TRE UOMINI IN BARCA

(per tacere del cane)

 

Jerome K. Jerome

 

AVVERTENZA DELL'AUTORE

Il mondo è stato molto buono con questo libro.

 

Le edizioni inglesi, nelle varie forme, hanno superato complessivamente il milione e mezzo di copie vendute. Molti anni fa, a Chicago, un intraprendente stampatore pirata, ormai a riposo, mi garantì che negli Stati Uniti le vendite avevano superato il milione. Anche se, per esser stato pubblicato prima della Convenzione sui Diritti di Autore, tale divulgazione negli Stati Uniti non mi fruttò nessun beneficio materiale, la popolarità e la fama che essa mi ha fatto acquistare presso il pubblico americano rappresentano una ricompensa da non essere disprezzata. Il libro è stato tradotto credo, in tutte le lingue europee e anche in alcune asiatiche. Mi ha procurato molte migliaia di lettere, da giovani e da vecchi, da gente sana e da ammalati, da persone allegre e da persone tristi. Mi sono giunte da ogni parte del mondo, da uomini e da donne di tutti i paesi.

Anche se il libro avesse avuto per unico risultato l'arrivo di queste lettere, sarei lieto di averlo scritto. Posseggo ancora poche pagine annerite di un esemplare inviatomi da un giovane ufficiale coloniale. Venivano dallo zaino, trovato a Spion Kop, d'un suo compagno caduto. E basta con le testimonianze.

Rimarrebbero solo da spiegare i motivi che giustificano un successo così straordinario. Ma io non ne sono assolutamente capace. Ho scritto libri che mi sembravano più ingegnosi, libri che mi sembravano più ricchi di umorismo. E invece il pubblico persiste nel volermi ricordare come l'autore di "Tre uomini in barca (per tacere del cane)". Molti critici hanno opinato che la fortuna del libro presso il pubblico fosse dovuta alla sua pedestre semplicità, alla sua totale mancanza di umorismo; ma a questo punto si ha l'impressione che non sia questa la soluzione dell'indovinello. Un'opera priva di valore artistico può aver successo per un po' e presso un pubblico limitato; il successo non continua ad allargare il suo raggio per mezzo secolo. Io sono arrivato alla conclusione che, spiegatela come volete, posso vantarmi di aver scritto questo libro. Se l'ho veramente scritto.

Poiché, in verità, poco mi ricordo di averlo scritto. Ricordo solo che mi sentivo molto giovane e tremendamente contento di me stesso per ragioni che riguardano solo me. Si era d'estate, e Londra d'estate è tanto bella. Sotto la mia finestra si stendeva la città luminosa, velata di una nebbia dorata perché scrivevo in una stanza al di sopra dei comignoli; e di notte le luci splendevano sotto di me in modo che io calavo lo sguardo come in una caverna di gioielli di Aladino. Fu durante quei mesi estivi che scrissi questo libro; pareva l'unica cosa da fare.

 

 

PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE

 

La bellezza principale di questo libro non consiste tanto nel suo stile letterario e nella quantità e utilità delle notizie in esso contenute quanto nella sua semplice e sincera aderenza al vero. Le sue pagine sono il resoconto di fatti realmente accaduti. Vi è aggiunto solo un po' di colore; ed anche a tal riguardo non si è calcata la mano. George, Harris e Montmorency non sono astrazioni poetiche, ma esseri di carne e d'ossa specialmente George che pesava quasi ottanta chili. Altre opere potranno rivaleggiare con questa per profondità di pensiero e per la conoscenza dell'umana natura, altre ancora per originalità e per mole; ma, in quanto a veridicità disarmata e incurabile, nulla si è scoperto che la vinca. Questo, più di tutti gli altri suoi pregi, si ritiene renderà prezioso il volume agli occhi del lettore avveduto e aumenterà il valore della morale che il racconto impartisce.

 

Londra, agosto 1889

 

 

CAPITOLO 1

 

Tre invalidi - Le infermità di George e di Harris - Una vittima di centosette morbi fatali - Ricette utili - La cura per il mal di fegato nei bambini - Conveniamo che siamo esauriti dal lavoro e che necessitiamo di riposo - Una settimana in mare? - George suggerisce il fiume - Montmorency avanza un'obiezione - La prima proposta vince con una maggioranza di tre a uno.

Eravamo in quattro, George, William Samuel Harris, io, e Montmorency. Seduti nella mia stanza fumavamo e commentavamo come fossimo mal ridotti - ridotti male, si capisce, dal punto di vista medico, questo intendo dire.

Ci sentivamo tutti e quattro tristanzuoli e ciò ci innervosiva.

Harris diceva che di tanto in tanto sentiva tremendi attacchi di vertigini da non sapere più quel che faceva; e allora anche George disse che aveva attacchi di vertigini e non sapeva più quel che faceva. In quanto a me, si trattava del fegato in disordine.

