'esploratore sollevando l'alta persona in atteggiamento di orgoglio militaresco. «Non ci sono molti echi in queste colline che non abbiano risuonato dei colpi del mio fucile, né lo spazio di un miglio quadrato tra l'Horican e il fiume sul quale ‹Ammazzacervo› non abbia lasciato un cadavere, sia esso di nemico o di animale. Quanto alla quiete di quella tomba, come voi dite, è un'altra faccenda. Ci sono alcuni nell'accampamento che dicono e pensano, amico, che per giacere in pace, non si deve essere sepolti mentre ancora c'è fiato in corpo, ed è certo che nella fretta di quella sera, i dottori ebbero poco tempo per stabilire chi era vivo e chi morto. Sst! Non vedete nessuno che cammina sulle rive dello stagno?»

«È improbabile che ci sia qualcuno senza casa come noi in questa cupa foresta.»

«Uno come lui si preoccupa poco di avere una casa o un rifugio e la rugiada della notte non può bagnare un corpo che passa i suoi giorni nell'acqua,» replicò l'esploratore stringendo la spalla di Heyward con una forza così convulsa da rendere il giovane soldato dolorosamente consapevole di quanto superstizioso terrore si fosse impadronito di un uomo di solito tanto impavido. «Ma aspettate, c'è una forma umana e si sta avvicinando! Tenetevi vicino alle vostre armi perché non sappiamo chi stiamo per incontrare.»

«Qui vive?» domandò una voce dura e frettolosa che proveniva da quel luogo solitario e solenne, e suonava come una sfida lanciata da un altro mondo.

«Cosa dice?» mormorò l'esploratore. «Non parla né indiano né inglese!»

«Qui vive?» ripeté la stessa voce, che fu immediatamente seguita dal rumore secco delle armi e da un atteggiamento minaccioso.

«France!» gridò Heyward avanzando dall'ombra degli alberi verso la riva dello stagno, portandosi a poche iarde dalla sentinella.

«D'où venez vous?... Où allez vous, d'aussi bonne heure?» domandò il granatiere nella lingua e con l'accento di un uomo della vecchia Francia.

«Je viens de la découverte, et je vais me coucher.»

«Ètez-vous officier du roi?»

«Sans doute mon camarade; me prends-tu pour un provincial! Je suis capitain des chasseurs (Heyward sapeva bene che l'altro era di un reggimento di linea), j'ai ici avec moi, les filles du commandant de la fortification. Ah! tu en as entendu parler! Je les ai fait prisionnières près de l'autre fort, et je les ai conduit au général.»

«Ma fois! Mesdames; j'en suis faché pour vous,» esclamò il giovane soldato toccandosi il cappello con grazia; «mais fortune de guerre, vous trouverez notre général un brave homme, et bien poli avec les dames.»

«C'est le caractère des gens de guerre,» disse Cora con ammirevole autocontrollo. «Adieu mon ami; je vous souhaiterais un devoir plus agréable à remplir.»

Il soldato si inchinò umilmente per questa gentilezza, e dopo che Heyward ebbe aggiunto un «Bonne nuit, mon camarade,» proseguirono decisi il cammino, lasciando la sentinella a misurare coi passi le rive del silenzioso laghetto, senza sospettare un nemico tanto sfrontato e canticchiando fra sé alcune parole che gli vennero in mente alla vista delle donne o forse per il ricordo della sua lontana e bella Francia.

«Meno male che capivate quel mascalzone!» mormorò l'esploratore, quando furono un po' distanti e lasciando cadere il fucile nell'incavo delle braccia. «Ho visto subito che si trattava di uno di quei francesi molesti; e buon per lui che il suo parlare era amichevole e i suoi modi gentili, altrimenti si sarebbe dovuto trovare un posto per le sue ossa insieme a quelle dei suoi connazionali.»

Fu interrotto da un lungo e forte gemito proveniente dal piccolo specchio d'acqua, come se davvero gli spiriti dei trapassati aleggiassero sui loro sepolcri d'acqua.

«Era certamente fatto di carne!» continuò l'esploratore. «Nessuno spirito potrebbe maneggiare le armi con tanta fermezza!»

«Era di carne, e dubito che il poveraccio appartenga ancora a questo mondo,» disse Heyward guardandosi attorno e vedendo che non c'era Chingachgook fra loro.

Un altro lamento più debole del primo fu seguito da un pesante e cupo tonfo nell'acqua, poi tutto fu di nuovo silenzioso, come se le rive del tetro laghetto non fossero mai state risvegliate dal silenzio della creazione. Mentre esitavano ancora nell'incertezza, la forma dell'indiano fu vista sbucare dai cespugli. Quando il capo li raggiunse, con una mano appese la cotenna fumante dello sfortunato giovane francese alla cintola e con l'altra rimise a posto il coltello e il tomahawk insanguinati. Poi riprese il suo posto abituale con l'aria di chi crede di aver compiuto un'azione meritevole.

L'esploratore appoggiò un'estremità del fucile in terra e, appoggiando le mani all'altra, rimase a meditare in profondo silenzio. Poi, scuotendo la testa afflitto, mormorò: «Sarebbe stata un'azione crudele e inumana per un bianco: ma ciò è tipico degli indiani ed è nella loro natura, suppongo che non lo si debba negare. Avrei preferito piuttosto che ciò fosse accaduto a un dannato Mingo, invece che a quel gioviale ragazzo dei vecchi paesi.»

«Basta,» disse Heyward, temendo che le sorelle ignare potessero comprendere la natura dell'indugio, vincendo il disgusto con una serie di riflessioni molto simili a quelle dell'esploratore. «Ormai è fatto, e benché sarebbe stato meglio se non fosse successo, non vi si può porre rimedio. Come vedete, è chiaro che siamo fra le sentinelle dei nemici, che strada suggerite di seguire?»

«Sì,» disse Occhio di Falco alzandosi, «come voi dite, è troppo tardi per pensare ancora all'accaduto. Già, i francesi si sono riuniti attorno al fortino e fanno sul serio, perciò abbiamo un ago difficile da infilare per passare in mezzo a loro.»

«E poco tempo per farlo,» aggiunse Heyward alzando lo sguardo verso i banchi di vapore che celavano la luna calante.

«E poco tempo per farlo,» ripeté l'esploratore. «La cosa può essere fatta in due modi, con l'aiuto della Provvidenza, senza la quale non la si può fare affatto.»

«Dite, presto, perché il tempo incalza.»

«Uno sarebbe di far scendere da cavallo le gentili signore e lasciare andare le loro bestie a vagare per la pianura: mandando avanti i Mohicani potremmo aprirci un passaggio fra le sentinelle ed entrare nel forte passando sopra i cadaveri.»

«Questo no... Questo no!» interruppe il generoso Heyward. «Un soldato può farsi strada con la forza, ma non con questi mezzi.»

«Sarebbe, a dire il vero, un cammino spaventevole per piedi così delicati» replicò l'esploratore ugualmente riluttante. «Ma ho creduto che si confacesse alla mia natura d'uomo nominarlo. Dobbiamo quindi tornare sui nostri passi e superare la linea dei loro posti d'osservazione, dopo di che faremo una leggera curva verso ovest e penetreremo nelle montagne, dove posso nascondervi in modo tale che i cani al soldo di Montcalm saranno sviati dalla pista per i mesi a venire.»

«Facciamo così e subito.»

Era inutile aggiungere altro, perché Occhio di Falco, limitandosi a dire «Seguitemi,» si incamminò per la strada che avevano già fatto e che li aveva condotti nell'attuale pericolosa situazione. Il loro procedere, come il loro ultimo dialogo, fu cauto e senza rumore, perché nessuno sapeva in quale momento una pattuglia di passaggio o un picchetto in agguato potessero trovarsi sul loro cammino. Quando presero la silenziosa via lungo i margini del laghetto, Heyward e l'esploratore gettarono altre occhiate fuggevoli alla sua fosca desolazione. Cercarono invano la forma che poco prima avevano visto vagare lungo le sue rive silenziose, mentre un lieve e regolare sciacquio delle piccole onde diceva che le acque non si erano ancora placate e portava paurosamente alla memoria il fatto di sangue di cui erano appena stati testimoni. Ben presto però, come tutta la cupa scena, il piccolo specchio d'acqua si confuse nelle tenebre e si mescolò alla massa nera di oggetti, alle spalle dei viaggiatori.

Occhio di Falco, presto deviò dalla linea della loro ritirata e, tagliando verso le montagne che formavano il confine occidentale della stretta pianura, condusse a rapidi passi coloro che lo seguivano, ad immergersi nelle ombre gettate dalle alte cime ineguali. La strada ora si era fatta faticosa: si inerpicava lungo una linea irta di rocce e solcata di burroni. Il loro procedere era perciò lento. Colline brulle e nere li circondavano da ogni lato e compensavano in qualche modo la maggior fatica della marcia, col senso di sicurezza che ispiravano. Alla fine il gruppetto si incamminò lentamente per una scoscesa e aspra salita, lungo un sentiero che serpeggiava curiosamente fra le rocce e gli alberi, evitando le une e fiancheggiando gli altri, così da rendere evidente che era stato concepito da uomini dotati di una lunga pratica nelle arti della foresta. Man mano che si innalzavano dal livello della valle, la fitta oscurità che di solito precede l'avvicinarsi del giorno, prese a diradarsi e cominciarono a distinguersi gli oggetti nella pianura e i colori vivi che la natura aveva donato loro.

Quando uscirono dal gruppo di stentati alberi, abbarbicati agli aridi fianchi della montagna, sopra una piatta roccia muschiosa che formava la sua vetta, essi trovarono il mattino che veniva loro incontro rosseggiante, sopra i verdi pini di una collina che sorgeva dal lato opposto della valle dell'Horican. Qui l'esploratore disse alle sorelle di scendere da cavallo, e prendendo il morso dalla bocca e la sella dalla groppa delle bestie sfinite, le lasciò libere di racimolare lo scarso sostentamento tra gli arbusti e la rada erba di quella zona elevata.

«Andate,» disse «e cercate cibo dove la natura ve lo offre e state attenti di non diventare nutrimento dei lupi affamati che si aggirano fra le colline.»

«Non abbiamo più bisogno di loro?» domandò Heyward.

«Guardate e giudicate coi vostri stessi occhi,» disse l'esploratore avanzando verso il limitare ad est della montagna, mentre faceva segno all'intera compagnia di seguire. «Se guardare nel cuore dell'uomo fosse facile come spiare le difese dell'accampamento di Montcalm da quassù, gli ipocriti diverrebbero più rari e l'astuzia di un Mingo altro non sarebbe se non un gioco in perdita, confrontato all'onestà di un Delaware.»

Quando i viaggiatori raggiunsero il ciglio del precipizio constatarono con una sola occhiata la verità delle parole dell'esploratore e l'ammirevole previdenza con la quale egli li aveva condotti in quella posizione dominante.

La montagna sulla quale si trovavano si innalzava forse per un migliaio di piedi, ed era costituita da un alto cono, che sorgeva un po' avanzato rispetto alla catena che si estende per miglia lungo le rive occidentali del lago, e che poi, congiungendosi a quelle della stessa origine al di là delle acque, corre verso il Canadà, in confusi e accidentati massi rocciosi, cosparsi qua e là di sempreverdi. Proprio ai loro piedi, la riva sud dell'Horican si spalancava in un ampio semicerchio, da una montagna all'altra, delimitando una vasta sponda che subito si ergeva in una pianura irregolare e piuttosto elevata. A nord si estendeva il limpido e - visto da quella altezza vertiginosa - lo stretto specchio d'acqua del ‹lago sacro›, frastagliato da innumerevoli baie, abbellito da fantastici promontori e punteggiato di infinite isole. A poche leghe di distanza, il letto del lago si perdeva fra le montagne, o era avvolto da nubi di vapore che avanzavano lentamente dal suo grembo, rotolando sospinti dalla leggera brezza mattutina. Ma una stretta apertura tra i margini delle colline rivelava il passaggio per il quale esso si spingeva ancora più a nord, per andare a diffondere il suo puro ed ampio specchio, prima di riversarsi nel lontano Champlain. A sud si allargava la stretta, o per meglio dire irregolare pianura, così spesso menzionata.

Per parecchie miglia in questa direzione, le montagne sembravano non voler cedere il loro dominio, ma a portata d'occhio esse, divergevano e finivano per confondersi con la piatta terra sabbiosa attraverso la quale abbiamo accompagnato i nostri personaggi nel loro duplice viaggio. Lungo entrambe le catene montuose che delimitavano i due lati del lago e della valle, leggere nubi di vapore si sollevavano in volute dai boschi deserti e sembravano il fumo di casette nascoste; oppure rotolavano pigramente giù per i declivi per andare a mescolarsi con la nebbia più in basso. Una sola, solitaria nube, bianca come la neve, fluttuava sopra la valle e indicava il punto sotto il quale giaceva il laghetto silenzioso.

Proprio sulla sponda del lago e più vicino al margine occidentale che a quello orientale, stavano i vasti baluardi e le basse costruzioni di William Henry. Due degli enormi bastioni sembravano posati sull'acqua che sciacquava la loro base, mentre un profondo fossato ed estese paludi difendevano i fianchi e gli angoli del forte. Per un buon tratto, tutto attorno, la terra era stata disboscata, ma il resto della scena era ricoperto della verde livrea della natura, tranne dove le limpide acque addolcivano quella vista, o rocce aguzze facevano spuntare le loro nere cime nude sopra la linea ondulata delle montagne. Da quella parte si potevano vedere sentinelle sparse che facevano una faticosa guardia contro i numerosi nemici; ed entro le mura stesse i viaggiatori videro uomini ancora assonnati per la notte di guardia. Verso sud-est, ma a contatto immediato col forte, c'era un campo trincerato, posto su una sporgenza rocciosa che sarebbe stata molto più adatta al fortino stesso, nel quale Occhio di Falco indicò la presenza di quei reggimenti ausiliari che avevano così di recente lasciato l'Hudson in loro compagnia. Dai boschi un po' più a sud, si levavano numerosi fumi scuri e sporchi che facilmente si distinguevano dalle pure esalazioni delle sorgenti, e l'esploratore mostrò a Heyward anche questi, come prova che il nemico si trovava in forze da quella parte.

Ma lo spettacolo che più interessava il giovane soldato era sulla riva occidentale del lago, piuttosto vicino, però, alla sua punta meridionale. Su una striscia di terra che, vista dal suo posto d'osservazione, sembrava troppo stretta per contenere un simile esercito, ma che, in verità si estendeva per molte centinaia di iarde dalle rive dell'Horican fino ai piedi della montagna, si vedevano le bianche tende e le macchine di guerra di un accampamento di diecimila uomini. Le batterie erano già state alzate ed allineate e - mentre gli spettatori sopra di loro guardavano, agitati da tante diverse emozioni, una scena che si stendeva ai loro piedi come una mappa - il rombo dell'artiglieria si levava dalla valle e oltrepassava in echi tonanti le colline orientali.

«Il mattino raggiunge quelli di sotto soltanto ora,» disse l'esploratore pacato e pensoso, «e coloro che hanno vegliato hanno intenzione di svegliare i dormiglioni con un colpo di cannone. Siamo in ritardo di alcune ore, Montcalm ha già riempito i boschi con i suoi maledetti Irochesi.»

«Il luogo è davvero assediato,» replicò Duncan. «Ma non c'è espediente col quale possiamo entrare? Essere catturati nel fortino sarebbe di gran lunga preferibile che cadere nelle mani degli indiani che ci sono in giro.»

«Guardate!» esclamò l'esploratore, dirigendo senza volere l'attenzione di Cora verso il quartiere di suo padre. «Come quello sparo ha fatto volare le pietre dalla parte dell'alloggiamento del comandante! Già! Questi francesi lo faranno a pezzi più in fretta di quanto sia stata costruita, per solida e robusta che fosse.»

«Heyward, mi fa male la vista di un pericolo che non posso condividere,» disse l'intrepida e ansiosa figlia. «Andiamo da Montcalm e chiediamogli di entrare: non oserà dir di no alla richiesta di una figlia.»

«Difficilmente trovereste la tenda del francese con i capelli in testa» disse l'esploratore brusco, «se avessi solo una di quelle barche che stanno vuote sulla spiaggia, la cosa si potrebbe fare. Ah! Presto finirà la sparatoria, perché laggiù si sta alzando una nebbia che cambierà il giorno in notte e renderà la freccia di un indiano più pericolosa di un cannone ben fuso. Ora, se siete all'altezza dell'impresa e volete seguirmi, io farò un tentativo, perché desidero ardentemente entrare in quel campo, foss'anche soltanto per disperdere qualche cane di Mingo che vedo strisciare ai margini di quella macchia di betulle.»

«Siamo all'altezza,» disse Cora fermamente, «per un simile scopo vi seguiremo in qualsiasi pericolo.»