Sapevo benissimo che si trattava del fegato in disordine perché avevo letto proprio allora un foglietto propagandistico di certe pillole per il fegato nel quale erano elencati tutti i vari sintomi per cui uno può affermare che il proprio fegato è in disordine. E io, quei sintomi, li avevo tutti.

Sarà una cosa straordinaria, ma io non ho mai letto un foglio di propaganda farmaceutica senza arrivare alla conclusione che soffro di quella particolare malattia, descritta dal volantino nella sua forma più virulenta. In ogni singolo caso la diagnosi sembra corrispondere esattamente a tutti i sintomi ch'io abbia mai avvertito. Ricordo che un giorno andai al Museo Britannico per leggere la cura di una lieve indisposizione di cui avevo cominciato a soffrire - febbre da fieno, mi pare. Presi giù il libro e lessi tutto quello ch'ero venuto a leggere; e poi, soprappensiero per un momento, sfogliai le pagine pigramente, e con indolenza mi misi a esaminare le malattie in generale.

Dimentico, ora, quale fu la prima infermità in cui mi ingolfai certo un flagello distruttore - e prima ancora che avessi dato un'occhiata alla metà dell'elenco dei "sintomi premonitori" c'era in me la certezza assoluta che, ovviamente, avevo quella malattia.

Rimasi per un momento agghiacciato dall'orrore, poi con l'indifferenza della disperazione, continuai a sfogliare le pagine. Arrivai alla febbre tifoidea - ne lessi i sintomi scoprii che avevo la febbre tifoidea, che dovevo portarmela addosso da mesi senza accorgermene - mi chiesi che altro ancora avessi; mi capitò sott'occhio il Ballo di San Vito - scoprii, come previsto, d'avere anche quello - e cominciando a interessarmi al mio caso decisi di scrutarmi fino in fondo e quindi ripresi la lettura in ordine alfabetico. Lessi: brividi di febbre intermittente, e seppi che ne soffrivo e che la crisi acuta sarebbe cominciata tra una quindicina di giorni. In quanto a Bright e alla sua malattia del rene, rimasi consolato scoprendo che l'avevo solo in una forma di sottospecie e che, quanto a lei, mi avrebbe fatto vivere per anni.

Il colera ce lo avevo e con gravi complicazioni; con la difterite sembrava che ci fossi nato. Mi sprofondai coscienziosamente in tutte e ventisei le lettere e arrivai alla conclusione che l'unica malattia da cui ero esente era il ginocchio della lavandaia.

Questa scoperta al primo momento mi lasciò piuttosto deluso, mi parve quasi un affronto. Perché mai non avevo il ginocchio della lavandaia? Perché questa invidiosa eccezione? Ma dopo un po', grazie a Dio, prevalsero sentimenti meno avidi. Ebbi così la possibilità di riflettere che avevo tutte le altre malattie conosciute dalla farmacologia e così mi sentii meno egoista e decisi di fare a meno del ginocchio della lavandaia. La gotta, sembrava che mi avesse ghermito nella forma più maligna senza che ne avessi coscienza; in quanto alle fermentazioni per zimosi evidentemente ne soffrivo dalla fanciullezza. Dopo la zimosi non c'erano altre malattie e così conclusi che non avevo altro.

Rimasi lì seduto a meditare. Pensai... che caso interessante devo essere io dal punto di vista clinico; che pacchia per una scuola!

Gli studenti, avendo me, non avevano più bisogno di fare il giro per gli ospedali. L'ospedale ero io; sarebbe bastato fare un giro intorno a me e poi potevano prendersi la laurea.

Pensai a quanto tempo ancora mi rimanesse da vivere. Tentai di esaminarmi. Mi tastai il polso. In principio non lo trovai, ma poi sembrò che cominciasse a battere tutto di un colpo. Tirai fuori l'orologio e contai. Andava a cento e quarantacinque pulsazioni al minuto. Cercai di sentirmi il cuore. Ma il mio cuore non lo trovai. Non batteva più. Ero sempre stato d'opinione che doveva esserci, e aver pulsato; quindi non mi potevo render conto di che cosa era accaduto. Mi palpai dappertutto sul davanti, da quella che io chiamo la mia vita fino alla testa, e un po' attorno da ciascun lato e un po' sulle spalle. Ma non riuscivo a sentire né udire nulla. Cercai di guardarmi la lingua. La cacciai fuori per quanto fu possibile, chiusi un occhio e cercai di esaminarla con l'altro. Non riuscivo a vedere che la punta e l'unica cosa che ci guadagnai fu di esser certo più di prima che avevo la scarlattina.

Quando ero entrato in quella sala di lettura ero un uomo sano e felice. Quando mi trascinai fuori di lì ero un decrepito relitto umano.

E mi recai dal mio medico. E' un vecchio amicone e tutte le volte che vado da lui perché credo di essere ammalato, egli mi tasta il polso, mi guarda la lingua, parla del tempo che fa, tutto ciò gratis; e pensai che, andandoci ora, gli avrei reso un bel servizio. Mi dicevo: "I medici hanno bisogno di pratica. Egli avrà me. Farà più pratica con il mio corpo che con quelli di mille e settecento di quegli ammalati comuni, trascurabili, che non hanno che una o due malattie ciascuno". Andai dritto dritto da lui, lo trovai in casa e lui disse:

- Be'! Che cos'hai?

Io dissi:

- Caro mio, non starò a rubare il tuo tempo con la narrazione di tutto quello che ho. La vita è breve e, probabilmente, prima che io finissi tu saresti già all'altro mondo. Ma ti dirò quello che non ho. Non ho il ginocchio della lavandaia. Perché proprio non abbia anche il ginocchio della lavandaia non lo capisco, ma il fatto è che non ce l'ho. Però, qualsiasi altra cosa, io ce l'ho.

E gli raccontai come ero arrivato a scoprire il vero.

Ed allora egli mi sbottonò e si mise ad osservarmi, mi afferrò il polso e mi colpì il petto mentre non me lo aspettavo - una cosa veramente da vigliacco, dico io - e subito dopo cominciò a darmi testate col viso per appoggiare l'orecchio al mio petto. Dopo di che si accomodò e scrisse una ricetta, la piegò e me la porse. Io me la misi in tasca e uscii.

Non la lessi. Andai dal primo farmacista e gliela diedi. Il buon uomo la lesse e me la porse indietro.

Disse che non poteva servirmi.

Io dissi:

- Ma non è un farmacista, lei?

Lui disse:

- Sono un farmacista. Se fossi una combinazione di una cooperativa di consumo con un albergo familiare potrei servirla. Ma il fatto di essere soltanto un farmacista me lo rende impossibile.

Lessi la ricetta: Diceva:

1 libbra di bistecca, con 1 bottiglia di birra, ogni 6 ore.

1 passeggiata di dieci miglia ogni mattina.

Andare a letto alle 11 in punto tutte le sere.

E non ti riempire la testa con cose che non capisci.

Seguii la prescrizione col risultato (felice risultato, per quanto mi riguarda) di aver salva la vita, che ancora continua.

Nella presente contingenza, per tornare alla propaganda per le pillole per il fegato, non c'era possibilità di sbagliarsi: i sintomi io li avevo e il principale era "un'allergia generale" per qualsiasi specie di lavoro.

Quanto io patisca di questo male, non vi è lingua che possa dirlo.

Ne sono vittima fino dall'infanzia. Da ragazzo, poi, la malattia non mi abbandonava neanche per una sola giornata. A casa non capivano, allora, che era colpa del fegato. La medicina era molto lontana dal progresso di ora, e i miei confondevano la malattia con la pigrizia.

- Si può sapere, scansafatiche che altro non sei, perché non ti muovi, non fai qualcosa per procacciarti da vivere? ma non sei capace? - E non sapevano, è chiaro, che ero ammalato.

E, invece di pillole, erano sganassoni. Eppure, per quanto possa sembrar strano, quegli sganassoni riuscivano a guarirmi, almeno per il momento. Imparai così che uno sganassone mi curava meglio il fegato e mi disponeva a filar dritto e a fare quello che mi dicevano di fare senza perder tempo, più di quanto non me lo curi oggi una scatola intera di pillole.

Ma lo sapete bene che spesso è così. Questi rimedi antiquati sono a volte più efficaci di tutte le specialità farmaceutiche.

Per un'altra mezz'ora ci descrivemmo l'un l'altro le nostre malattie. Io spiegai a George e a William Harris come mi sentivo alzandomi al mattino; William Harris ci descrisse quello che si sentiva quando andava a letto e George, ritto davanti al caminetto, si esibì in una pantomima incisiva e impressionante per illustrarci come passava la notte.

George è un malato immaginario, credete pure, non ha proprio niente.

In quel momento la signora Poppets picchiò alla porta e ci chiese se eravamo pronti per il pranzo. Ci scambiammo un triste sorriso l'un l'altro e convenimmo che forse era meglio tentare di mandar giù un boccone. Harris disse che qualche briciolina nello stomaco della gente spesso tiene in scacco la malattia. La signora Poppets portò il vassoio e noi ci accostammo al tavolo e sbocconcellammo una bistecchina con cipolle e un po' di torta al rabarbaro.

Dovevo esser davvero molto indebolito, allora, perché dopo poco meno di mezz'oretta, mi parve di non aver più nessuna voglia di cibi - caso insolito in me - e rifiutai il formaggio.

Assolto questo compito, riempimmo di nuovo i bicchieri, accendemmo le pipe e riprendemmo la conferenza sullo stato della nostra salute. Cosa fosse quello che effettivamente avevamo nessuno di noi era in grado di poterlo dire con certezza ma l'opinione generale era che, fosse quello che fosse, tutto era effetto dell'eccesso di lavoro.