L'esploratore si volse verso di lei con un sorriso di onesta e cordiale approvazione e rispose: «Vorrei avere mille uomini, con membra robuste e vista acuta che temessero la morte poco come la temete voi! Rimanderei quei ciarlatani di francesi nelle loro tane, prima che la settimana finisse, ululanti come cani in catene o come lupi affamati. Ma muoviamoci!» aggiunse volgendosi verso il resto della compagnia. «La nebbia sta abbassandosi così rapidamente che avremo appena il tempo di incontrarla in pianura, e di usarla come protezione. Se mi capitasse un incidente, fate in modo che l'aria soffi sempre sulla vostra guancia sinistra o, meglio, seguite i Mohicani, essi troveranno la strada, sia di giorno che di notte.»

Poi fece loro cenno con la mano di seguirlo e si precipitò giù per lo scosceso declivio, con passi sicuri ma attenti. Heyward aiutò le sorelle nella discesa e in pochi minuti si trovarono ai piedi di una montagna sulla quale si erano arrampicati con tanta fatica e dolore.

La direzione presa da Occhio di Falco, li portò presto a livello della pianura, quasi di fronte a una pusterla sul lato occidentale del forte, che si trovava a circa mezzo miglio dal punto in cui egli si fermò per permettere a Duncan di salire con le compagne. Nell'ansia, e favoriti dalla natura del terreno, essi erano arrivati prima della nebbia che si stava abbassando pesantemente sul lago, e divenne necessario fermarsi finché essa non avvolse l'accampamento nemico col suo soffice manto. I Mohicani approfittarono dell'indugio per sgattaiolare fuori dal bosco e per fare una ricognizione di ciò che li circondava. Li seguì a breve distanza l'esploratore con l'intenzione di approfittare tempestivamente del loro resoconto e per fare la conoscenza di persona delle più immediate vicinanze.

In pochi minuti fu di ritorno, rosso per il malumore e brontolando il suo disappunto con parole dal tono non esattamente gentile.

«Qui l'astuto francese ha appostato un picchetto proprio sul nostro sentiero,» disse «e noi abbiamo la stessa probabilità di capitare in mezzo a loro come di oltrepassarli nella nebbia!»

«Non potremmo aggirarli per evitare il pericolo,» domandò Heyward, «e tornare di nuovo sul sentiero dopo averli superati?»

«Chi, una volta allontanatosi dalla sua linea di marcia in questa nebbia, può dire dove e quando girare per ritrovarla? Le nebbie dell'Horican non sono come le volute di una pipa della pace o il fumo che si alza da un fuoco per le zanzare.»

Stava ancora parlando quando si udì una deflagrazione, e una palla di cannone entrò nel folto, colpendo il tronco di un alberello e rimbalzando a terra perché la sua forza si era molto dispersa a causa dell'ostacolo precedente. Gli indiani seguirono immediatamente come zelanti accompagnatori del terribile messaggero, e Uncas cominciò a parlare concitatamente in delaware e a gesticolare.

«Può essere così, ragazzo,» borbottò l'esploratore quando ebbe finito, «perché febbri disperate non si devono curare come un mal di denti. Venite, dunque, la nebbia si sta chiudendo su di noi.»

«Ferma!» esclamò Heyward. «Prima spiegateci le vostre intenzioni.»

«È presto fatto e la speranza è poca, ma è meglio che niente. Questo proiettile che vedete,» aggiunse l'esploratore dando un calcio all'innocente pezzo di ferro, ha fatto un solco venendo fin qui dal forte, e noi lo cercheremo quando ci verrà a mancare un altro segno. Basta con le parole e seguitemi, o la nebbia ci lascierà nel bel mezzo del nostro cammino, a far da bersaglio per entrambi gli eserciti.»

Heyward, vedendo che in effetti erano arrivati a un punto critico in cui i fatti valevano più delle parole, si mise fra le sorelle e le trasse rapidamente avanti, tenendo d'occhio l'indistinta figura della guida. Fu subito chiaro che Occhio di Falco non aveva esagerato la potenza della nebbia, perché prima che avessero percorso venti iarde, divenne difficile per ognuno di loro distinguere l'altro fra i vapori.

Avevano fatto un leggero cerchio verso sinistra e stavano già piegando di nuovo a destra avendo, come pensò Heyward, già percorso quasi la metà della distanza che li separava dal forte amico, quando le sue orecchie furono colpite dalla fiera intimazione: «Qui va là?»

«Avanti!» mormorò l'esploratore, girando di nuovo a sinistra.

«Avanti!» ripeté Heyward.

Ma l'intimazione fu ripetuta da una dozzina di voci, ciascuna delle quali sembrava carica di minacce.

«C'est moi,» gridò Duncan, mettendosi a trascinare la sua protetta più che guidarla.

«Bête!... qui?... moi?»

«Ami de la France.»

«Tu m'a plus l'air d'un ennemi de la France; arrête! Non! Tirez, mes camarades.»

L'ordine fu subito eseguito e la nebbia fu agitata dall'esplosione di cinquanta moschetti. Fortunatamente la mira fu cattiva e le pallottole tagliarono l'aria in una direzione leggermente diversa da quella presa dai fuggiaschi, benché fossero così vicine che, per le orecchie inesperte di David e delle donne, sembrarono sibilare a pochi pollici da esse. L'intimazione venne ripetuta e l'ordine, non solo di sparare ancora, ma anche di lanciarsi all'inseguimento fu chiaramente udibile. Quando Heyward ebbe brevemente spiegato il significato delle parole che udivano, Occhio di Falco si fermò e parlò con rapida decisione e grande fermezza.

«Apriamo il fuoco» egli disse. «Crederanno che si tratti di una sortita e ci lasceranno passare, o aspetteranno rinforzi.»

Il piano era buono, ma fallì. Nel momento in cui i francesi sentirono sparare, sembrò che l'intera pianura dalle rive del lago ai confini dei boschi, si fosse riempita di uomini e moschetti crepitanti.

«Ci tireremo addosso tutto l'esercito e provocheremo un assalto generale» disse Duncan. «Andiamo avanti, amico mio, per la vostra vita e per la nostra.»

L'esploratore sembrò voler obbedire, ma nella fretta del momento, e nel cambiare posizione, aveva perso l'orientamento. Invano offrì entrambe le guance alla brezza leggera: esse erano ugualmente fredde. In questo dilemma, Uncas scorpì il solco della palla di cannone là dove essa aveva aperto il terreno in tre formicai adiacenti.

«Datemi la direzione!» disse Occhio di Falco, curvandosi per cercare di intravedere dove erano dirette e proseguendo immediatamente.

Grida, bestemmie, richiami e detonazioni di moschetti, si erano fatti ora rapidi e incessanti e provenivano da ogni lato. Improvvisamente un forte bagliore attraversò la scena, la nebbia si alzò in spessi strati e parecchi cannoni esplosero nella pianura, il rombo fu rimandato violentemente dall'eco fragorosa delle montagne.

«Viene dal forte!» esclamò Occhio di Falco, girandosi appena verso le sue tracce. «E noi, come sciocchi impauriti, stavamo precipitandoci verso il bosco, proprio sotto i coltelli dei Maqua.»

Nel momento in cui si resero conto dell'errore, l'intera compagnia si impegnò a correggerlo col massimo zelo. Duncan affidò volentieri il sostegno di Cora al braccio di Uncas e Cora accettò subito il gradito aiuto. Uomini accaldati e furiosi per l'inseguimento erano evidentemente sulle loro tracce, e ad ogni istante la minaccia della loro cattura, se non della loro distruzione, si faceva più vicina.

«Point de quartier au coquins!» gridò un inseguitore scalmanato che sembrava dirigere le operazioni del nemico.

«Siate pronti e risoluti, miei prodi del 60°!» esclamò improvvisamente una voce sopra di loro. «Aspettate di avvistare il nemico! Mirate in basso e passate per gli spalti.»

«Babbo! Babbo!» fu il grido lacerante dalla nebbia, «Sono io, Alice, la tua Elsie! Risparmia, oh! Salva le tue figlie!»

«Fermi!» gridò colui che aveva parlato prima, negli impressionanti toni di una forte emozione paterna, e il suono raggiunse i boschi e fu rimandato da una eco solenne. «È lei! Dio mi ha restituito le mie bambine! Aprite la porta del forte; in campo, 60°, in campo, non tirate un solo grilletto, altrimenti uccidereste le mie creature! Cacciate quei cani di francesi col vostro acciaio.»

Duncan udì il suono stridulo dei cardini arrugginiti e precipitandosi verso quel punto guidato dal rumore, vide una lunga fila di guerrieri vestiti di rosso scuro che passavano rapidi attraverso gli spalti. Egli li riconobbe per il suo battaglione di Americani del Re, e portandosi alla loro testa, presto cancellò ogni traccia dei suoi inseguitori davanti alla fortificazione.

Per un istante Cora e Alice rimasero tremanti e stupefatte per questo abbandono, ma prima che avessero il tempo di parlare o persino di pensare, un ufficiale di proporzioni gigantesche, la cui testa era imbiancata dagli anni e dalle fatiche, ma la cui aria militaresca era stata addolcita, piuttosto che cancellata dal tempo, si fece largo fra la nebbia e le strinse al petto, mentre copiose e calde lacrime gli scendevano dalle guance pallide e rugose ed esclamò nel tipico accento scozzese: «Per questo ti ringrazio, Signore, venga pure il pericolo, il Tuo servo è pronto!»

XV

 

Entriamo, dunque, per conoscere la sua ambasciata

che io potrei già ora svelare,

prima che il francese apra bocca.

Enrico V

 

Seguirono pochi giorni fra le privazioni, il tumulto e i pericoli dell'assedio, vigorosamente stretto da una potenza cui Munro non aveva mezzi adeguati per resistere. Pareva che Webb, con l'esercito che sonnecchiava sulle rive dell'Hudson, avesse completamente dimenticato che i suoi connazionali erano alle strette. Montcalm aveva riempito dei suoi selvaggi i boschi del passaggio via terra, e i loro gridi e richiami di guerra risuonavano per l'accampamento britannico, raggelando i cuori di uomini già anche troppo inclini a ingigantire il pericolo.

Ma non così per gli assediati. Animati dalle parole e stimolati dagli esempi dei capi, avevano ritrovato il coraggio e mantenevano la loro antica fama con uno zelo che rendeva giustizia alla severità del comandante. Come sazio delle fatiche di una marcia attraverso quelle zone selvagge per incontrare il nemico, il generale francese, benché di indiscutibile abilità, aveva tralasciato di occupare le montagne adiacenti, di dove gli assediati avrebbero potuto essere sterminati impunemente e che, con i moderni metodi di guerra del paese, non sarebbero state trascurate nemmeno per un'ora. Questa sorta di dispregio per i luoghi elevati, o piuttosto, di paura della fatica di raggiungerli, si potrebbe definire il punto debole delle guerre di quel periodo. Tutto ciò aveva origine dalla semplicità delle contese indiane nelle quali, a causa della densità delle foreste, le fortezze erano rare e l'artiglieria quasi inutile.

La negligenza provocata da queste usanze, si protrasse fino alle guerre della rivoluzione, e fece perdere agli Stati l'importante fortezza di Ticonderoga, aprendo così l'esercito di Burgoyne la via verso quello che era allora il cuore del paese. Noi guardiamo a questa ignoranza o abbaglio - comunque lo si voglia chiamare - con stupore, ben sapendo che trascurare un'altura, le cui difficoltà, come quelle del monte Defiance sono state molto esagerate, sarebbe oggigiorno fatale alla reputazione dell'ingegnere che ha progettato le fortezze ai loro piedi, o a quella del generale che avesse la ventura di difenderle.

Il turista, il malato, o l'amatore delle bellezze della natura che trascinato dal suo tiro a quattro, ora percorre lo scenario che abbiamo tentato di descrivere, alla ricerca di cultura, salute o piacere; oppure naviga sicuro verso la sua meta sulle acque artificiali che vennero fatte scaturire a quei tempi, non deve credere che i suoi antenati avessero attraversato quelle colline o lottato con le correnti con la stessa sua facilità. Il trasferimento di un solo pesante cannone era spesso considerato pari ad una vittoria, ciò quando, con un po' di fortuna, il pezzo non era stato allontanato da quanto gli era indispensabile: le munizioni, tanto da renderlo niente più che un inutile tubo di ferro ingombrante.

Gli svantaggi di questo stato di cose pesavano molto sulle fortune del risoluto scozzese che ora difendeva William Henry. Sebbene il suo avversario avesse trascurato le colline, aveva però impiantato strategicamente le sue batterie nella pianura, e se ne serviva con vigore e abilità. Contro questi assalti gli assediati potevano opporre le imperfette e frettolose apparecchiature di una fortezza in mezzo alla foresta.

La scena era animata ma silenziosa. Tutto ciò che faceva parte della natura era dolce o semplicemente grandioso; mentre ciò che dipendeva dal carattere e dai movimenti dell'uomo era vivace e allegro. Due linde bandierine erano esposte, l'una su un angolo sporgente del forte, e l'altra su una batteria avanzata degli assedianti, emblemi della tregua esistente non solo nelle azioni ma, si sarebbe detto, anche nella rivalità dei combattenti. Dietro a queste, ondeggiavano, aprendosi e chiudendosi pesantemente in pieghe seriche, gli stendardi rivali di Francia e Inghilterra.

Un centinaio di giovani francesi spensierati stavano tirando una rete verso la spiaggia ghiaiosa, pericolosamente vicino al cupo ma silenzioso cannone del forte, mentre le montagne orientali rimandavano gli alti gridi e l'allegria che accompagnavano il loro divertimento. Alcuni correvano per andare a godersi le acque del lago, altri arrancavano già su per la vicina collina, con l'infaticabile curiosità del loro popolo. Coloro che dalla parte nemica sorvegliavano gli assediati e gli stessi assediati, osservavano con simpatia tutti questi divertimenti e svaghi. Qua e là un picchetto aveva levato un canto o si era confuso in una danza che aveva attirato gli scuri selvaggi fuori dai loro rifugi nella foresta. In breve, tutto aveva assunto le apparenza di un giorno di piacere, più che di un'ora rubata ai pericoli e alle fatiche di una guerra di vendetta.

Duncan era rimasto in atteggiamento pensoso a contemplare questa scena per alcuni minuti, finché i suoi occhi si diressero verso gli spalti davanti alla pusterla già menzionata, attratti dal rumore di passi che si avvicinavano. Il giovane andò verso un angolo del bastione, e scorse l'esploratore che avanzava verso il corpo principale del forte sotto la custodia di un ufficiale francese. Il viso di Occhio di Falco era smarrito e consunto e la sua aria avvilita, come se provasse la più profonda umiliazione per essere caduto nelle mani del nemico. Era senza la sua amata arma, e aveva le mani legate dietro la schiena con dei lacci di pelle di daino. L'arrivo di bandiere seguite da messaggeri recanti appelli per il comandante, era diventato così abituale negli ultimi tempi che Heyward, alla prima negligente occhiata sul gruppo, si aspettò di vedere un ufficiale nemico, venuto a svolgere questo compito; ma, non appena riconobbe l'alta, ancora vigorosa benché avvilita, figura dell'amico uomo dei boschi, ebbe un sussulto di sorpresa e scese dal bastione per andare verso il centro del forte. Il suono di altre voci, tuttavia, attirò la sua attenzione, e per un momento gli fece dimenticare questo proposito.

All'angolo interno del terrapieno incontrò le sorelle che camminavano lungo il parapetto alla ricerca, come lui, di aria e sollievo. Non si erano incontrati dal doloroso momento in cui egli le aveva lasciate sulla pianura per rendere più sicura la loro salvezza. Allora erano affrante per la preoccupazione e sfinite per la fatica; le rivedeva, ora riposate e fiorenti, benché timide e ansiose. Non è sorprendente che l'impulso lo spingesse verso di loro e gli facesse dimenticare qualsiasi altro obiettivo. Fu però preceduto dalla voce dell'ingenua e giovane Alice: «Ah, tu vagabondo, tu cavaliere sleale!. Tu che abbandoni le tue damigelle proprio nella lizza!» gridò ella. «Qui siamo state per giorni, anzi, secoli, ad aspettare che ti gettassi ai nostri piedi ad implorare pietà e perdono per la tua vile defezione, o dovrei dire piuttosto diserzione, poiché in verità siete fuggito in un modo che nemmeno un cervo colpito - come direbbe il nostro degno amico l'esploratore - avrebbe potuto uguagliarvi!»

«Sapete bene che Alice intende così esprimervi i nostri ringraziamenti e le nostre benedizioni» disse la più seria e riflessiva Cora. «A dire il vero, ci siamo domandate il perché siate rimasto così ostinatamente assente da un luogo dove la gratitudine delle figlie si sarebbe aggiunta ai ringraziamenti del padre.»

«Vostro padre stesso potrebbe dirvi che, benché lontano da voi, non ho affatto dimenticato la vostra salvezza» replicò il giovane. «Il possesso di quel villaggio di capanne,» disse indicando il vicino campo trincerato, «è stato aspramente disputato, e colui che lo tiene in pugno è sicuro di dominare anche questo forte e ciò che contiene. I miei giorni e le mie notti sono trascorsi tutti laggiù da quando ci siamo separati, perché ritenevo che il dovere mi chiamasse là. Ma,» aggiunse con un'aria sconsolata che tentò inutilmente di nascondere, «se mi fossi reso conto che ciò che credevo la condotta di un soldato sarebbe stata così interpretata, la vergogna si sarebbe aggiunta alla lista delle ragioni.»