- Noi abbiamo bisogno di riposo, - disse Harris.

- Riposo ed evasione, - disse George. - Lo sforzo che abbiamo imposto ai nostri nervi ha generato una depressione completa di tutto l'organismo. Evasione, affrancamento dal dover pensare...

ecco quello che ci ristabilirà l'equilibrio mentale.

George ha un cugino a carico, di professione eterno studente di medicina fuori corso, e perciò, nell'esprimere le cose il nostro amico ha un certo che del medico di casa.

Fui d'accordo con George e suggerii che scoprissimo qualche posticino all'antica, lontano dalla gazzarra delle folle e lì cercassimo di passare una settimana al sole, tra i sentieri assonnati - un cantuccio mezzo dimenticato, come se fosse stato nascosto dalle fate, fuori della portata del mondo fragoroso una specie di nido, appollaiato lassù, sulle scogliere del Tempo, dove il diciannovesimo secolo non avrebbe potuto far arrivare che un sussurro, un'eco lontana lontana delle sue onde tempestose.

Harris disse che secondo lui un posto simile sarebbe stato un disastro. Disse che aveva ben capito che razza di posto intendevo io; un posto dove tutti andavano a letto alle otto; dove non poteva avere il suo giornale al mattino né per amore né per forza e dove bisognava far dieci miglia per trovare il tabaccaio.

- No, - disse Harris.- Se vogliamo un po' di riposo e di evasione non c'è di meglio che un viaggio per mare.

Mi opposi al viaggio di mare con tutte le mie forze. Un viaggio di mare fa bene se può durare per un paio di mesi; una crociera di una settimana soltanto è una tragedia. Al lunedì tu parti con l'idea radicata nel cervello che vuoi divertirti. Accenni un disinvolto saluto agli amici sul molo, accendi la tua pipa più voluminosa e te ne vai a fare lo sbruffone in coperta, come se fossi un concentrato del Capitano Cook, di Francis Drake e di Cristoforo Colombo. Al martedì ti auguri di non esserti mai imbarcato. Al mercoledì, giovedì e venerdì preferiresti essere all'altro mondo. Al sabato riesci a mandar giù un po' di brodo magro, a star seduto in coperta e a rispondere con un sorrisino dolce e stanco alle persone gentili che vengono a chiederti se ora ti senti meglio. Alla domenica ricominci a passeggiare e a mangiare cibi normali. E al lunedì mattina tutto comincia a piacerti, ma tu, valigia e ombrello in mano, stai già presso il barcarizzo in attesa di sbarcare.

Ricordo che anche mio cognato, una volta, fece un viaggetto di mare per rimettersi in salute. Prese un biglietto di andata e ritorno Londra-Liverpool e quando arrivò a Liverpool si precipitò in cerca di chi gli ricomprasse il biglietto di ritorno.

Lo offrì per tutta la città facendo una riduzione tremenda, così mi dissero, e riuscì a cederlo per diciotto pence a un giovane dall'aspetto bilioso, al quale i medici avevano consigliato di andare al mare e fare del nuoto.

- Andare al mare! - gli disse mio cognato spingendogli affettuosamente in mano il biglietto. - Caspita, ne avrete tanto di mare che vi basterà per tutta la vita; e poi, in quanto agli esercizi fisici, ne farete di più rimanendovene seduto in coperta su quel bastimento che mettendovi a far capriole sulla spiaggia.

E mio cognato se ne ritornò in treno. Disse che per la sua salute la North-Western Railway era abbastanza.

Conobbi un altro tipo che fece una crociera di una settimana intorno alle coste dell'Inghilterra e, prima della partenza, il cameriere di bordo gli si avvicinò e gli chiese se voleva pagare i pasti volta per volta oppure aggiustarsi su di un pagamento anticipato per tutto il vitto.

Il cameriere di bordo gli consigliò quest'ultima forma di pagamento che veniva molto più a buon mercato. Disse che per tutta la settimana gli avrebbero fatto il prezzo di due sterline e cinque scellini. Disse che a prima colazione servivano pesce e carne alla griglia. Si mangiava poi all'una: quattro portate.

Pranzo alle sei: minestra, pesce, piatto di mezzo, pollo, insalata, dolce, formaggio e frutta. Alle dieci un leggero pasto per cena.

Il mio amico decise per l'affare del pagamento anticipato a due sterline e cinque scellini (è un buon mangiatore) e pagò.

Il pranzo dell'una arrivò appena fuori di Sheerness. Egli non sentiva quell'appetito che credeva di dover sentire e quindi si accontentò di un po' di lesso e di un piattino di fragole con panna. Durante il pomeriggio si sorprese a riflettere molto e ad un certo momento gli sembrò che da settimane e settimane non avesse fatto altro che mangiar carne lessa; poi, ad un altro momento, gli sembrò che da anni non si fosse nutrito che di fragole con la panna.

Né la carne lessa, né le fragole con la panna mostravano di essere a loro agio... erano piuttosto agitate.

Alle sei vennero ad avvisarlo che il pranzo era pronto. Questo annuncio non risvegliò nessun entusiasmo dentro di lui, però egli ponderò che bisognava scontare un poco delle due sterline e cinque scellini e aggrappandosi a cavi e cose varie scese abbasso. Giunto ai piedi della scala venne salutato da un odorino di cipolle e prosciutto mescolato con quello di pesce fritto e verdura; il cameriere col suo sorriso ipocrita si avvicinò e gli disse:

- Che cosa debbo portarvi, signore?

- Portarmi fuori di qui, - fu la risposta assieme a un lamento.

E quelli lo riportarono in coperta in fretta e furia, lo appoggiarono ben bene alla murata sottovento e lo lasciarono.

 Trascorse i quattro giorni seguenti vivendo una vita semplice e morigerata a stecchetto, a base solo di galletta da marinaio, sottile (la galletta, non il marinaio), e acqua gassata; ma, arrivato al sabato, si sentì altezzoso e si permise un tè poco carico e un toast; al lunedì seguente s'ingozzò di brodo di gallina. Sbarcò il martedì e mentre la nave si staccava dalla banchina egli la seguì con lo sguardo pieno di rammarico.

- E via lei, - disse, - e via lei, con due sterline di viveri a bordo che mi appartengono e che non ho mangiato.

Disse che se gli avessero concesso un'altra giornata di tempo era certo che si sarebbe rifatto del suo.

Dunque io mi ero messo contro il viaggio di mare. Ma, come spiegai, non perché pensassi a me stesso, io non faccio mai storie. Era perché temevo per George e George diceva che sarebbe stato benissimo, e che gli sarebbe anzi piaciuto, ma che piuttosto doveva consigliare me e Harris a rinunciare perché era certo che tutti e due avremmo sofferto il mal di mare. Harris brontolò tra sé che restava sempre un fatto misterioso il sapere come fa la gente a prendersi il mal di mare sui bastimenti diceva che secondo lui lo fanno apposta, per darsi delle arie e diceva anche che molte volte aveva tentato di averlo, ma che non c'era mai riuscito.

Poi si mise a raccontare aneddoti, del come avesse attraversato la Manica con un mare tanto grosso che i passeggeri dovettero esser legati alle cuccette e non c'era a bordo anima viva, tranne lui e il capitano, che non avesse mal di mare. Altre volte erano lui e il secondo di bordo a non soffrire; insomma era sempre lui e un altro. E quando poi l'altro non c'era, c'era lui soltanto.

Certamente è curioso che mai nessuno abbia mal di mare - a terra.

In mare, invece, tu ti imbatti in un sacco di gente che se la passa male davvero, a volte il bastimento ne è pieno; eppure finora non ho mai visto un solo uomo, a terra, che nemmeno sapesse ciò che sia avere il mal di mare. Dove diamine si andranno a nascondere quando sono a terra le migliaia e migliaia di cattivi marinai che pullulano su di ogni nave, è un mistero.

Se ce ne fossero molti come un tale che vidi sul vaporetto di Yarmouth, potrei spiegare il presunto enigma facilmente. Fu appena fuori del molo di Southend, ricordo, e lui stava piegato attraverso un portellino in una posizione molto pericolosa. Mi avvicinai, ansioso di soccorrerlo.

- Dica! si tiri più indietro, - gli dissi scuotendolo per le spalle. - Lei va a finire in mare, così.

- Dio lo volesse! - fu tutta la risposta che ne ebbi; e dovetti abbandonarlo lì.

Passarono tre settimane ed un giorno lo rividi a Bath, nel bar di un albergo. Raccontava dei suoi viaggi e diceva quanto amasse il mare.

- Se sono buon marinaio! - ribatté rispondendo alla invidiosa domanda di un mite giovanotto; - una volta, però, mi sentii un po' strano, devo confessarlo. Fu al largo di Capo Horn. Il giorno dopo, la nave naufragò.

Dissi:

- Ma non era un po' indisposto presso il molo di Southend, un giorno, augurandosi d'essere gettato in mare?

- Il molo di Southend! - rispose lui con un'espressione perplessa.

- Sì, andavamo a Yarmouth, venerdì scorso fecero tre settimane.

- Oh! Ah! Sì!- rispose, illuminandosi. - Ora me ne ricordo. Che mal di testa quel pomeriggio! Tutta colpa di quei sottaceti, sa!

Erano i peggiori sottaceti che abbia mai trovato su di una nave che si rispetti. Lei ne aveva mangiati?