«Heyward!... Duncan!» esclamò Alice chinandosi in avanti per vedere il viso di lui che egli aveva un po' distolto, e nel gesto un riccio dei suoi capelli d'oro si fermò sulle guance purpuree, quasi a nascondere le lacrime che le erano salite agli occhi. «Se avessi pensato che questa mia stupida lingua vi avrebbe addolorato, l'avrei fatta tacere per sempre. Cora può dire, se vuole, come giustamente abbiamo valutato i vostri servigi e come profonda - stavo per dire fervida - sia la nostra gratitudine.»

«Vorrà Cora confermare la verità di tutto questo?» domandò Heyward cacciando la nube dal suo viso con un sorriso di aperto piacere. «Cosa dice la sorella più seria? Troverà una scusa per la negligenza del cavaliere nel dovere del soldato?»

Cora non rispose subito, ma girò il viso verso l'acqua, come per guardare lo specchio dell'Horican. Quando volse i suoi scuri occhi verso il giovane, essi erano pieni di una tale espressione d'angoscia da cacciare dalla mente di lui ogni altro pensiero che non fosse di gentile sollecitudine: «Non state bene, cara signorina Munro! Abbiamo scherzato mentre voi soffrite.»

«Non è niente,» rispose ella, rifiutando la sua offerta di aiuto con femminile riserbo. «Che io non possa vedere la parte splendente del quadro della vita come questa ingenua e appassionata entusiasta», aggiunse, appoggiando la mano lievemente ma affettuosamente sul braccio della sorella, «è il prezzo che pago all'esperienza e, forse, alla mia natura disgraziata. Guardate,» continuò come decisa a liberarsi della debolezza col senso del dovere, «guardate intorno a voi, Maggiore Heyward, e ditemi voi che vista è questa per la figlia di un soldato la cui più grande felicità sta nell'onore e nella reputazione militare di suo padre.»

«Né l'uno né l'altra dovranno, né saranno offuscati da circostanze di cui non è responsabile» rispose Duncan calorosamente. «Ma le vostre parole mi richiamano al mio dovere. Ora vado dal vostro coraggioso padre, per sentire le sue decisioni sulle ultime azioni di difesa. Dio vi benedica sempre, nobile Cora... posso e debbo chiamarvi.» Ella gli tese con franchezza la mano benché le sue labbra tremassero e le sue guance si facessero cineree. «Sempre, so che sarete ornamento e onore del vostro sesso. Alice, addio.» Il suo tono passò dall'ammirazione alla tenerezza: «Addio, Alice; ci ritroveremo presto, da conquistatori, spero, e in allegria!»

Senza attendere risposta, il giovane si precipitò giù per i gradini erbosi del bastione e, attraversando rapidamente lo schieramento, fu presto alla presenza di loro padre Quando Duncan entrò, Munro aveva l'aria turbata e stava misurando a passi giganteschi la sua piccola stanza.

«Avete prevenuto i miei desideri, Maggiore Heyward,» disse «stavo per chiedervi questo favore.»

«Sono spiacente di vedere che il messaggero che vi ho così caldamente raccomandato è tornato sotto la custodia dei francesi! Spero che non vi sia ragione di dubitare della sua fedeltà.»

«La fedeltà del ‹Lungo Fucile› mi è ben nota,» replicò Munro, «ed è al di sopra di ogni sospetto; benché la sua solita fortuna sembri averlo abbandonato ultimamente; Montcalm lo ha catturato e, con la maledetta cortesia propria al suo popolo, lo ha rimandato con la storiella che: ‹sapendo quanto io apprezzassi quella persona, non poteva pensare di trattenerla.› Un modo da gesuiti, Maggiore Duncan Heyward, di ricordare a un uomo le sue disgrazie!»

«Cosa ne è del generale e dei suoi aiuti?»

«Non avete guardato a sud entrando? Non li avete visti?» disse il vecchio soldato con una risata amara. «Puah! siete un ragazzo impaziente e non date tempo ai gentiluomini di marciare!»

«Stanno dunque arrivando? È questo che ha detto l'esploratore?»

«Quando? E per quale sentiero? Quel somaro ha tralasciato di dirmelo. C'è una lettera, a quanto pare, e questa è la sola parte piacevole della faccenda. Quanto alla solita finezza del vostro Marchese di Montcalm - sono certo che quello di Lothian ne potrebbe comprare una dozzina di simili marchesati - se le notizie della lettera fossero cattive, la cortesia del gentiluomo francese lo avrebbe certamente costretto a farcele conoscere.»

«Tiene le lettere, dunque, mentre libera il messaggero?»

«Già, proprio così, e tutto per amore di ciò che voi chiamate ‹bonomia›. Oserei dire, se la verità si sapesse, che il nonno di quell'individuo insegnava la nobile scienza della danza!»

«Ma cosa dice l'esploratore? Egli ha occhi, orecchie e lingua, quale è il suo resoconto verbale?»

«Oh, signore, certamente non gli mancano gli organi naturali ed egli è libero di riferire tutto ciò che ha visto e udito. Tutto si riassume in questo: c'è un forte di Sua Maestà sulle rive dell'Hudson, chiamato Edward, in onore della sua graziosa Altezza di York, ed è pieno di uomini armati, come si conviene a una simile fortezza.»

«Ma non c'era movimento, non c'erano segni dell'intenzione di avanzare in nostro aiuto!»

«C'erano parate mattutine e serali; e quando uno di quegli uccellacci di coloniali sapete, Duncan, poiché siete mezzo scozzese anche voi e quando uno di loro versava le sue polveri, se toccavano il carbone, bruciavano!» Poi, passando da questi modi amari e ironici a toni più seri e pensosi, continuò: «Eppure doveva e deve esserci qualcosa in quella lettera che sarebbe bene conoscere!»

«Dobbiamo deciderci in fretta» disse Duncan approfittando volentieri di questo cambiamento di umore per insistere sull'argomento della loro conversazione. «Non posso nascondervi, signore, che non è più possibile difendere l'accampamento per molto tempo, e sono spiacente di dover aggiungere che la situazione non è migliore nel forte: più della metà dei fucili sono inservibili.»

«E come potrebbe essere diversamente? alcuni sono stati pescati dal fondo del lago, altri sono rimasti ad arrugginire nei boschi fin dalla scoperta di questa zona, altri ancora non sono mai stati fucili, ma semplici giocattoli di privati! Credete, signore, di poter avere l'arsenale di Woolwith nel cuore della foresta, a tremila miglia dalla Gran Bretagna?»

«I muri stanno crollando dappertutto e le provviste cominciano a mancare,» continuò Heyward senza badare a questo nuovo scoppio di indignazione; «anche gli uomini mostrano segni di scontento e allarme.»

«Maggiore Heyward,» disse Munro, girandosi verso il giovane amico con la dignità degli anni e del rango superiore. «Avrei servito Sua Maestà per mezzo secolo e questi miei capelli sarebbero divenuti grigi invano, se ignorassi ciò che dite e che la nostra situazione è preoccupante: ma tutto si deve tentare per le armi del re e per noi stessi. Finché c'è speranza di ricevere soccorso, difenderò questa fortezza, anche se dovrò farlo con i sassi raccolti sulla riva del lago. Perciò quello che vogliamo è dare un'occhiata alla lettera, così potremo conoscere le intenzioni dell'uomo che il Conte di Loudon ha lasciato fra noi come suo sostituto.»

«Posso essere utile in questo?»

«Signore, potete. Il Marchese di Montcalm mi ha, fra le altre cortesie, invitato ad un colloquio personale che si deve svolgere fra il forte e il suo accampamento, allo scopo, dice, di comunicarmi ulteriori informazioni; ora, io penso che non sarebbe saggio mostrare una inopportuna sollecitudine ad incontrarlo, mi servirei quindi di voi, un ufficiale di grado elevato, come mio sostituto, perché sarebbe disdicevole per l'onore della Scozia il permettere che si dica che uno dei suoi gentiluomini è stato superato in cortesia da uno che proviene da qualsiasi altro paese della terra.»

Senza avere l'eccessivo zelo di entrare in una discussione sui minori o maggiori meriti della cortesia nazionale, Duncan acconsentì con gioia a prendere il posto del veterano nel colloquio venturo. Seguì una lunga e confidenziale conversazione durante la quale il giovane ricevette ulteriori indicazioni sul suo compito dall'esperienza e dall'acume innato del comandante, poi questi si congedò.

Poiché Duncan poteva solo agire come rappresentante del comandante del forte, le cerimonie che avrebbero accompagnato un incontro tra i capi delle forze avverse furono, naturalmente, tralasciate. C'era ancora la tregua e Duncan, con un rullo di tamburo e riparato da una piccola bandiera bianca, lasciò la pusterla dieci minuti dopo che ebbe finito di ricevere istruzioni. Fu prima ricevuto da un ufficiale francese con le formalità d'uso, poi immediatamente accompagnato al lontano padiglione del famoso soldato che guidava le forze francesi.

Il generale nemico ricevette il giovane messaggero circondato dai suoi ufficiali superiori e da una scura banda di capi indigeni che lo avevano seguito al campo con i guerrieri delle loro diverse tribù. Duncan ebbe un attimo di esitazione quando, gettando un rapido sguardo sul gruppo di uomini bruni, scorse il viso malvagio di Magua che lo guardava con la calma ma torva attenzione caratteristica dell'espressione di quell'astuto selvaggio. Una leggera esclamazione di sorpresa sfuggì dalle labbra del giovane, ma ricordando subito il suo incarico e la persona davanti alla quale si trovava, soffocò ogni parvenza di emozione e si rivolse al capo nemico che aveva già fatto un passo avanti per riceverlo.

Il Marchese di Montcalm era, nel periodo del quale scriviamo, nel fiore degli anni e, potremmo aggiungere, al culmine delle sue fortune. Ma, persino in quella invidiabile posizione era affabile e distinto, tanto per la sua osservanza delle forme della cortesia, quanto per il cavalleresco coraggio che, solo due anni più tardi, lo avrebbe indotto a sacrificare la vita sulle pianure di Abraham. Duncan, distogliendo gli occhi dalla espressione maligna di Magua, lasciò con piacere che si soffermassero sulla sorridente ed affabile figura e sulla nobile aria militaresca del generale francese.

«Monsieur,» disse quest'ultimo, «j'ai beaucoup de plaisir à... bah!... où est cet interprête?»

«Je crois, monsieur, qu'il ne sera pas nécessaire,» replicò Heyward con modestia, «Je parle un peu français.»

«Ah, j'en suis bien aise,» disse Montcalm prendendo Duncan familiarmente per il braccio e conducendolo in fondo al padiglione lontano da orecchie indiscrete. «Je déteste ces fripons-là; on ne sait jamais sur quel pié on est avec eux. Eh bien, monsieur,» continuò egli, sempre parlando in francese: «benchè sarei stato fiero di ricevere il vostro comandante, sono molto felice che egli abbia trovato opportuno mandare un ufficiale distinto e, sono certo, amabile, come voi.»

Duncan si inchinò profondamente, compiaciuto del complimento a dispetto della sua più ferma decisione di non lasciare che l'artificio lo inducesse a dimenticare l'interesse del suo principe; Montcalm, dopo un momento di pausa come per raccogliere le idee, continuò: «Il vostro comandante è un uomo coraggioso e ben qualificato per rispondere ai miei assalti. Ma, signore, non è venuto il momento di tener più conto dell'umanità e meno del coraggio? L'una e l'altro caratterizzano l'eroe in ugual misura.»

«Consideriamo queste due qualità inseparabili,» replicò Duncan con un sorriso, «ma mentre troviamo nella forza di vostra eccellenza molti motivi per stimolare l'uno, non ne vediamo finora alcuno particolare per esercitare l'altra.»

Montcalm, a sua volta, s'inchinò leggermente, ma coi modi di un uomo troppo esperto per badare al linguaggio dell'adulazione. Dopo aver riflettuto un momento, aggiunse: «È possibile che i miei cannocchiali mi abbiano ingannato e che il vostro forte resista ai miei cannoni meglio di quanto creda. Conoscete le nostre forze?»

«I nostri calcoli variano,» disse Duncan con noncuranza, «comunque abbiamo calcolato un massimo di ventimila uomini.»

Il francese si morse le labbra e fissò acutamente lo sguardo sull'altro come volesse leggere i suoi pensieri; poi, con una prontezza che gli era caratteristica, continuò, come per confermare l'esattezza di un calcolo che quasi raddoppiava il suo esercito: «È un povero complimento alla vigilanza di noi soldati, monsieur, ché, qualunque cosa facciamo, non possiamo mai nascondere il nostro numero. Infatti se ciò fosse possibile, si direbbe che dovrebbe verificarsi almeno in questi boschi. Benché voi crediate che sia troppo presto per ascoltare i richiami dell'umanità», aggiunse con un sorriso malizioso. «Mi si permetta di credere che la galanteria non è dimenticata da uno giovane come voi. Ho saputo che le figlie del comandante sono entrate nel forte da quando è stato assediato!»

«È vero, monsieur, ma ben lungi dall'indebolire i nostri sforzi, esse ci forniscono un esempio di coraggio con la loro fermezza. Se bastasse la risolutezza a rintuzzare un soldato perfetto come M. de Montcalm, affiderei volentieri la difesa di William Henry alla maggiore delle due signore.»

«C'è una saggia regola nelle nostre leggi saliche che dice: ‹La corona di Francia non deve mai degradare la lancia alla conocchia,›» disse Montcalm seccamente e con un po' di alterigia, ma aggiungendo subito con l'aria franca e cortese di prima: «Poiché tutte le nobili qualità sono ereditarie, vi posso facilmente credere, benché, come ho detto prima, il coraggio abbia i suoi limiti e l'umanità non deve essere dimenticata. Spero, signore, che siate venuto con l'autorizzazione a trattare la resa del forte.»

«Vostra eccellenza ha trovato le nostre difese tanto deboli da ritenere necessaria tale misura?»

«Sarei spiacente di dover protrarre una difesa tanto da irritare quei miei amici rossi laggiù,» continuò Montcalm, gettando uno sguardo al gruppo di indiani austeri e attenti, senza badare alla domanda dell'altro: «mi è difficile persino ora mantenerli entro i limiti dei costumi di guerra.»

Heyward rimase in silenzio, mentre un doloroso ricordo dei pericoli ai quali era sfuggito di recente gli tornava alla mente, e gli richiamava l'immagine di quegli esseri indifesi che avevano condiviso tutte le sue sofferenze.

«Quei signori là,» disse Montcalm sfruttando il vantaggio che vide di aver guadagnato «sono più che mai efficìenti quando sono frustrati, e non è necessario che vi dica con quanta difficoltà la loro rabbia venga repressa. Ebbene, signore! Parliamo dei termini della resa?»

«Temo che vostra eccellenza sia stata ingannata sulla forza di William Henry e sulle risorse della sua guarnigione!»

«Non ci troviamo all'assedio di Quebec, ma di una fortificazione di terra, difesa da duemilatrecento prodi,» fu la laconica risposta. «I nostri terrapieni sono di terra, certamente, né sono posti sulle rocce di capo Diamond, ma si trovano su quelle rive che si dimostrarono tanto disastrose per Dieskau e il suo esercito. C'è anche un'imponente forza a poche ore di marcia da noi, sulla quale contiamo come parte dei nostri mezzi.»

«Sei, ottomila uomini, circa,» replicò Montcalm, apparentemente molto indifferente, «il cui capo ritiene saggiamente più sicuro rimanere nel forte che scendere in campo.»

Fu la volta di Heyward di mordersi le labbra contrariato, mentre l'altro alludeva freddamente a una forza che il giovane sapeva sopravvalutata. Entrambi rifletterono per un po' in silenzio, poi Montcalm riprese la conversazione con un tono in cui dimostravo chiaramente di ritenere che lo scopo della visita dell'ospite fosse unicamente quello di proporre i termini della capitolazione. Dal canto suo Heyward cominciò ad avanzare diversi tentativi, al modo del generale francese, per indurlo a rivelare le scoperte fatte intercettando la lettera. Tuttavia entrambi usarono la loro astuzia senza successo; e dopo che il colloquio si fu protratto inutilmente, Duncan si congedò, favorevolmente impressionato dalla cortesia e dal talento del capitano nemico, ma all'oscuro di ciò per cui era venuto, come quando era arrivato. Montcalm lo accompagnò fino alla porta del padiglione, rinnovando l'invito al comandante del forte di concedergli un incontro immediato in campo aperto, fra i due eserciti. Qui si separarono e Duncan ritornò all'avamposto francese, accompagnato come prima; poi proseguì subito verso il forte e i quartieri del suo comandante.

 

XVI

 

Edgardo - Prima di ingaggiare battaglia, aprite questa lettera.