Io, per conto mio, ho scoperto un preventivo ottimo per non soffrire il mal di mare, dondolandomi. Ti pianti al centro del ponte e, a seconda del beccheggiare della nave, fai oscillare il tuo corpo in modo da rimanere sempre diritto. Quando la parte prodiera del vapore si innalza, tu ti abbassi in avanti fino a che il ponte non ti tocchi quasi il naso; e quando invece si innalza la parte poppiera tu ti inclini indietro. La cosa va bene per un'ora o due; naturalmente non si può oscillare per una settimana.

George disse:

- Il Tamigi. Risaliamo il Tamigi.

Disse che così avremmo goduto di aria fresca, di movimento e di quiete; la nostra mente (compresa quella di Harris per quel tantino che ne aveva) sarebbe stata occupata dal continuo cambiamento di panorama e il lavoro duro che avremmo dovuto fare ci avrebbe dato un ottimo appetito e ci avrebbe fatto dormire bene.

Harris disse che secondo lui George non doveva far nulla che tendesse a renderlo più dormiglione di quello che è; poteva essere pericoloso. Disse che non riusciva a spiegarsi bene come George avrebbe potuto dormire più di adesso visto che nella giornata vi sono soltanto ventiquattro ore, sia d'estate, sia d'inverno; ma se si fosse dovuto ammettere che poteva dormire di più, tanto valeva che fosse morto e così avrebbe anche risparmiato i soldi per vitto e alloggio.

Andava "per-fet-ta-men-te, fino al TE". Che cosa voglia dire questo TE, io non lo so (a meno che sia un "tè completo, con pane, burro e dolce "ad libitum", da mezzo scellino, ch'è a buon mercato se non si è pranzato). Sembra, ad ogni modo che vada per-fet-ta- men-te per tutti, cosa lodevolissima.

Andava per-fet-ta-men-te anche per me, e dicemmo entrambi, Harris ed io, che l'idea di George era buona e lo dicemmo con un tono che sembrava implicare che eravamo rimasti sorpresi che George si fosse dimostrato così sensato.

L'unico che non rimase colpito dall'idea fu Montmorency.

Montmorency non si è mai interessato di fiumi.

- Ottimo per voi, ragazzi, - disse lui; - a voi piace, ma a me no, che cosa avrei da fare io? Del panorama non me ne importa nulla, e, inoltre, io non fumo. Se dovessi vedere un topo voi non vi fermereste, e se dovessi addormentarmi, voi, con le vostre pazzie sulla barca, mi fareste cadere in acqua. Per me, se volete saperlo, questa è una cretineria enorme.

Tuttavia, eravamo tre contro uno, e la mozione fu approvata.

 

CAPITOLO 2

 

Discussione dei piani - I piaceri del campeggio nelle notti serene - Idem, nelle notti di pioggia - Si arriva al compromesso - Montmorency, sue prime impressioni - Timori che non fosse fatto per questo mondo, poi scartati in quanto infondati - Rinvio della seduta.

Carte geografiche alla mano ci mettemmo a discutere i nostri piani.

Fissammo la partenza per il sabato prossimo da Kingston. Io e Harris dovevamo andarci la mattina e risalire in barca fino a Chertsey, e George, che non poteva lasciare la città prima del pomeriggio (George va a dormire in una banca tutti i giorni dalle dieci alle quattro; al sabato, invece, lo svegliano alle due e lo sbattono fuori), ci avrebbe raggiunto lì.

Dovevamo campeggiare o dormire in locande?

Io e George eravamo per il campeggio. Dicemmo che sarebbe stato un vivere libero e primitivo che fa tanto patriarcale.

Lentamente, il ricordo dorato del sole tramontato svanisce dal cuore delle nuvole fredde e tristi. Gli uccelli, silenti come bimbi imbronciati, hanno cessato il loro canto e solo il grido lamentoso della pavoncella, e il gracchiare roco dell'edrone rompono la quiete reverente intorno allo specchio di acqua, su cui esala l'ultimo respiro il giorno morente.

Dalle boscaglie nebbiose, indistinte, sulle due rive, le ombre grigie, gli eserciti spettrali della notte, escono strisciando con silenzioso moto, con piedi invisibili, e passano sopra l'ondeggiante erba lacustre, attraversano i sospiranti giunchi; e la Notte, assisa sul suo tetro soglio, spiega le ali funeree sull'oscurato mondo e, dal suo palazzo fantastico illuminato dalle pallide stelle, regna in silenzio.

Allora noi guidiamo la barca in un posticino tranquillo, piantiamo la tenda, ci cuciniamo la cena frugale e ce la mangiamo. Poi si caricano e si accendono le grosse pipe, si scambiano chiacchiere a bassa voce; intanto, nelle pause dei nostri conversari, il fiume, giocando intorno alla barca, cicaleccia di antiche favole arcane, canta sottovoce l'antica nenia che ha cantato per tante migliaia di anni e che per tante migliaia di anni ancora canterà fino a che la sua voce non diverrà aspra e stanca - quel vecchio canto che noi, avendo imparato ad amarne il volto mutevole, essendoci così spesso annidati sul suo petto accogliente, crediamo di intendere, in qualche modo, anche se non saremmo capaci di ridire con le semplici parole la storia che ascoltiamo.

La luna ama anch'essa il fiume ai cui margini noi ci troviamo; e si china allora per baciarlo di un bacio fraterno e gli getta attorno le sue braccia d'argento in un tenero abbraccio; e noi vediamo scorrer l'acqua, cantando sempre, sussurrando sempre, verso l'incontro col suo re, il mare, e rimaniamo lì fino a che le nostre voci non si spengono nel silenzio, fino a che le pipe non sono consumate, fino a che noi, che pur sempre rimaniamo giovani comuni mortali perfettamente uguali ad ogni altro, non ci sentiamo stranamente saturi di pensiero, quasi tristi, quasi inteneriti e non abbiamo più voglia né interesse di parlare fino a che, con una risata, ci alziamo, battiamo la cenere dai bocciuoli delle pipe consumate, diciamo "buonanotte" e, cullati dal rumore dell'acqua che sciaborda e degli alberi che frusciano, ci addormentiamo sotto le stelle grandi ed immote e sogniamo che la terra è giovane ancora - giovane e tenera così come era prima che secoli e secoli di travagli e di tribolazioni incavassero il suo bel volto, prima che i peccati dei suoi figli e le loro follie le indurissero il cuore amoroso - tenera come era in quei giorni passati quando, mamma novella, essa nutriva noi, i suoi figli, stringendoci al suo seno florido - come era prima che la falsità di una civilizzazione imbellettata ci adescasse per strapparci dalle sue tenere braccia e la serpe velenosa dell'artificiosità ci avesse fatto vergognare dell'esistenza primitiva che vivevamo con lei nella semplice, maestosa dimora in cui l'umanità vide la luce tante migliaia di anni fa.

 Harris disse:

- E se piove?

Impossibile suscitare commozione in Harris. Manca completamente di poesia, di folle anelito verso l'irraggiungibile. Mai gli accade di "piangere senza saper perché". Se gli occhi di Harris si riempiono di lagrime, state pur certi che è perché Harris sta mangiando le cipolle crude o ha messo troppa salsa inglese sulla cotoletta.

Se per caso, trovandovi di notte con Harris sulla spiaggia, gli diceste:

- Odi! non senti? Non senti il canto delle sirene che vien dal profondo delle acque ondeggianti? o forse sono gli spiriti dolenti che cantano trenodie ai cadaveri pallidi trattenuti dalle erbe marine?

Harris ti afferrerebbe per il braccio e direbbe:

- Va' la... lo so io cosa è; è che ti sei buscato un raffreddore.

Andiamo, vieni con me; conosco un posticino lì all'angolo dove potrai bere un goccio del migliore whisky che tu abbia mai assaggiato: vedrai che ti rimette in sesto in un attimo.

Harris conosce sempre un posticino lì all'angolo della strada dove puoi trovare qualcosa di extra in fatto di bere. Credo che se dovessi incontrarlo all'altro mondo (se ciò fosse possibile) egli mi verrebbe incontro per salutarmi dicendo:

- Che piacere che tu sia venuto, vecchio mio; ho scoperto uno splendido posticino lì all'angolo dove ti servono un nettare di prima classe.

Nella presente contingenza, e cioè per quanto riguarda il campeggio, la praticità del suo punto di vista in materia fu stimata come un'osservazione molto ragionevole. Il campeggio sotto la pioggia non è cosa divertente.

Viene la sera. Tu sei bagnato fino alle ossa, sul fondo della barca ci sono cinque centimetri d'acqua e ogni cosa è fradicia. Tu cerchi un posticino sulla riva che non sia una pozzanghera come gli altri posti che hai passato; sbarchi, trascini la tenda e, aiutato da un altro, ti metti a piantarla.

Quella è grondante e pesante e comincia a cader di qua e di là, ti viene addosso, ti si avvolge intorno alla testa e ti fa diventar matto. Intanto l'acqua vien giù che Dio la manda. Già col bel tempo non è facile drizzare una tenda; sotto la pioggia poi, quel compito diventa una fatica di Ercole. Hai l'impressione che il tuo compagno invece di aiutarti si stia divertendo a far lo sciocco, perché non appena sei riuscito a sistemare per bene il tuo lato ecco che lui dà un gran colpo dal suo e rovina tutto.

- Ehi! Ma che stai facendo? - gli gridi tu.

- Ma che stai facendo tu? - ribatte lui. - E molla una buona volta!

- Non tirare; non vedi che hai messo tutto al rovescio; pezzo di somaro! - urli tu.

- Nossignore, non è vero - urla lui di ritorno; - molla il tuo lato!