Lear

 

Il Maggiore Heyward trovò Munro solo con le figlie. Alice seduta sulle sue ginocchia, divideva i capelli sulla fronte del vecchio con le dita delicate, e ogni qualvolta egli fingeva di accigliarsi allo scherzo, ella placava la sua pretesa collera premendogli affettuosamente le labbra di rubino sulle guance rugose. Cora stava seduta vicino a loro, spettatrice calma e divertita, guardando i capricciosi gesti della sorella più giovane con quella sorta di affetto materno che caratterizzava il suo amore per Alice. Non solo i pericoli passati, ma anche quelli che ancora incombevano su di loro, parevano momentaneamente dimenticati nei dolci piaceri di questa riunione familiare. Sembrava che tutti avessero approfittato della breve tregua, per dedicarsi un momento agli affetti migliori e più puri: le figlie dimenticando le loro paure e il veterano le sue preoccupazioni, nella sicurezza del momento. Di questa scena Duncan, che nell'ansia di far conoscere il suo arrivo era entrato senza farsi annunciare, rimase parecchi minuti spettatore inosservato e deliziato. Ben presto, però, i vivaci occhi vaganti di Alice scorsero la sua figura riflessa in uno specchio ed ella balzò, arrossendo, dalle ginocchia del padre ed esclamando: «Maggiore Heyward!»

«Cosa ne è di quel ragazzo?» domandò il padre.

«L'ho mandato a fare due chiacchiere col francese.»

«Ah! signore, voi siete giovane e svelto. Via voi due, sfacciate, come se non ci fossero abbastanza problemi per un soldato senza avere il campo pieno di impertinenti pettegole come voi!»

Alice seguì ridendo Cora che subito si era accinta a lasciare una stanza dove intuiva che la loro presenza non era più opportuna. Munro, invece di domandare al giovane il risultato della missione passeggiò per la stanza per alcuni minuti, con le mani dietro la schiena e la testa china, come perso nei suoi pensieri. Alla fine alzò gli occhi, brillanti di affetto paterno e esclamò: «Sono due eccellenti ragazze, e chiunque potrebbe andarne fiero.»

«Non è da ora che conoscete la mia opinione sulle vostre figlie, colonnello Munro.»

«Vero, ragazzo, vero,» interruppe il vecchio impaziente, «stavate per aprirmi il vostro cuore più pienamente sull'argomento il giorno in cui siete arrivato, ma pensavo che non si addicesse a un vecchio soldato parlare di benedizioni nuziali e di scherzi matrimoniali quando i nemici del re avevano la probabilità di essere ospiti indesiderati alla festa, Ma avevo torto Duncan, avevo torto allora, e ora sono pronto a sentire quello che avete da dirmi.»

«Nonostante il piacere che mi danno le vostre assicurazioni, caro signore, ora sono qui con un messaggio di Montcalm...»

«Dimenticate il francese e tutto il suo esercito!» esclamò il veterano impaziente. «Non è ancora padrone di William Henry, né mai lo sarà, ammesso che Webb si dimostri l'uomo che dovrebbe. No, signore, non siamo ancora in difficoltà tale che si possa dire che Munro è troppo occupato per risolvere i piccoli problemi domestici della sua famiglia. Vostra madre era l'unica figlia del mio amico del cuore, Duncan, e io vi ascolterei anche se tutti i cavalieri di S. Luigi fossero alle porte, col santo francese in testa per chiedermi udienza. È un bel grado di cavalleria, signore, quello che si può acquistare con dello zucchero! E poi, quei marchesati da quattro soldi! Il cardo è l'ordine della dignità e dell'antichità, il vero ‹nemo me impune lacessit› della cavalleria! Duncan, voi avete degli antenati di quel rango che erano l'orgoglio dei nobili di Scozia.»

Heyward, intuendo che il superiore provava un maligno piacere nell'esibire il suo disprezzo per il messaggio del generale francese, fu lieto di assecondare un umore che sapeva sarebbe durato poco; perciò rispose con la massima indifferenza di cui era capace, dato l'argomento: «La mia richiesta, come sapete, signore, arriva fino al punto di aspirare all'onore di diventare vostro figlio.»

«Già, ragazzo, vi siete fatto capire molto chiaramente. Ma lasciate che vi chieda, signore, se siete stato altrettanto chiaro con la fanciulla.»

«Sul mio onore, no,» esclamò Duncan calorosamente. «Avrei abusato di un incarico di fiducia se avessi approfittato della mia posizione per una simile proposta.»

«La vostra educazione è quella di un gentiluomo, Maggiore Heyward, ed è impiegata abbastanza bene. Ma Cora Munro è una ragazza troppo discreta e di mente troppo elevata ed evoluta per aver bisogno di tutela, foss'anche di un padre.»

«Cora?»

«Già... Cora! Stiamo parlando delle vostre aspirazioni alla mano della signorina Munro, no?»

«Io... io... io non credevo di aver pronunciato il suo nome,» balbettò Duncan.

«E per sposare chi, allora, desiderate il mio consenso, Maggiore Heyward?» domandò il vecchio soldato drizzandosi sulla persona nella dignità del suo sentimento ferito.

«Avete un'altra e non meno graziosa figliola.»

«Alice!» esclamò il padre in uno stupore uguale a quello con cui Duncan aveva appena pronunciato il nome della sorella.

«Tale era l'orientamento dei miei desideri, signore.»

Il giovane attese in silenzio il risultato dello straordinario effetto prodotto da una comunicazione che, come, appariva in quel momento, era inaspettata. Per parecchi minuti Munro misurò la stanza a passi lunghi e rapidi, con i rigidi lineamenti sconvolti ed ogni sua facoltà assorbita da profonde meditazioni. Alla fine si fermò proprio davanti a Heyward e fissando lo sguardo in quello dell'altro, disse con le labbra che gli tremavano violentemente: «Duncan Heyward, vi ho voluto bene per amore di colui il cui sangue vi scorre nelle vene, vi ho amato per le vostre buone qualità e vi ho amato perché pensavo che avreste contribuito alla felicità della mia bambina. Ma tutto questo amore si trasformerebbe in odio se sapessi che ciò che tanto temo è vero.»

«Dio non voglia che qualsiasi mia azione o pensiero provochino un simile cambiamento» esclamò il giovane, i cui occhi non si abbassarono sotto lo sguardo penetrante che incontrarono.

Senza tener conto dell'impossibilità dell'altro di comprendere i sentimenti che stavano nascosti nel suo cuore, Munro si calmò davanti al viso inalterato che incontrava, e, con una voce sensibilmente più dolce, continuò: «Voi vorreste essere mio figlio, Duncan, e ignorate la storia dell'uomo che desiderate chiamare padre. Sedetevi, ragazzo mio, e in breve vi mostrerò le ferite di un cuore stanco.»

Nel frattempo il messaggio di Montcalm era dimenticato tanto da chi lo portava, che dal destinatario. Entrambi presero una sedia, e mentre il veterano rimase chiuso nei suoi pensieri per alcuni istanti con l'aria triste, il giovane soffocò l'impazienza in un'espressione e in un atteggiamento di rispettosa attenzione. Alla fine il primo parlò.

«Saprete già, Maggiore Heyward, che la mia famiglia era antica e onorata,» cominciò lo scozzese, «benché non provvista delle ricchezze confacenti al suo rango. Ero forse uno come voi quando impegnai la mia parola con Alice Graham, l'unica figlia di un vicino possidente. Ma il legame era sgradito al padre di lei a causa della mia povertà. Feci, perciò, ciò che un uomo onesto deve, restituii alla fanciulla la sua parola e lasciai il paese al servizio del re. Ho visto molte regioni e sparso molto sangue in diversi paesi, prima che il dovere mi chiamasse alle isole dell'India occidentale. Là il destino volle che allacciassi una relazione con una che col tempo divenne mia moglie e madre di Cora. Ella era figlia di un gentiluomo di quelle isole e di una signora la cui disgrazia, se così volete chiamarla,» disse il vecchio solennemente, «era di discendere lontanamente da quella sfortunata classe che fu con tanta bassezza resa schiava per favorire i ricchi. Già, signore, questa è una maledizione che vincola la Scozia a causa della sua unione innaturale con un popolo di commercianti. Ma se trovassi un uomo che osasse far pesare questo sulla mia bambina, conoscerebbe la collera paterna! Ah, Maggiore Heyward, anche voi siete nato al sud, dove questi esseri sfortunati sono considerati inferiori a noi.»

«Disgraziatamente è vero,» disse Duncan, ormai incapace di impedire ai suoi occhi di abbassarsi, per l'imbarazzo.

«E gettate questo su mia figlia come un rimprovero? Voi disdegnate di mescolare il sangue degli Heyward con una così degradata... per bella e virtuosa che sia?» domandò fieramente il padre geloso.

«Dio mi protegga da un pregiudizio così indegno della mia ragione!» replicò Duncan, conscio però, nello stesso tempo, di un sentimento che era tanto profondamente radicato in lui da sembrare incorporato nella sua stessa natura. «La dolcezza, la bellezza, il fascino della vostra figlia più giovane, colonnello, possono spiegare le mie ragioni senza attribuirmi questa ingiustizia.»

«Avete ragione, signore,» replicò il vecchio, tornando a toni più gentili, o piuttosto, più dolci: «la fanciulla è l'immagine di ciò che era sua madre alla sua età e prima che conoscesse il dolore. Quando la morte mi portò via mia moglie, io ritornai in Scozia arricchito dal matrimonio, e lo credereste, Duncan! quel povero angelo era rimasta nubile per venti lunghi anni, e questo per amore di un uomo che aveva potuto dimenticarla! Fece di più: mi perdonò per averle mancato di fedeltà, e poiché ora tutte le difficoltà erano rimosse, mi prese per marito.»

«E divenne la madre di Alice,» disse Duncan con uno slancio che sarebbe stato pericoloso in un momento in cui Munro fosse meno occupato dai suoi pensieri.

«È così» disse il vecchio, «e pagò caro il prezioso dono che mi fece. Ma ella è una santa del paradiso, signore, e mal si addice a uno con un piede nella fossa lamentarsi per un destino così benevolo. L'ho avuta per un solo anno; una breve felicità per una creatura che ha visto sfiorire la sua giovinezza in una disperata pena.»

C'era qualcosa di così maestoso nel dolore del vecchio che Heyward non osò pronunciare una sola sillaba di consolazione. Munro stava seduto, completamente dimentico della presenza dell'altro, coi lineamenti così agitati da rivelare l'angoscia dei rimpianti, mentre pesanti lacrime gli sgorgavano dagli occhi e gli scivolavano lungo le guance senza che egli si curasse di nasconderle.

Alla fine si mosse, come se fosse tornato improvvisamente in sé, poi si alzò e, attraversando la stanza, si avvicinò al compagno con un'aria di marziale solennità e domandò: «Non avete, Maggiore Heyward, una comunicazione da farmi da parte del Marchese di Montcalm?»

Duncan sussultò a sua volta e cominciò immediatamente, con un po' di imbarazzo, a riferire il messaggio quasi dimenticato. Non è necessario soffermarsi sui modi evasivi, benchè educati, coi quali il generale francese aveva eluso ogni tentativo di Heyward di carpirgli il tono della comunicazione che intendeva fare, o sul deciso, anche se sempre cortese messaggio, col quale egli faceva capire al nemico che, nel caso non scegliesse di riceverlo di persona, non lo avrebbe ricevuto affatto. Mentre Munro ascoltava il resoconto di Duncan, i forti sentimenti paterni poco a poco si attenuarono in lui davanti ai doveri che gli imponeva la situazione, e l'altro, quando ebbe finito, vide davanti a sé il veterano, col cuore gonfio dei sentimenti feriti del soldato.

«Avete detto abbastanza, Maggiore Heyward!» esclamò il vecchio in collera. «Abbastanza da farne un volume di commento sulla cortesia francese. Ecco che questo gentiluomo mi invita ad un colloquio, e quando gli invio un degno sostituto, perché voi lo siete Duncan, anche se giovane, mi risponde con un enigma.»

«Può avere un'opinione meno favorevole sul sostituto, caro signore, poi ricorderete che l'invito che ora vi rinnova, era rivolto al comandante del forte e non al suo secondo.»

«Ebbene, signore, un sostituto non è forse investito di tutto il potere e di tutta la dignità di colui che gli conferisce l'autorità? Egli desidera parlare con Munro! in fede mia, signore sono molto incline a compiacerlo, non fosse altro che per mostrargli il viso fermo che mantengo a dispetto del suo numero e dei suoi inviti ad arrendermi. Forse una mossa simile non è cattiva politica, giovanotto.»

Duncan, che riteneva della massima importanza il venire a conoscenza prima possibile del contenuto della lettera portata dall'esploratore, incoraggiò volentieri questa idea.

«Senza dubbio non potrebbe trarre sicurezza dalla vista della nostra indifferenza» disse.

«Non avete mai detto niente di più vero. Vorrei, signore, che egli visitasse il forte in pieno giorno e con una colonna d'assalto. La bellezza e la virilità della guerra sono state molto sciupate, Maggiore Heyward, dalle arti del vostro Monsieur de Vauban. I nostri antenati erano molto al di sopra di simile scientifica codardia!»

«Può essere verissimo, signore, ma noi ora siamo obbligati a rispondere all'astuzia con l'astuzia. Qual è la vostra volontà per questo colloquio?»

«Incontrerò il francese, senza paure né indugi: subito, come si conviene a un servo del mio reale signore. Andate, Maggiore Heyward, fate squillare le trombe e inviate un messaggero per far loro sapere chi sta arrivando. Noi seguiremo con una piccola scorta, perché ciò è dovuto a chi è responsabile dell'onore del suo re; e sentire, Duncan,» aggiunse quasi in un sussurro benché fossero soli, «può essere prudente avere qualche aiuto a portata di mano, nel caso vi sia un tradimento al fondo di tutto questo.»

Il giovane approfittò di questo ordine per lasciare la stanza, e poiché il giorno stava rapidamente giungendo alla fine, si affrettò subito a fare i preparativi necessari. Pochi minuti bastarono a radunare alcuni uomini e per mandare un attendente con una bandiera ad annunciare l'avvicinarsi del comandante del forte.

Quando Duncan ebbe assolto a questi due compiti, condusse la scorta alla pusterla, vicino alla quale trovò il superiore pronto ad aspettarlo. Non appena fu compiuto il solito cerimoniale di una partenza militare, il veterano e il giovane compagno lasciarono la fortezza, seguiti dalla scorta.

Si erano allontanati solo di un centinaio di iarde dal forte, quando la piccola schiera che accompagnava il generale francese al colloquio fu vista spuntare dalla strada concava costituita dal letto di un ruscello che scorreva tra le batterie degli assediati e il forte. Dal momento in cui Munro aveva lasciato le fortificazioni per apparire dinanzi al nemico, aveva assunto un'aria solenne, insieme a una andatura e un'espressione molto marziali. Non appena scorse la bianca piuma che ondeggiava sul cappello di Montcalm, i suoi occhi si illuminarono e l'età sembrò non influire più sulla sua imponente e muscolosa persona.

«Dite ai ragazzi di stare in guardia, signore,» disse a bassa voce a Duncan, «e di badare bene alle pietre focaie e all'acciaio, perché non si è mai sicuri con un servo di Luigi, intanto gli mostreremo il viso di uomini sicuri di sé. Voi mi capite, Maggiore Heyward!»

Fu interrotto dal rullo di un tamburo proveniente dalla parte dei francesi che si stavano avvicinando, ad esso fu subito risposto, ciascuna delle due parti mandò avanti un attendente con una bandiera bianca e il cauto scozzese si fermò, con la scorta alle spalle. Non appena questo piccolo cerimoniale terminò, Montcalm si mosse verso di loro con passo rapido ma aggraziato, scoprendosi il capo alla vista del veterano e quasi sfiorando il terreno con la piuma immacolata in un gesto di cortesia. Se l'aspetto di Munro era più imponente e virile, mancava però della scioltezza e della insinuante raffinatezza del francese. Nessuno dei due parlò per alcuni minuti, ciascuno scrutando l'altro con occhi curiosi e interessati. Poi, come si conveniva al suo rango superiore e alla natura del colloquio, Montcalm ruppe il silenzio. Dopo aver pronunciato le solite parole di saluto, egli si volse a Duncan, e continuò riconoscendolo con un sorriso e parlando sempre in francese: «Sono lieto, monsieur, che ci abbiate concesso il piacere della vostra compagnia in questa occasione. Non sarà necessario impiegare un comune interprete, poiché, nelle vostre mani mi sento altrettanto sicuro che se parlassi io stesso la vostra lingua.»

Duncan ringraziò per il complimento, mentre Montcalm, rivolto alla sua scorta che, come quella del nemico, lo stringeva da vicino, continuò: «En arriêre, mes enfants, il fait chaud; retirez-vous un peu.»

Il Maggiore Heyward, prima di imitare questa prova di fiducia, volse attorno lo sguardo e scorse, con imbarazzo, i numerosi gruppi scuri di selvaggi che guardavano dai margini dei boschi circostanti, spettatori curiosi del colloquio.

«Il signore di Montcalm si renderà facilmente conto della differenza della nostra situazione,» disse con un certo imbarazzo indicando i pericolosi nemici che si vedevano quasi da ogni parte. «Se congedassimo la guardia, rimarremmo qui alla mercé dei nostri nemici.»

«Monsieur, per la vostra sicurezza, avete la parola d'onore di un ‹gentilhomme français›,» continuò Montcalm, portandosi una mano al cuore in modo espressivo, «dovrebbe bastare.»

«Basterà. Indietro!» aggiunse Duncan rivolto all'ufficiale che comandava la scorta. «Indietreggiate, signore, fino a non udire, e attendete ordini.»

Munro assistette a questi movimenti con evidente inquietudine, né tralasciò di chiedere immediatamente una spiegazione.

«Non è forse nostro interesse, signore, non tradire sfiducia?» replicò Duncan. «Monsieur de Montcalm dà la sua parola per la nostra sicurezza, così ho ordinato agli uomini di allontanarsi un po', per provargli quanto dipendiamo dalle sue assicurazioni.»

«Può essere giusto, signore, ma io non faccio soverchio affidamento sulla fede di questi marchesi o ‹marquis›, come si dice, le loro patenti di nobiltà sono troppo comuni per essere certi che portino il sigillo del vero onore.»

«Dimenticate, signore, che stiamo conferendo con un ufficiale che si è distinto tanto in Europa come in America per le sue imprese. Da un soldato della sua reputazione non abbiamo nulla da temere.»

Il vecchio fece un gesto di rassegnazione, benché i suoi rigidi lineamenti tradissero ancora una ostinata sfiducia che gli derivava da una sorta di ereditario disprezzo per il nemico piuttosto che da indizi attuali che giustificassero una così severa opinione. Montcalm attese pazientemente finché questo breve dialogo a mezza voce fu terminato, poi si avvicinò e affrontò l'argomento dell'incontro.

«Ho sollecitato questo colloquio al vostro superiore, monsieur,» disse, «perché credo che egli si lascerà persuadere di aver fatto tutto il necessario per l'onore del suo principe e che ora vorrà prestare ascolto ai consigli dell'umanità. Sarò sempre testimone che la sua resistenza è stata valorosa e si è protratta finché c'è stata speranza.»

Quando questa introduzione fu tradotta a Munro, egli rispose con dignità, ma con sufficiente cortesia: «Per quanto apprezzi una simile testimonianza da parte di Monsieur de Montcalm, essa avrà più valore quando sarà stata meglio meritata.»

Il generale francese sorrise quando Duncan gli riferì questa risposta e osservò: «Ciò che è così spontaneamente concesso ad un provato coraggio, può essere rifiutato ad una inutile ostinazione. Monsieur desidera forse vedere il mio accampamento e constatare coi suoi occhi il nostro numero e l'impossibilità per lui di resistere con successo?»

«So che il re di Francia è ben servito,» replicò lo scozzese impassibile non appena Duncan ebbe finito di tradurre, «ma il mio reale signore ha altrettante truppe e altrettanti fedeli.»

«Anche se non a disposizione, fortunatamente per noi» disse Montcalm, senza attendere, nell'ardore, l'interprete. «C'è un destino nella guerra al quale un uomo coraggioso sa bene come sottomettersi con lo stesso coraggio con cui affronta il nemico.»

«Se avessi saputo che Monsieur de Montcalm comprendeva l'inglese mi sarei risparmiato la fatica di una traduzione così goffa,» disse Duncan contrariato, in tono secco e ricordando subito il suo recente confabulare con Munro.

«Perdonatemi, monsieur,» intervenne il francese, mentre un leggero colore appariva sulle sue guance scure. «C'è molta differenza tra capire e parlare una lingua straniera. Vogliate perciò, ve ne prego, assistermi ancora.» Poi, dopo una breve pausa, aggiunse: «Queste colline ci offrono ogni opportunità di perlustrare le vostre fortificazioni, signori, e forse conosco la loro debolezza quanto voi.»

«Domandate al generale francese se i suoi cannocchiali gli permettono di vedere l'Hudson,» disse Munro, «e se sa quando e dove si aspetta l'esercito di Webb.»

«Lasciate che il generale Webb sia l'interprete di se stesso,» replicò il diplomatico Montcalm, mostrando improvvisamente una lettera a Munro mentre parlava. «Apprenderete da questa, monsieur, che i suoi movimenti non hanno molte probabilità di mettere in difficoltà il mio esercito.»

Il veterano afferrò il foglio senza aspettare che Duncan traducesse il discorso, con una foga che mostrava quanto giudicasse importante il suo contenuto. Mentre faceva rapidamente scorrere lo sguardo su quelle parole, il suo viso mutò, e da marziale com'era assunse un'espressione di profondo dolore; le labbra cominciarono a tremargli e, lasciò che il foglio gli scivolasse dalle mani, la testa gli cadde sul petto, come accade a un uomo le cui speranze siano sfumate in un sol colpo. Duncan raccolse la lettera da terra e senza scusarsi per la libertà che si prendeva, ne lesse con una sola occhiata il crudele contenuto. Il loro comune superiore, lungi dall'incoraggiarli a resistere, consigliava una resa immediata, adducendo a chiare lettere la scusa che gli era impossibile inviare anche un sol uomo in loro aiuto.

«Non c'è inganno!» esclamò Duncan, esaminando la lettera da ogni parte. «Questa è la firma di Webb e deve trattarsi della lettera intercettata.»

«Quell'uomo mi ha tradito!» esclamò alla fine Munro. «Egli ha portato il disonore ad una soglia su cui la sconfitta non si era mai fermata e sparso vergogna sui miei capelli grigi.»

«Non dite così» gridò Duncan, «Siamo ancora padroni del forte e del nostro onore. Vendiamo dunque le nostre vite a un così alto prezzo da far ritenere ai nostri nemici troppo caro il mercato.»

«Grazie, ragazzo,» disse il vecchio riavendosi dallo sbigottimento, «questa volta avete ricordato a Munro il suo dovere. Torneremo indietro e scaveremo le nostre fosse dietro quei bastioni.»

«Messieurs,» disse Montcalm facendo un passo verso di loro con generoso interesse, «conoscete poco Louis de St. Véran se lo credete capace di approfittare di una lettera per umiliare degli uomini valorosi o per costruirsi una reputazione disonesta. Ascoltate le mie condizioni prima di andarvene.»

«Cosa dice il francese?» domandò il veterano duramente. «Si fa forse un merito di aver catturato un esploratore con una nota del quartier generale? Signore, farebbe meglio a togliere questo assedio e andare a porlo davanti ad Edward, se vuole spaventare il suo nemico con le parole.»

Duncan tradusse le parole dell'altro.

«Monsieur de Montcalm, vi ascolteremo,» aggiunse il veterano più calmo, quando Duncan ebbe finito.

«Mantenere il forte adesso è impossibile» disse il nobile nemico. «È necessario, nell'interesse del mio signore, che sia distrutto; ma, per quanto riguarda voi e i vostri valorosi compagni, non c'è privilegio caro a un soldato che io possa negarvi.»

«Le nostre insegne?» domandò Heyward.

«Portatele in Inghilterra e mostratele al vostro re.»

«Le armi?»

«Tenetele, nessuno potrebbe usarle meglio.»

«La sfilata, la resa del luogo?»

«Tutto sarà fatto nel modo più onorevole per voi.»

Poi Duncan si volse a spiegare queste proposte al suo comandante che lo ascoltò stupito e profondamente commosso per una generosità così insolita e inattesa.

«Andate, Duncan,» disse, «andate con questo marchese, poiché davvero marchese deve essere; andate nel suo padiglione e prendete tutti gli accordi. Ho vissuto per vedere due cose nella mia vecchiaia che mai mi sarei aspettato di vedere: un inglese che si rifiuta di aiutare un amico e un francese troppo onesto per approfittare del suo vantaggio.»

Così dicendo il veterano chinò ancora il capo sul petto e tornò lentamente verso il forte; la sua aria abbattuta fu messaggera di cattive notizie per la guarnigione che attendeva ansiosa.

Dagli effetti di questo colpo inatteso gli alteri sentimenti del colonnello Munro non si sarebbero mai ripresi, ma da quel momento ebbe inizio un cambiamento nel suo carattere risoluto che lo portò prematuramente alla tomba. Duncan rimase a fissare i termini della capitolazione. Egli fu visto rientrare al forte durante i primi turni di guardia della notte e, subito dopo un colloquio privato col comandante, andarsene di nuovo. Fu allora annunciato apertamente che le ostilità dovevano cessare perché Munro aveva firmato un trattato per il quale il luogo doveva essere ceduto al nemico il mattino successivo. La guarnigione poteva conservare le armi, le insegne e il bagaglio, e di conseguenza, secondo le norme militari, l'onore.

XVII

 

Tessiamo la tela, il filo è filato.

La trama è intrecciata. Il lavoro è compiuto.

Gray

 

Gli eserciti ostili che si trovavano nelle terre selvagge dell'Horican passarono la notte del 9 agosto 1757 come se si fossero incontrati nel più bel campo d'Europa. Mentre i vinti se ne stavano silenziosi, cupi e scoraggiati, i vincitori esultavano. Ma la gioia come il dolore hanno limiti e molto prima che cominciassero i turni di guardia del mattino, il silenzio di quegli sconfinati boschi era interrotto solo dai lieti richiami lanciati da qualche giovane francese dei picchetti avanzati, o da sfide minacciose provenienti dalla parte del forte che impedivano ostinatamente l'avvicinarsi di passi nemici prima del momento pattuito. Persino questi sporadici suoni minacciosi non furono più uditi quando sopraggiunse l'ora opaca che precede il giorno, nella quale, chi avesse voluto ascoltare, avrebbe invano cercato un segno della presenza delle forze armate che sonnecchiavano sulle spiagge del Lago Sacro.

Fu durante queste ore di profondo silenzio, che il telone d'entrata di uno spazioso padiglione nell'accampamento francese venne scostato e ne uscì un uomo. Era avvolto in un mantello che avrebbe dovuto servire a proteggere dalla fredda umidità dei boschi, ma che era impiegato anche per nascondere la persona. Non fu fermato quando passò davanti al granatiere che vegliava i sonni del comandante francese, e mentre costui passava rapido attraverso il piccolo agglomerato di tende, dirigendosi verso William Henry, la guardia fece il consueto saluto, indice di deferenza militare.

Ogni volta che questo sconosciuto incontrava una delle numerose sentinelle che si trovavano sul suo cammino, rispondeva con prontezza e, a quanto pareva, in modo soddisfacente, perché gli fu sempre permesso di continuare senza altre domande. Ad eccezione di queste ripetute ma brevi interruzioni, egli procedette silenzioso dal centro del campo verso gli avamposti più inoltrati, finché raggiunse il soldato che faceva la guardia nella posizione più prossima al forte nemico.

Quando si avvicinò, fu accolto dalla consueta intimazione: «Qui vive?»

«France,» fu la risposta.

«Le mot d'ordre?»

«La victoire,» disse l'altro avvicinandosi tanto da essere udito senza alzare troppo la voce.

«C'est bien» replicò la sentinella appoggiandosi il moschetto alla spalla dalla posizione di carica. «Vous-vous promenez bien matin monsieur!»

«Il est necessaire d'être vigilant, mon enfant» osservò l'altro scostando una piega del mantello e guardando il soldato in faccia da vicino, mentre passava oltre continuando la sua strada verso la fortificazione britannica.

L'uomo ebbe un sussulto, e le sue armi sbatterono pesantemente mentre le presentava nel più umile e rispettoso dei saluti, e quando le ebbe rimesse nella posizione di prima, s'incamminò verso il suo posto, borbottando fra i denti: «Il faut être vigilant en vérité! Je crois que nous avons là un caporal qui ne dort jamais!»

L'ufficiale procedette senza mostrare di aver udito le parole che erano sfuggite alla sentinella per la sorpresa; né si fermò più finché non ebbe raggiunto la bassa riva pericolosamente vicina al bastione occidentale del forte, dove questo toccava l'acqua. La luce di una luna fosca era appena sufficiente a rendere gli oggetti, benché indistinti, percettibili nei loro contorni. Egli perciò prese la precauzione di appoggiarsi a un tronco d'albero, dove rimase per parecchi minuti, con l'aria di contemplare gli scuri e silenziosi terrapieni delle fortificazioni inglesi con profonda attenzione. Egli osservava i bastioni non con gli occhi di uno spettatore curioso o ozioso, ma il suo sguardo si spostava da un punto all'altro, denotando conoscenza delle norme militari e rivelando che il suo indagare non era disgiunto da diffidenza. Alla fine parve soddisfatto, e dopo aver levato gli occhi impazienti in direzione della montagna orientale, come se volesse anticipare la venuta del giorno, stava per tornare sui suoi passi, quando un lieve rumore dall'angolo più vicino del bastione gli giunse alle orecchie e lo indusse a rimanere.

Proprio allora si vide una figura avvicinarsi al bordo della fortificazione, con l'aria di contemplare a sua volta le lontane tende dell'accampamento francese. Poi il suo capo si volse poi verso est, come se anch'egli fosse ansioso di veder spuntare il giorno, quindi la sua forma si appoggiò al terrapieno, e sembrò mirare la vitrea distesa delle acque che come un firmamento sottomarino scintillava con le sue mille stelle tremule.

L'aria melanconica, l'ora e la grossa corporatura dell'uomo che si era appoggiato meditabondo alle fortificazioni inglesi, non lasciarono all'osservatore dubbi circa la sua persona. La delicatezza, non meno che la prudenza, lo inducevano ora a ritirarsi; aveva appena aggirato cautamente il tronco dell'albero, quando un altro rumore attirò la sua attenzione e ancora una volta arrestò i suoi passi. Era un lieve, quasi impercettibile movimento dell'acqua, seguito da un cozzare di sassi l'uno contro l'altro. Subito vide sorgere una forma bruna, come uscisse dal lago, che si muoveva furtiva verso la terra, a pochi passi dal luogo dove egli si trovava. Poi, lentamente si levò un fucile tra i suoi occhi e lo specchio d'acqua, ma prima che facesse fuoco la sua mano era sul grilletto.

«Hugh!» esclamò il selvaggio, la cui mira traditrice fu così singolarmente e inaspettatamente interrotta.

Senza rispondere, l'ufficiale francese appoggiò una mano alla spalla dell'indiano, e lo condusse in silenzio lontano dal luogo dove il successivo dialogo avrebbe potuto essere pericoloso, e dove sembrava che uno di loro almeno cercasse una vittima. Poi, aprendo il mantello, così da mostrare l'uniforme e la croce di San Luigi che aveva appuntata al petto, Montcalm chiese duramente: «Cosa significa? Non sa forse il mio figliolo che l'accetta è stata seppellita tra gli inglesi e il suo padre canadese?»

«Che cosa possono fare gli Uroni» replicò il selvaggio, parlando, anche se scorrettamente, in lingua francese. «Nessun guerriero ha una cotenna, e i visi pallidi fanno amicizia!»

«Mi pare che sia un eccesso di zelo per un amico che è stato così di recente un nemico! Quanti soli sono tramontati da quando Le Renard ha colpito il palo di guerra degli inglesi?»

«Dov'è quel sole?» domandò aspro il selvaggio. «Dietro la collina, ed è buio e freddo. Ma quando tornerà sarà splendente e caldo. Le Subtil è il sole della tribù. Ci sono state nubi e molte montagne tra lui e il suo popolo, ma ora egli splende e il cielo è luminoso!»

«Che Le Renard ha potere nel suo popolo, lo so bene» disse Montcalm, «perché ieri egli andava a caccia delle loro cotenne e oggi lo ascoltano al fuoco del consiglio.»

«Magua è un grande capo.»

«Che lo provi insegnando al suo popolo come comportarsi con i nostri nuovi amici!»

«Perché il capo del Canadà ha portato i suoi giovani nei boschi e sparato col cannone contro la casa di terra?» domandò l'astuto indiano.

«Per sottometterla. Il mio Signore possiede quella terra e al tuo Padre è stato ordinato di cacciare questi intrusi di inglesi. Essi hanno acconsentito ad andarsene e ora egli non li chiama nemici.»

«Va bene. Magua ha preso l'accetta per tingerla di sangue. Ora essa è lucente. Quando sarà rossa, sarà sotterrata.»

«Ma Magua è impegnato a non macchiare i gigli di Francia. I nemici del grande re al di là del lago salato sono i suoi nemici, i suoi amici, gli amici degli Uroni.»

«Amici,» ripeté l'indiano con disprezzo. «Che suo padre dia una mano a Magua.»

Montcalm, sentendo che la sua influenza sulle tribù guerriere che aveva raccolto doveva essere mantenuta con delle concessioni piuttosto che con la forza, acconsentì riluttante alla richiesta dell'altro.

Il selvaggio mise il dito del comandante francese su una profonda cicatrice che aveva sul petto, poi domandò in tono esaltato: «Sa il padre mio cos'è questa?»

«Quale guerriero non lo sa? È la ferita di una pallottola di piombo.»

«E questo?» continuò l'indiano che aveva girato la schiena nuda verso l'altro, poiché non indossava la solita mantellina di calicò.

«Questo? Qui il mio figliolo è stato gravemente offeso, chi te lo ha fatto?»

«Magua dormiva sodo nelle wigwam inglesi e i bastoni gli hanno lasciato i loro segni,» replicò il selvaggio con una risata cupa che non riusciva a nascondere la rabbia feroce che quasi lo soffocava. Poi, riprendendo il controllo di sé, con improvvisa dignità indigena aggiunse: «Andate, dite ai vostri giovani che c'è la pace. Le Renard Subtil sa come parlare a un guerriero Urone.»

Senza degnarsi di concedere altre parole e senza aspettare risposta, il selvaggio si gettò il fucile nella piega del braccio e si diresse silenziosamente attraverso l'accampamento verso i boschi dove c'era la sua tribù.

Mentre procedeva, ogni poche iarde gli veniva intimato l'alt dalle sentinelle, ma egli continuava, del tutto sdegnando i richiami dei soldati, che risparmiavano la sua vita solo perché conoscevano quell'aspetto e quel passo, non meno dell'ostinata temerarietà dell'indiano.

Montcalm indugiò a lungo e malinconicamente sulla riva alla quale era stato lasciato dal compagno, meditando profondamente sull'ira che l'indomabile alleato aveva appena rivelato. Già la sua bella fama era stata intaccata da una scena orrenda, svoltasi in circostanze terribilmente simili a quella nella quale si trovava ora. Nel riflettere divenne acutamente conscio della profonda responsabilità che si assumono coloro che non badano ai mezzi per raggiungere i fini, e di tutto il pericolo di mettere in moto un meccanismo che l'umano potere non può controllare. Poi, scuotendosi di dosso una serie di riflessioni che riteneva debolezza in un simile momento di trionfo, riprese il cammino verso la sua tenda e ordinò mentre passava, di dare il segnale per svegliare l'esercito dai suoi sonni.

Il primo rullo dei tamburi francesi fece eco dal cuore del forte e subito riempì la valle di ritmi marziali che si levarono lunghi, squillanti e vivaci al di sopra dell'accompagnamento frastornante di suoni. I corni dei vincitori suonarono gioiose e allegre note finché l'ultimo pigrone dell'accampamento non fu al suo posto. Ma quando i pifferi britannici ebbero lanciato il loro stridulo segnale, essi tacquero. Nel frattempo era venuta l'alba, e quando la prima linea dell'esercito francese fu pronta a ricevere il suo generale, i raggi di un sole splendente scintillavano lungo lo smagliante schieramento. Allora quel successo, già così ben noto, fu ufficialmente annunciato; la compagnia favorita che era stata scelta per proteggere le porte del forte fu distaccata e sfilò davanti al suo capo; fu dato il segnale del loro avvicinarsi e i soliti preparativi per un cambiamento di capo furono ordinati ed eseguiti direttamente sotto i cannoni delle fortificazioni contese.

Una scena molto diversa si presentava invece nelle file dell'esercito anglo-americano. Non appena fu dato il segnale, si videro i segni di una partenza frettolosa e forzata. I soldati di malumore si misero sulle spalle i fucili scarichi e presero il loro posto, come uomini il cui sangue ancora ribolliva per la passata contesa, e desiderosi solo di trovare un'opportunità per vendicare un'azione indegna che ancora feriva il loro orgoglio, soffocato com'era dall'osservanza dell'etichetta militare. Donne e bambini correvano da un luogo all'altro, portando quel poco che rimaneva del loro bagaglio, altri cercando fra le file i visi di coloro da cui speravano protezione.

Munro apparve fra le truppe silenziose, fermo ma abbattuto. Era evidente che il colpo inaspettato aveva profondamente colpito il suo cuore, benché lottasse per sopportare la propria disgrazia comportandosi virilmente.

Duncan fu commosso dalla quieta e impressionante manifestazione di questo dolore. Egli aveva assolto al suo dovere, e ora si teneva stretto al fianco del vecchio per chiedergli in che cosa potesse ancora servirlo.

«Le mie figlie,» fu la breve ma significativa risposta.

«Non è ancora stato disposto nulla per loro?»

«Oggi sono soltanto un soldato, Maggiore Heyward,» disse il veterano. «Tutto quello che vedete qui, reclama allo stesso modo il diritto di essere chiamato mio figlio.»

Duncan aveva udito abbastanza. Senza perdere uno di quei momenti che ora erano diventati così preziosi, volò verso il quartiere di Munro, in cerca delle sorelle. Le trovò sulla soglia del basso edificio, già pronte per la partenza e circondate da un gruppo vociante di donne in lacrime, che si erano raccolte là per una sorta di istintiva consapevolezza che quel punto probabilmente sarebbe stato il più protetto. Cora, benché avesse le guance pallide e un'espressione affranta, non aveva perduto nulla della sua fermezza, gli occhi di Alice invece erano arrossati e rivelavano quanto a lungo ed amaramente avesse pianto. Entrambe tuttavia ricevettero il giovane con evidente piacere; stranamente fu Cora la prima a parlare.

«Il forte è perduto,» ella disse con un malinconico sorriso; «ma il nostro buon nome, spero, è salvo.»

«È più luminoso che mai. Ma cara signorina Munro, è tempo che pensiate meno agli altri e provvediate a voi stessa. Le norme militari - l'orgoglio - quell'orgoglio che voi stessa tenete in così alta considerazione, richiedono che vostro padre ed io andiamo avanti per un po' con le truppe. Dove trovare dunque un protettore adatto per voi contro la confusione e i pericoli di questa situazione?»

«Non è necessario,» replicò Cora «chi oserebbe offendere o insultare le figlie di un simile padre in un momento come questo?»

«Non vorrei lasciarvi sole,» continuò il giovane guardandosi attorno frettolosamente, «nemmeno per il comando del miglior reggimento del re. Ricordate, la nostra Alice non è detta di tutta la vostra fermezza, e Dio solo sa il terrore che dovrà sopportare.»

«Potete aver ragione,» replicò Cora sorridendo ancora, ma molto più tristemente di prima. «Ascoltate, il caso ci ha già inviato un amico quando ce n'era tanto bisogno.»

Duncan ascoltò e subito comprese a cosa ella alludesse. Le basse e severe note della musica sacra, così ben conosciuta nelle provincie orientali, raggiunsero le sue orecchie e lo guidarono verso una stanza in una costruzione adiacente, già abbandonata dai suoi abitanti abituali. Là trovò David che esternava i suoi pii sentimenti con la sola mediazione di ciò cui egli sempre si dedicava. Duncan aspettò finché, con l'arrestarsi del movimento della mano, ritenne che il motivo fosse finito, allora, toccandogli la spalla attirò la sua attenzione, e in poche parole espose i suoi desideri.

«Certo,» rispose il devoto discepolo del re d'Israele quando il giovane ebbe finito, «ho trovato le fanciulle aggraziate e melodiose, ed è bene che noi che abbiamo condiviso tanto pericolo, rimaniamo insieme in pace. Le accompagnerò quando avrò terminato la mia preghiera mattutina alla quale manca solo la dossologia. Volete sostenere una parte, amico mio? Il metro è il solito e l'aria ‹Southwell›.»

Poi, tenendo aperto il volumetto e intonando il motivo da capo con la dovuta attenzione, David ricominciò e finì il suo canto in modo così risoluto che era difficile interromperlo. Heyward attese di buon grado la fine dei versi, poi, vedendo David togliersi gli occhiali e riporre il libro, continuò: «Sarà vostro dovere badare a che nessuno avvicini le signore con intenzioni villane, per insultarle o schernirle a causa della disgrazia del loro valoroso padre. In ciò sarete aiutato dai domestici della loro casa.»

«Certo.»

«È possibile che gli indiani o i nemici sbandati vi importunino, nel qual caso ricorderete loro i termini della capitolazione e li minaccerete di riferire il loro comportamento a Montcalm. Basterà una parola.»

«Se no, ho qui quello che ci vuole,» replicò David mostrando il volume, con un'aria in cui mitezza e fiducia erano singolarmente mescolate. «Ecco delle parole che, se pronunciate, o piuttosto declamate, con la dovuta enfasi e col giusto ritmo, placherebbero i più intemperanti: ‹Perché infierisce il pagano furiosamente!›» «Basta,» disse Heyward, interrompendo l'erompere di tali invocazioni musicali: «Ci siamo capiti; è ora che assumiamo i nostri rispettivi compiti.»

Gamut assentì lietamente e insieme andarono a cercare le donne. Cora ricevette il suo nuovo e in qualche modo straordinario protettore quantomeno cortesemente, e persino i pallidi lineamenti di Alice si illuminarono ancora una volta di una loro naturale malizia mentre ringraziava Heyward per la sua attenzione. Duncan colse l'occasione per assicurarle che aveva fatto del suo meglio date le circostanze e, egli riteneva, abbastanza perché si sentissero sicure; quanto al pericolo non ce n'era. Poi parlò lietamente della sua intenzione di raggiungerle non appena fossero avanzati di poche miglia verso l'Hudson, e immediatamente prese congedo.

Nel frattempo era stato dato il segnale della partenza, e la testa della colonna inglese si era messa in movimento. Le sorelle sussultarono a quel suono, e guardandosi attorno videro le bianche uniformi dei granatieri francesi che si erano già impadroniti delle porte del forte. In quel momento un'enorme nube sembrò passare al di sopra delle loro teste e guardando in su videro che si trovavano sotto le bianche pieghe dello stendardo di Francia.

«Andiamo,» disse Cora, «questo non è più un luogo adatto per le figlie di un ufficiale inglese.»

Alice si aggrappò al braccio della sorella e insieme lasciarono lo spiazzo, accompagnate dalla folla in movimento. Mentre passavano le porte, gli ufficiali francesi, che conoscevano il loro rango, si inchinavano spesso e profondamente, evitando però di fare dei complimenti che un minimo di tatto suggeriva loro essere sgraditi.

Poiché tutti i veicoli e tutte le bestie da soma erano occupati dai malati e dai feriti, Cora aveva deciso di sopportare le fatiche di una marcia a piedi piuttosto che scomodarli. Invero molti soldati mutilati e deboli furono costretti a trascinare le loro membra esauste dietro la colonna a causa della mancanza, in quelle regioni selvagge, dei mezzi necessari al trasporto. Tutti però erano in moto, i deboli e i feriti lamentandosi e soffrendo, i loro compagni silenziosi e afflitti e le donne e i bambini terrorizzati, senza sapere perché.

Quando la confusa e intimidita folla lasciò i terrapieni protettivi del forte e uscì all'aria aperta, l'intera scena si presentò ai loro occhi. A poca distanza, sulla destra, verso la retroguardia, stava l'esercito francese in armi, perché Montcalm aveva raccolto le sue compagnie non appena la guardia aveva preso possesso delle fortificazioni. Essi erano attenti ma silenziosi osservatori della condotta dei vinti, non mancando in nessuno degli onori militari stipulati e senza recar beffe o insulti, nel successo, ai loro meno fortunati nemici.

A gruppi - masse viventi che si muovevano lentamente per la pianura verso il punto di raccolta, gradualmente fondendosi le une nelle altre - gli inglesi, in tutto quasi tremila, venivano convergendo nel luogo da cui sarebbe di lì a poco iniziata la marcia: un corridoio fra alti alberi, proprio là dove la strada verso l'Hudson si inoltrava nella foresta. Lungo i vasti margini della foresta nugoli scuri di selvaggi assistevano al passaggio del nemico da una certa distanza, come avvoltoi trattenuti dal lanciarsi sulla preda solo dalla presenza e dagli ordini di un esercito superiore. Alcuni girovagavano tra le file dei vinti, dove camminavano in cupo scontento, osservatori attenti benché passivi, di quella moltitudine in movimento.

L'avanguardia, con Heyward alla testa, aveva già raggiunto la gola e stava scomparendo lentamente, quando l'attenzione di Cora fu attratta dai rumori di una controversia nella direzione di un gruppo di sbandati. Un coloniale indisciplinato stava pagando il fio della sua disobbedienza poiché veniva spogliato proprio di quegli oggetti per i quali aveva abbandonato il proprio posto nella fila. L'uomo aveva una corporatura robusta ed era troppo avaro per dividersi dalla sua roba senza lottare. Da entrambe le parti si interveniva, ora per prevenire, ora per favorire l'estorsione. Le voci si fecero alte e rabbiose e, come per magia apparvero un centinaio di selvaggi dove un minuto prima ce n'erano solo una dozzina. Fu allora che Cora vide la figura di Magua sgattaiolare fra quelli della sua razza e parlare con la sua fatale e astuta eloquenza. La massa di donne e bambini si fermò e vacillò come uccelli impauriti e tremanti. Ma la cupidigia del selvaggio fu presto appagata e i diversi gruppi poterono proseguire lentamente. Ora i selvaggi indietreggiarono e sembrarono limitarsi a lasciar andare i loro nemici senza altri fastidi. Ma quando la folla di donne si avvicinò loro, i vistosi colori di uno scialle attrassero gli sguardi di un Urone selvaggio e ignorante. Costui si fece avanti senza la minima esitazione per afferrarlo.

La donna, più per il terrore che per amore dell'ornamento, avvolse il suo piccolo nell'indumento così ardentemente desiderato e li strinse entrambi più vicini al petto. Cora stava per parlare con l'intenzione di consigliare alla donna di lasciar perdere quella sciocchezza, quando il selvaggio lasciò andare lo scialle e le strappò il bimbo piangente dalle braccia. Abbandonando ogni cosa all'avida brama di coloro che la circondavano, la madre si lanciò come folle a reclamare suo figlio. L'indiano sorrise torvo e, tendendo una mano, fece capire la sua volontà di fare uno scambio, mentre con l'altra agitava il bimbo sopra la sua testa, tenendolo per i piedi come per aumentare il prezzo del riscatto.

«Qui... qui... là... tutto... ogni cosa... tutto!» esclamò la donna senza fiato, strappandosi di dosso le parti di vestiario più leggere, con dita impacciate e tremanti «Prendete tutto ma datemi il mio bambino!»

Il selvaggio respinse gli inutili stracci e quando si accorse che lo scialle era già diventato bottino di un altro, il suo sorriso canzonatorio ma bieco si trasformò in un guizzo di ferocia: egli sbatté contro la roccia la testa del bimbo e ne gettò i resti palpitanti proprio ai piedi di lei. Per un istante la madre rimase immobile come la statua della disperazione, guardando stravolta l'oggetto ripugnante che poco prima si rannicchiava al suo seno e le sorrideva; poi alzò gli occhi e il viso verso il cielo, come ad invocare da Dio maledizione su colui che aveva perpetrato quell'infame misfatto. Le fu risparmiato il peccato di una simile preghiera, perché folle per la delusione e eccitato dalla vista del sangue, l'Urone le scagliò il tomakawk sulla testa. La madre stramazzò sotto il colpo e cadendo si aggrappò al suo bambino con lo stesso esclusivo amore col quale aveva avuto cura di lui quando era in vita.

In quel terribile momento Magua si portò una mano alla bocca e levò il fatale e spaventevole grido. Gli indiani sparsi sussultarono al noto richiamo come destrieri che balzano verso il traguardo; e subito si levò un tale urlo per la vallata e attraverso gli archi della foresta, quale raramente esplode da labbra umane. Coloro che lo udirono, ne ebbero il cuore agghiacciato da un terrore di poco inferiore da quello che si immagina debba accompagnare gli squilli del giudizio finale.

A quel segnale più di duemila selvaggi furibondi irruppero dalla foresta e si lanciarono giù per la fatale pianura con istintiva violenza. Non ci soffermeremo sui rivoltanti orrori che seguirono. La morte era ovunque e nel suo aspetto più terrificante e disgustoso. La resistenza serviva solo a infiammare gli assassini che infliggevano i loro colpi furiosi anche molto dopo: quando le vittime non avevano neppure più la possibilità di rendersene conto.

Le truppe organizzate si raccolsero rapidamente in solide masse nel tentativo di incutere timore agli assalitori mediante l'aspetto imponente di un fronte militare. L'esperimento in parte riuscì, benché troppi si fossero lasciati strappare di mano i fucili scarichi nel vano tentativo di placare i selvaggi

Durante tale scena nessuno poté contare i minuti che passarono. Forse per dieci minuti (ma a loro sembrò un secolo), le sorelle rimasero inchiodate in un punto, inorridite e quasi indifese. Quando fu inferto il primo colpo le compagne urlanti si erano strette a loro in massa rendendo impossibile ogni fuga; e ora che la paura o la morte ne aveva disperso la maggior parte, se non tutte, esse non vedevano più alcuna via d'uscita, se non quella che conduceva ai tomahawk dei nemici. Da ogni parte si levavano urla, gemiti, esortazioni e imprecazioni.

In quel momento Alice intravide la possente figura del padre che attraversava rapidamente la pianura, in direzione dell'esercito francese.

Egli stava infatti recandosi da Montcalm, incurante del pericolo, a reclamare la scorta ritardataria come era nelle condizioni. Cinquanta asce lucenti e lance acuminate minacciarono la sua vita senza che egli vi badasse, ma i selvaggi, pur nella loro furia, rispettarono il suo grado e la sua calma. Le pericolose armi venivano respinte dall'ancora nerboruto braccio del veterano, o si abbassavano da sé, dopo aver minacciato un gesto che, si sarebbe detto, nessuno aveva il coraggio di eseguire. Fortunatamente il vendicativo Magua stava cercando la sua vittima proprio nel gruppo che il veterano aveva appena lasciato.

«Papà... papà... siamo qui!» strillò Alice mentre egli passava non molto lontano, senza aver l'aria di badare a loro. «Vieni da noi, papà o moriremo!»

Il grido fu ripetuto in termini e accenti che avrebbero sciolto un cuore di pietra, ma rimase senza risposta. Una volta soltanto, veramente, il vecchio parve aver colto un suono, perché si fermò ad ascoltare; ma Alice si era accasciata al suolo priva di sensi e Cora china al suo fianco, si dava da fare con infaticabile tenerezza attorno al corpo esamine della sorella. Munro scosse il capo deluso e proseguì per dedicarsi all'alto compito che il suo grado gli imponeva.

«Signora» disse Gamut che inerme e inutile com'era non si era nemmeno sognato di abbandonare coloro che gli erano state affidate: «questo è il giubileo dei demoni e non si conviene a dei cristiani restare qui. Alziamoci e fuggiamo.»

«Va!» disse Cora, continuando a guardare la sorella svenuta. «Salvati. A me non puoi più essere utile.»

David comprese dal semplice ma espressivo gesto che accompagnò queste parole che la decisione di lei era irremovibile. Egli guardò per un momento le forme scure che lo circondavano, e la sua alta persona si fece ancora più ritta, gonfiò il petto mentre tutti i suoi lineamenti si dilatarono e sembrarono parlare con la forza dei sentimenti dai quali egli era dominato.

«Se il ragazzo ebreo poté domare lo spirito maligno di Saul col suono della sua arpa e le parole dei canti sacri, potrebbe non essere fuori luogo,» disse «provare la potenza della musica anche qui.»

Poi, levando la voce ai toni più alti, proruppe in un canto così potente da essere udito anche in mezzo al frastuono. Più di un selvaggio si precipitò verso di loro, con l'intenzione di derubare le sorelle degli abiti e portar via le loro cotenne, ma quando trovavano quella strana e immobile figura inchiodata al suo posto, si fermavano per ascoltare. Lo stupore presto diveniva ammirazione e andavano a cercare altre meno coraggiose vittime, esprimendo apertamente il loro compiacimento per la fermezza con la quale il guerriero bianco cantava il suo canto di morte. Incoraggiato e illuso da questo successo, David impiegò tutta la sua forza per esercitare quella che credeva una santa influenza. L'insolito suono giunse alle orecchie di un selvaggio lontano, che correva furioso da un gruppo all'altro, spregiando di toccare la massa volgare, per andare a caccia di vittime più degne della sua fama. Era Magua, il quale emise un grido di gioia quando vide che i suoi antichi prigionieri erano ancora in sua mercé.

«Vieni,» disse appoggiando la sua mano sudicia sul vestito di Cora: «La wigwam dell'Urone è ancora aperta; essa non è forse meglio di questo luogo?»

«Vattene!» gridò Cora, coprendosi gli occhi davanti al suo aspetto rivoltante.

L'indiano rise di scherno alzando la mano fumante e rispose: «È rosso, ma viene da vene bianche!»

«Mostro! c'è sangue, oceani di sangue sulla tua anima: è il tuo spirito che ha messo in opera tutta questa scena.»

«Magua è un grande capo!» replicò il selvaggio esultante. «Vuole capelli-neri venire con la sua tribù?»

«Mai! Colpisci se vuoi, e completa la tua vendetta.»

Egli esitò un momento, poi, prendendo fra le braccia il corpo leggero e inanimato di Alice, l'astuto indiano si mosse rapido attraverso la pianura, verso i boschi.

«Aspetta!» gridò Cora seguendolo come fuori di sé. «Lascia la bambina, vile, cosa fai?»

Ma Magua era sordo ai suoi richiami, o piuttosto conosceva il suo potere ed era deciso a mantenerlo.

«Aspettate... signora... aspettate,» gridò Gamut seguendo Cora che era come impazzita; «il sacro incanto si comincia a sentire e presto questo orrido tumulto tacerà.»

Accorgendosi che non si badava a lui, il fedele David seguì la sorella sconvolta, levando di nuovo la voce in una sacra canzone e fendendo l'aria ritmicamente col lungo braccio in diligente accompagnamento. Così attraversarono la piana tra i fuggiaschi, i feriti e i morti. Il feroce Urone badava a se stesso e alla vittima che portava: Cora sarebbe caduta più di una volta sotto i colpi dei suoi selvaggi nemici, se non fosse stato per l'essere straordinario che le teneva dietro e che ora appariva agli stupefatti selvaggi, dotato dello spirito protettore della follia.

Magua, che sapeva come evitare i pericoli più immediati, e anche come eludere l'inseguimento, penetrò nei boschi attraverso un basso burrone, dove subito trovò i Narraganset che i viaggiatori avevano abbandonato poco prima e che aspettavano la sua venuta custoditi da un selvaggio dall'espressione feroce e malvagia simile alla sua. Mettendo Alice su uno dei cavalli, fece segno a Cora di salire sull'altro.

Nonostante l'orrore suscitato dalla presenza del suo rapitore, ella provò un momentaneo sollievo nel fuggire dalla scena che si stava svolgendo per tutta la pianura e alla quale Cora non poteva affatto rimanere insensibile. Ella prese il suo posto e, onde avere la sorella, tese le braccia con una tale espressione di supplica e di amore, che nemmeno l'Urone poté rifiutare. Mettendo dunque Alice sullo stesso animale insieme a Cora, egli prese la briglia e si avviò immergendosi ancor più nella foresta. David, accorgendosi di essere stato lasciato solo, completamente trascurato come un essere indegno persino di essere distrutto, pose le lunghe gambe attraverso la sella del cavallo rimasto e continuò l'inseguimento come poteva, date le difficoltà del cammino.

Presto cominciarono a salire, ma poiché il movimento rischiava di risvegliare i sensi dormienti della sorella, l'attenzione di Cora era troppo divisa tra la più tenera sollecitudine verso di lei e l'ascolto delle grida che ancora si udivano dalla pianura, perché facesse caso alla direzione che avevano preso. Quando tuttavia raggiunsero una superficie piatta in cima alla montagna, ella riconobbe il luogo al quale già una volta era stata condotta, sotto i più amichevoli auspici dell'esploratore.

Qui Magua le fece scendere da cavallo e, nonostante la loro condizione di prigioniere, la curiosità che sembra inseparabile dall'orrore le indusse a guardare la scena nauseabonda che si svolgeva sotto di loro.

La crudele opera non era ancora finita. Da ogni parte i prigionieri fuggivano davanti ai loro implacabili persecutori, mentre le colonne armate del re cristiano rimanevano immobili in un'apatia che non è mai stata spiegata e che ha lasciato una macchia incancellabile sullo stemma altrimenti intatto del loro capo. Né la spada della morte fu deposta finché la cupidigia non sopraffece la vendetta. Poi i gemiti dei feriti e gli urli degli assassini si fecero più rari, finché i gridi di orrore si perdettero o furono sovrastati da quelli, lunghi, laceranti, dei selvaggi in trionfo.

 

XVIII

 

Ebbene, qualunque cosa:

un onorato assassino, se volete;

perché nulla ho fatto per odio, ma tutto per l'onore.

Otello

 

La scena inumana, più menzionata che descritta nel capitolo precedente, è messa ben in evidenza nelle pagine della storia coloniale con il meritato titolo di «Massacro di William Henry». Un tale fatto, dopo che un analogo e precedente episodio aveva già macchiato la reputazione del comandante francese, fece si che neppure la sua prematura e gloriosa morte potesse completamente riabilitarlo.

Ora il tempo sta offuscandone il ricordo, e migliaia di quelli che sanno che Montcalm morì da eroe sulle pianure di Abraham, ancora non sanno quanto egli mancasse di quel coraggio morale senza del quale nessun uomo può essere veramente grande. Si dovrebbero scrivere pagine e pagine per mettere in evidenza con questo illustre esempio i difetti della grandezza umana: onde dimostrare quanto facile sia per i sentimenti generosi, l'alta cortesia e il coraggio cavalleresco, perdere di efficacia sotto il freddo influsso dell'egoismo; e infine per additare al mondo un uomo che fu grande per quel che riguarda tutti gli attributi minori del carattere, ma che si mostrò debole, quando divenne necessario provare quanto i principi siano superiori alla politica. Ma tale compito esulerebbe dai nostri propositi e, poiché la storia, come l'amore, è incline a circondare i suoi eroi di un alone di luce immaginaria, è probabile che Louis de St. Véran sarà visto dai posteri solo come il coraggioso difensore del suo paese, mentre la sua crudele apatia sulle rive dell'Oswesgo e dell'Horican sarà dimenticata.

Così rimpiangendo profondamente questa manchevolezza da parte della sorella musa, ci ritireremo subito dai suoi sacri confini entro il limite della nostra umile vocazione.

Il terzo giorno dalla presa del forte stava ormai volgendo al termine, ma le necessità della narrazione devono ancora trattenere il lettore sulle rive del «lago sacro». Quando li abbiamo visti per l'ultima volta i dintorni del forte erano pieni di violenza, e tumulto; ora invece erano in preda al silenzio e alla morte. I vincitori, lordi di sangue, se ne erano andati; e il loro accampamento, che così di recente aveva risuonato dell'allegro gioire di un esercito vittorioso, giaceva come silenziosa e abbandonata città di capanne. La fortezza era una rovina in cui ancora il fuoco covava sotto la cenere. Tronchi carbonizzati, frammenti di pallottole esplose e parti in muratura squarciate, coprivano i terrapieni in un confuso disordine.

Anche il tempo era paurosamente mutato. Il sole aveva nascosto il suo calore dietro un'impenetrabile massa di vapori e centinaia di forme umane, già annerite sotto il feroce calore d'agosto, stavano ora irrigidendosi nella loro deformità, sotto le raffiche di un prematuro novembre. Le nebbie arricciate e bianche che si erano viste ondeggiare verso nord, al di sopra delle colline, stavano ora tornando in un'immensa distesa scura, spinte dalla furia della tempesta. Il tranquillo specchio dell'Horican era scomparso e al suo posto verdi acque agitate battevano le sponde, come volessero restituire, indignate, le loro impurità alla costa insozzata.

L'acqua chiara pur serbando un po' del suo incanto, rifletteva la cupa tristezza del cielo sovrastante. L'umida e piacevole atmosfera che di solito avvolgeva tutta la scena velandone l'asprezza e addolcendone le scabrosità, ora era scomparsa, e l'aria del nord soffiava attraverso la distesa di acqua così sferzante, che non rimaneva più niente da immaginare con gli occhi o da ricreare nella fantasia.

Il fuoco aveva raso la vegetazione della pianura che pareva come ferita dal fulmine distruttore. Ma qua e là un ciuffo verde scuro cresceva in mezzo alla desolazione, primo frutto di un suolo nutrito dal sangue umano. L'intero paesaggio così bello, se visto in una luce favorevole e a temperatura ideale, sembrava ora un quadro dell'allegoria della vita, nel quale gli oggetti vi figuravano disposti nei loro più crudi colori di verità, senza il sollievo di ombra alcuna.

I radi e solitari fili d'erba si sollevavano alle raffiche che li spazzavano, divenendo appena percettibili. Le superbe e rocciose montagne erano ben distinguibili nella loro desolazione e l'occhio invano cercava sollievo, tentando di penetrare l'immenso vuoto del cielo, chiuso allo sguardo dalla fosca distesa dei vapori incalzanti delle nebbie.

Il vento soffiava ineguale, a volte spazzando pesantemente il terreno come volesse sussurrare i suoi lamenti nell'orecchio freddo dei morti, poi, levandosi in un sibilo stridulo e lamentoso, entrava a folate nella foresta che riempiva di foglie e rami sparpagliati al suo passaggio. A quella pioggia insolita, pochi corvi affamati lottavano con l'impeto del vento; ma non appena questo aveva oltrepassato il verde oceano dei boschi sotto di sè tornavano, essi lieti e disordinati, a consumare il loro orrido pasto.

In breve, la scena era selvaggia e desolata e sembrava che coloro che vi erano empiamente entrati fossero stati colpiti, tutati insieme, dal braccio implacabile della morte. Ma ora il divieto era finito; e per la prima volta dopo che se n'erano andati quanti avevan perpetrato le folli imprese capaci di deturpare tutta la scena - esseri umani viventi avevano osato avvicinarsi a quel luogo.

Circa un'ora prima del calare del sole, nel giorno già menzionato, si potevano vedere le sagome di cinque uomini uscire dallo stretto passaggio fra gli alberi proprio nel punto in cui la via all'Hudson penetra nella foresta e si inoltra in direzione del forte in rovina. Dapprima il loro procedere fu lento e guardingo, come se entrassero con riluttanza tra gli orrori di quel luogo, o temessero il rinnovarsi degli spaventosi fatti che vi si erano svolti. Una figura leggera precedeva il resto della compagnia con la cautela e l'agilità di un indigeno. Costui saliva su ogni collinetta per fare una ricognizione e indicava coi gesti ai suoi compagni la strada che riteneva più prudente seguire. Né quelli che lo seguivano mancavano di tutte le cautele e precauzioni che son proprie della guerra nella foresta. Uno di loro, anch'egli un indiano, si muoveva mantenendosi un po' discosto e sorvegliava i margini dei boschi con occhi di chi ha una lunga abitudine a leggere il minimo segno di pericolo. Gli altri tre erano bianchi, benché vestiti di abiti, per qualità e per colore, appropriati alla loro attuale audace impresa: quella di stare ai margini di un esercito in ritirata nella foresta.

Gli effetti prodotti dallo spaventoso spettacolo che costantemente si presentava sul loro cammino, verso le rive del lago, variavano a seconda della personalità dei diversi individui che componevano la compagnia.

Il giovane che stava davanti gettava occhiate gravi ma furtive alle vittime straziate mentre attraversava leggero la pianura, timoroso di mostrare i suoi sentimenti e tuttavia troppo inesperto per soffocare interamente l'improvvisa e forte sensazione che gli suscitavano. Il suo compagno dalla pelle rossa, invece, era superiore a tale debolezza. Egli passava sui mucchi di morti con una fermezza e un occhio così calmo che soltanto una lunga e inveterata pratica potevano consentirgli di mantenere. Anche le sensazioni prodotte nelle menti dei bianchi erano diverse, benché tutte dolorose. Uno, dai capelli grigi e il viso solcato di rughe rivelava un'aria e un passo marziale nonostante l'abbigliamento da uomo dei boschi; costui era un uomo esperto di scene di guerra, ma non si vergognava di gemere profondamente ogniqualvolta uno spettacolo più orrendo del solito cadeva sotto i suoi occhi. Il giovane che camminava al suo fianco fremeva di disgusto, ma sembrava reprimere i suoi sentimenti per rispetto del compagno. Di tutti costoro, l'uomo isolato che chiudeva il gruppo sembrava il solo a tradire i suoi veri pensieri senza paura di critiche o timore di conseguenze. Egli guardava gli spettacoli più tremendi con occhi e muscoli che non conoscevano esitazioni, ma con maledizioni così amare e profonde da denotare quanto disprezzasse il crimine dei nemici.

Il lettore riconoscerà subito in questi personaggi i Mohicani e nel loro amico bianco, l'esploratore, insieme a Munro ed Heyward. Si, trattava, invero, del padre alla ricerca delle figliole aiutato dal giovane che sentiva un così profondo interesse per la loro felicità e da quei bravi e fedeli uomini della foresta che avevano già dimostrato tutta la loro abilità e la loro fedeltà nelle dolorose circostanze che abbiamo riportato.

Quando Uncas, che si trovava davanti, ebbe raggiunto il centro della pianura, levò un grido che portò i compagni tutti insieme in quel punto. Il giovane guerriero si era fermato presso un gruppo di donne che giacevano a grappolo, confusa massa di morti. Nonostante l'orrore rivoltante dello spettacolo, Munro ed Heyward si precipitarono verso il fetido mucchio, tentando, con un amore che nessuna bruttura avrebbe potuto estinguere, di scoprire se qualche resto di coloro che cercavano si trovava tra quei vestiti stracciati e rutilanti di colori. Il padre e l'innamorato trovarono immediato sollievo nella ricerca, benché entrambi fossero di nuovo condannati a provare il dolore di una incertezza che era a mala pena meno insopportabile della più disgustosa verità. Essi erano lì: ritti, silenziosi e pensosi accanto al triste mucchio, quando l'esploratore si avvicinò loro.

Guardando il triste spettacolo con espressione di collera, il risoluto uomo dei boschi, per la prima volta da quando erano entrati nella pianura, parlò in modo intelleggibile e ad alta voce: «La vendetta è un sentimento indiano e tutti quelli che mi conoscono sanno che non c'è sangue misto nelle mie vene, ma questo tengo a dire - qui, al cospetto del cielo e col potere del Signore così manifesto in queste ululanti foreste -: che questi francesi non osino trovarsi un'altra volta alla portata di una pallottola, perché c'è un fucile che reciterà la sua parte finché l'acciarino avrà fuoco e le polveri bruceranno! Lascio il tomahawk e il coltello a coloro che hanno un dono naturale per usarli. Cosa ne dici Chingachgook,» aggiunse in delaware: «si vanteranno gli Uroni di questo con le loro donne, quando verrà la neve alta?»

Un guizzo di risentimento attraversò gli scuri lineamenti del capo indiano: egli liberò il coltello dal fodero, poi, mentre si girava lentamente, il suo viso si ricompose in una calma profonda, come non conoscesse le provocazioni della passione.

«Montcalm! Montcalm!» continuò l'esploratore profondamente risentito e con minor controllo. «Dicono che verrà il tempo in cui i fatti della carne verranno visti con un solo sguardo e con occhi sgombri d'ogni male proprio ai mortali. Guai al miserabile nato per vedere questa pianura quando il giudizio incombe sulla sua anima! Ah! Quanto è vero che io sono un uomo bianco, quello che giace laggiù è un pellerossa privato dei capelli dove natura li ha posti! Guardatelo Delaware, può essere uno del vostro popolo disperso ed egli deve avere sepoltura degna di un forte guerriero. Lo vedo nei tuoi occhi Sagamore: un Urone pagherà per questo, prima che i venti d'autunno abbiano portato via l'odore del sangue!»

Chingachgook si avvicinò al corpo mutilato e rivoltandolo, trovò i segni distintivi di una di quelle sei tribù alleate, o nazioni come le chiamavano, che per quanto battessero nelle file inglesi, erano nonostante tutto ostili al suo popolo. Respingendo col piede l'oggetto ripugnante, se ne distaccò con la stessa indifferenza con la quale avrebbe abbandonato la carcassa di un animale. L'esploratore comprese quel gesto e proseguì il suo cammino con decisione, continuando però a lanciare improperi contro il generale francese con gli accenti del più vivo risentimento.

«Soltanto un'infinita saggezza e un illuminato potere possono osare distruggere moltitudini di uomini,» aggiunse, «perché Egli è il solo che conosce la necessità del giudizio, e cosa c'è sotto di Lui che possa sostituire le creature del Signore? Io ritengo un peccato ammazzare il secondo cervo quando ho già mangiato il primo, a meno che non mi aspetti una marcia o un'imboscata. Tutt'altra faccenda è con pochi guerrieri o in una battaglia aperta e dura: perché loro prerogativa è il morire col fucile o il tomahawk in mano, a seconda che la loro natura li abbia fatti bianchi o rossi. Uncas, vieni qui ragazzo, e lascia che i corvi si posino su quel Mingo. So, per averlo visto spesso, che hanno una predilezione per la carne di un Oneida, ed è bene che l'uccello segua il suo appetito naturale.»

«Hug!» esclamò il giovane Mohicano sollevandosi sulle piante dei piedi, e guardando attentamente davanti a sé; inducendo così, con quel suo verso e quel suo gesto, i corvi spaventati a dedicarsi ad altre prede.

«Cosa c'è, ragazzo?» mormorò l'esploratore, abbassandosi e insieme rannicchiandosi come una pantera che stia per prendere lo slancio. «Vorrei che fosse un francese ritardatario, in agguato per il saccheggio. Credo proprio che ‹Ammazzacervo› avrebbe un insolito bersaglio oggi!»

Uncas, senza rispondere, balzò via, e un istante dopo fu visto strappare da un cespuglio e sventolare con trionfo un frammento del verde velo che Cora usava per cavalcare. Il gesto, l'oggetto, e il grido che ancora uscì dalle labbra del giovane Mohicano, portarono subito l'intera compagnia attorno a lui.

«La mia bambina!» disse Munro, parlando in fretta e concitato, «datemi la mia bambina!»

«Uncas proverà,» fu la breve e commovente risposta. Quella semplice ma significativa assicurazione risultò perduta per il padre che aveva afferrato il pezzo di velo e lo sgualciva, mentre i suoi occhi cercavano ansiosamente tra i cespugli, come s'egli temesse e sperasse in ugual misura di apprendere il segreto che potevano rivelare.

«Qui non ci sono morti,» disse Heyward, «sembra che la burrasca non sia passata di qui.»

«È evidente e più chiaro del cielo che sta sopra le nostre teste» replicò l'esploratore imperturbabile, «ma o lei, o coloro che l'hanno rapita, sono passati per questo cespuglio, perché io riconosco il pezzo di stoffa che indossava per nascondere un viso che tutti amavano guardare. Uncas, hai ragione, Capelli-Neri è stata qui ed è fuggita come un cerbiatto spaventato, perché nessuno abbia la possibilità di andarsene rimarrebbe per essere ucciso. Cerchiamo le tracce che ha lasciato: a volte penso che per un occhio indiano, persino un colibrì lascerebbe segni nell'aria.»

Il giovane Mohicano balzò via per seguire questo consiglio, e l'esploratore aveva appena finito di parlare che il primo lanciò un grido di trionfo dai margini della foresta. Nel raggiungere il punto da dove proveniva, l'ansiosa compagnia vide un altro pezzo del velo che fluttuava sui rami più bassi di un faggio.

«Piano, piano,» disse l'esploratore tendendo il lungo fucile davanti ad Heyward pieno di apprensione. «Ora sappiamo quello che dobbiamo fare, ma questa traccia così chiara non deve essere rovinata. Un passo troppo frettoloso può causare ore di fastidi. Li abbiamo in pugno, però, e questo non lo si può negare.»

«Dio vi benedica, Dio vi benedica brav'uomo!» esclamò Munro «In che direzione dunque sono fuggite e dove sono le mie bambine?»

«Il cammino che hanno preso dipende da molte cose. Se sono sole esse possono aver descritto un cerchio o essere andate diritto e ora possono essere a una dozzina di miglia da noi; ma se gli Uroni, o uno qualsiasi degli indiani francesi, hanno messo le mani su di loro, è probabile che ora si trovino presso i confini del Canadà. Ma che importa?» continuò l'esploratore deciso, vedendo la forte ansia e delusione che mostravano i suoi ascoltatori. «Siamo ad un capo della traccia e, statene certi, i Mohicani ed io troveremo l'altro, foss'anche a cento miglia lontano di qui! Piano, piano, Uncas, sei impaziente come un colono; dimentichi che piedi leggeri lasciano pallide tracce!»

«Hug!,» esclamò Chingachgook che aveva esaminato un'apertura evidentemente praticata nella bassa sterpaglia che bordava la foresta, e ora stava ritto e indicava in basso con un atteggiamento e un'espressione di chi veda un disgustoso serpente.

«Qui c'è l'orma evidente del piede di un uomo,» esclamò Heyward curvandosi sul punto indicato, «ha camminato ai margini di questo stagno, e il segno non lascia dubbi. Sono prigioniere.»

«È meglio così piuttosto che morire di fame nella foresta,» replicò l'esploratore; «e inoltre lasceranno più tracce. Scommetterei cinquanta pelli di castoro contro altrettanti acciarini che i Mohicani ed io entreremo nelle loro wingwam entro un mese. Chinati sull'impronta, Uncas, e vedi cosa puoi dedurre dal mocassino, perché chiaramente si tratta di un mocassino e non di una scarpa.»

Il giovane Mohicano si curvò sull'orma e, scostando le foglie sparse intorno ad essa, la esaminò con quella sorta di accuratezza con cui un trafficante di valuta, in questi giorni di dubbi pecuniari, si dedicherebbe ad un conto che gli spetta. Finalmente si alzò, soddisfatto del risultato del suo.

«Ebbene ragazzo?» domandò l'attento esploratore, «cosa dice? Puoi ricavare qualcosa da un segno così eloquente!»

«Le Renard Subtil!»

«Ah! di nuovo quella canaglia rabbiosa! Dunque non la finirà mai di vagabondare finché ‹Ammazzacervo› non gli avrà detto una parolina amichevole.»

Heyward suo malgrado confermò la verità di questa notizia ed espresse speranza piuttosto che dubbio dicendo:

«Un mocassino è molto simile ad un altro, può darsi che ci sia un errore.»

«Un mocassino come un altro! Potete dire per la stessa ragione che un piede è uguale ad un altro, benché si sappia che uno è lungo e l'altro è corto, alcuni son larghi e altri stretti, altri ancora hanno il collo alto oppure basso, e infine alcuni hanno le dita piegate in dentro e altri in fuori. Un mocassino non è uguale a un altro più di quanto un libro sia uguale ad un altro; benché coloro che possono capirne uno raramente sono in grado, per questo, di dire cosa vi sia nell'altro. E tutto è preordinato per il meglio, poiché attribuisce a ciascun uomo i suoi vantaggi naturali. Lascia che guardi, Uncas, né un libro né un mocassino diventano meno chiari se esaminati due volte invece che una.» L'esploratore si chinò eseguendo e subito aggiunse: «Hai ragione, ragazzo, questa è l'impronta che abbiamo visto tanto spesso nell'altro inseguimento. E questo tale deve bere quando se ne presenti l'occasione. Gli indiani che bevono imparano sempre a camminare con l'alluce più scostato degli indiani sobri, perché è tipico di un ubriacone camminare a gambe divaricate, sia esso bianco o rosso. E anche la lunghezza e la larghezza sono le sue! Guarda, Sagamore: tu hai misurato le impronte più di una volta quando andavamo a caccia di quei farabutti da Glenn, alla fonte della salute.»

Chingachgook obbedì e, dopo aver finito il breve esame si alzò, e con tranquillo contegno si limitò a pronunciare la parola: «Magua!»

«Già, è cosa sicura, di qui sono passati Capelli-Neri e Magua.»

«E Alice no?» domandò Heyward.

«Di lei non abbiamo ancora visto nessun segno,» replicò l'esploratore guardando attentamente fra gli alberi, tra gli arbusti, e in terra.

«Che cosa c'è qui? Uncas, portami quella cosa che vedi penzolare dal roveto.»

Quando l'indiano ebbe eseguito, egli prese l'oggetto e sollevandolo in alto, rise nel suo modo silenzioso ma sentito.

«È l'arma sonora del cantore! Ora abbiamo una traccia che anche un prete potrebbe seguire,» disse. «Uncas, cerca l'impronta di una scarpa abbastanza lunga da sostenere sei piedi e due pollici di traballante carne umana. Comincio ad avere qualche speranza su quell'individuo, dato che ha smesso di strillare per dedicarsi a qualche mestiere migliore.»

«Almeno è stato fedele al suo compito,» disse Heyward; «e Cora e Alice non sono senza un amico.»

«Sì,» disse Occhio di Falco abbassando il fucile e appoggiandosi ad esso con un'aria di visibile disprezzo, «le farà cantare! Può forse uccidere un cervo per il loro pasto, procedere basandosi sul muschio dei faggi, o tagliare la gola a un Urone? Diversamente, il primo tordo che incontra avrà la meglio su di lui. Bene, ragazzo nessuna traccia di questo sostegno?»

«Qui c'è qualcosa come l'orma di uno che indossava una scarpa: può essere quella del nostro amico?»

«Tocca le foglie delicatamente, altrimenti ne scombussoli la disposizione. Quella! Quella! Quella è l'impronta di un piede, ma è di Capelli-Neri; ed è piccola anche per una donna così alta e di nobile portamento. Il cantore la coprirebbe col suo tallone.»

«Dove! Lasciatemi guardare le orme della mia bambina» disse Munro scostando gli arbusti e curvandosi amorosamente sull'impronta quasi cancellata. Benché il passo che aveva lasciato il segno fosse leggero e rapido era ancora chiaramente visibile, l'anziano soldato lo esaminò mentre gli occhi gli si offuscavano mentre guardava. Né si alzò finché Heyward vide che aveva bagnato le tracce del passaggio di sua figlia con una calda lacrima.

Desideroso di distrarlo da un dolore che minacciava ad ogni momento di prorompere oltre i limiti imposti dalle circostanze e dando al veterano qualcosa da fare, il giovane disse rivolto all'esploratore:

«Poiché ora siamo in possesso di questi segni infallibili, cominciamo la marcia. Un solo momento, in una situazione come questa, sembrerà un secolo alle prigioniere.»

«Non è il daino più veloce quello che fa durare di più la caccia,» replicò Occhio di Falco senza distogliere lo sguardo dai diversi segni di cui era venuto in possesso; «sappiamo che il feroce Urone è passato... e Capelli-Neri... e il cantore... ma dov'è colei dai ricci gialli e gli occhi blu? Benché giovane e lungi dall'essere coraggiosa come la sorella, è bella a vedersi e deliziosa quando parla. Non ha nessuno che si occupi di lei?»

«Dio voglia che non gliene manchino mai a centinaia! Non siamo alla sua ricerca ora? Quanto a me non smetterò mai di cercarla finché non sarà trovata.»

«In questo caso dobbiamo prendere strade diverse, perché di qui non è passata, per piccolo e leggero che sia il suo piede.»

Heyward indietreggiò e tutto il suo ardore di procedere parve svanire in quell'istante. Senza badare all'improvviso cambiamento d'umore dell'altro, l'esploratore, dopo aver riflettuto un momento, continuò:

«Non c'è una sola donna nella foresta che potrebbe lasciare un'impronta come questa, se non Capelli-Neri e sua sorella. Sappiamo che la prima è stata qui, ma dove sono i segni dell'altra? Procediamo oltre seguendo queste tracce e se esse non offriranno niente, dobbiamo tornare nella pianura e seguire un'altra pista. Vai avanti Uncas, e tieni gli occhi sulle foglie secche. Io guarderò nei cespugli, mentre tuo padre procederà naso a terra. Andiamo, amici, il sole sta calando dietro le colline.»

«Non c'è nulla che io possa fare?», domandò l'ansioso Heyward.

«Voi!» ripeté l'esploratore che con i suoi amici rossi stava già avanzando nell'ordine che egli aveva predisposto «sì, potete stare dietro di noi e stare attento a non pestare le tracce.»

Prima di essere andati avanti molte pertiche, gli indiani si fermarono avendo l'aria di scrutare qualche segno in terra con insolita attenzione.

Padre e figlio parlarono rapidamente ad alta voce, ora guardando l'oggetto della loro ammirazione, ora guardandosi l'un l'altro col più palese compiacimento.

«Hanno trovato il piedino!» esclamò l'esploratore avanzando senza badare alla parte di dovere che gli spettava. «Cosa c'è? In questo punto è stata fatta un'imboscata. No, per il fucile più infallibile delle frontiere, qui sono stati quei cavalli che vanno di sghimbescio! Ora tutto il segreto è svelato e tutto è chiaro come la stella polare a mezzanotte. Si, sono salite qui. Là le bestie sono state legate ad un alberello mentre aspettavano, e là corre il grande sentiero verso nord e arriva fino al Canadà.»

«Ma ancora non c'è traccia di Alice... della più giovane delle signorine Munro...» disse Duncan.

«A meno che il ciondolo luccicante che Uncas ha appena raccolto da terra non ne costituisca uno. Passalo qui, ragazzo, che lo si possa vedere!»

Heyward riconobbe subito il ciondolo che Alice amava indossare e che egli ricordò, con la tenace memoria dell'innamorato, di aver visto il mattino fatale del massacro, pendere dal bel collo di colei che amava. Egli afferrò il prezioso gioiello e, nel dire di cosa si trattava, lo fece sparire dagli occhi stupefatti dell'esploratore, il quale lo cercò invano per terra un bel po' dopo che era stato appassionatamente stretto al cuore in tumulto di Duncan.

«Puah!» disse Occhio di Falco contrariato, smettendo di frugare fra le foglie col calcio del fucile. «È certamente un segno di vecchiaia quando la vista comincia a indebolirsi; un ninnolo così luccicante e non riesco a vederlo! Beh, beh, posso ancora sbirciare lungo la canna rigata di un fucile, e tanto basta per sistemare qualsiasi disputa tra me e i Mingo. Tuttavia mi piacerebbe trovare quella cosa, non foss'altro che per portarla alla sua legittima proprietaria; il che significherebbe riunire i due capi di quello che io chiamo un lungo sentiero, perché a quest'ora il vasto Saint Lawrence o forse i Grandi Laghi si trovano tra noi e loro.»

«Ragione di più per non indugiare oltre,» replicò Heyward; «andiamo avanti.»

«Sangue giovane sangue caldo, dicono siano la stessa cosa. Non stiamo per dare la caccia a uno scoiattolo o per sospingere un daino verso l'Horican, saremo invece in cammino per giorni e notti e attraverseremo zone selvagge, raramente battute dal piede dell'uomo e dove nessuna conoscenza nata dai libri potrebbe guidarvi senza pericolo. Un indiano non comincia mai una simile spedizione senza fumare al consiglio del fuoco, e, benché io sia bianco, rispetto le loro tradizioni in questo, perché vedo che sono decisi e saggi. Perciò torneremo indietro e accenderemo il fuoco nelle rovine del vecchio forte e al mattino saremo freschi e pronti a intraprendere il nostro lavoro da uomini e non da donne chiacchierone o ragazzi impazienti.»

Heyward vide dai modi dell'esploratore che sarebbe stato inutile discutere. Munro era ricaduto in quella sorta di apatia che lo aveva colto da quando le recenti tremende disgrazie lo avevano colpito, e dalla quale poteva essere risvegliato solo da una nuova e forte emozione. Facendo di necessità virtù, il giovane prese il veterano per il braccio e seguì gli indiani e l'esploratore che si erano già incamminati per il sentiero che li aveva condotti alla pianura.