- Ma ti ho detto che hai sbagliato tutto! - muggisci tu con una gran voglia di saltargli addosso. Ed intanto lui dà uno strattone che svelle i paletti.

- Pezzo d'idiota! - lo senti brontolare, ed ecco che arriva una strappata selvaggia e tutto il tuo lato svolazza. Tu posi a terra il mazzuolo, giri e vai dal tuo amico per dirgli tutto quello che pensi sulla faccenda; allo stesso tempo ha girato anche lui nella stessa direzione per venire da te e spiegarti il suo punto di vista. Così vi rincorrete torno torno alla tenda mandandovi reciproci accidenti fino a che la tenda non diventa un mucchio di stracci per terra e voi rimanete a guardarvi l'un l'altro al di sopra delle sue rovine, poi entrambi, indignati, esclamate insieme:

- Ecco fatto! Te l'avevo detto!

Il terzo amico, che nel frattempo ha cercato di svuotare la barca facendosi correr l'acqua giù per le maniche e che perciò durante gli ultimi dieci minuti non ha fatto che imprecare fra sé, vuol sapere ora che significa tutta quella indiavolata gazzarra che state facendo e perché mai quella tenda della malora non è ancora su.

Finalmente, tira di qua, tira di là, la tenda è in piedi e si sbarca l'equipaggiamento. Sarebbe vano tentare di fare un fuoco di legna, perciò accendete il fornello a spirito e vi accucciate intorno ad esso.

A cena l'acqua piovana è l'ingrediente alimentare principale. E' per tre quarti acqua piovana il pane, ne sovrabbonda il polpettone, e in quanto alla marmellata, al burro, al sale e al caffè, si sono uniti ad essa in un'unica zuppa.

Dopo cena ti accorgi che il tabacco è umido e che non puoi fumare.

Fortunatamente ti sei portato una bottiglia di quella roba che, presa nella debita quantità, dà euforia e inebria; questo ti ridona abbastanza fiducia nella vita da indurti ad andartene a letto.

Ti addormenti, e sogni che un elefante, improvvisamente, si è seduto sul tuo petto, e che un vulcano ha eruttato e ti ha sprofondato nel fondo del mare con l'elefante che ti dorme sempre placidamente sul seno. Ti svegli e afferri l'idea che qualcosa di tremendo debba essere realmente accaduto. La prima impressione è che sia arrivata la fine del mondo; poi pensi che non può essere e che si deve trattare di ladri o di assassini o forse anche di un incendio. Tu esprimi quest'opinione nel modo che ti è familiare, ma soccorsi non ne arrivano e non hai altra sensazione se non quella che migliaia di persone ti prendano a calci e che stai asfissiando.

Ti sembra che vi sia qualche altro in pena. Senti il suo fioco lamento che viene da sotto il tuo letto. Deciso a vender cara la pelle, sia quello che sia, lotti freneticamente agitando braccia e gambe a destra e a sinistra, e urlando sempre a più non posso; finalmente qualcosa si apre e ti trovi con la testa all'aria fresca. A cinquanta centimetri da te vedi nell'ombra un furfante seminudo che sta certamente per ucciderti e già ti disponi a una lotta all'ultimo sangue contro di lui quando comincia a sembrarti che si tratti di Jim.

- Oh! sei tu, sei? - dice lui riconoscendoti nello stesso momento.

- Sì, - rispondi stropicciandoti gli occhi. - Che è successo?

- Credo che questa maledetta tenda sia caduta, - dice lui.

- Dov'è Bill?

Allora tutti e due vi mettete a gridare "Bill!" e il terreno sotto di voi vibra ed ondeggia, e dalle rovine ritorna quella voce sorda che avete udito prima.

- Toglietevi di sopra alla mia testa, una buona volta!

E Bill con sforzi enormi riesce a venir fuori, infangato, pesto come un povero relitto e magari arrabbiatissimo perché crede che gli abbiate fatto un brutto scherzo.

Al mattino seguente siete tutti e tre taciturni perché durante la notte vi siete presi un forte raffreddore; vi sentite anche molto litigiosi e durante tutta la colazione non fate che mandarvi rauchi e sussurrati accidenti a vicenda.

Fatte perciò le debite considerazioni, decidemmo che avremmo dormito fuori nelle belle nottate, e quando fosse piovuto o quando avessimo voluto cambiare, ce ne saremmo andati all'albergo, o alla locanda o all'osteria, come fanno tutte le persone rispettabili.

Montmorency salutò con molta soddisfazione questo compromesso. La solitudine romantica non lo entusiasma. Gli ci vuole il trambusto, ancor meglio se è un po' volgare. Montmorency, a guardarlo, sembra un angelo spedito sulla terra sotto le forme di un fox-terrier per qualche ragione insondabile alla conoscenza umana. C'è, in Montmorency, qualche cosa, un'espressione che, a quanto dicono, ha strappato le lagrime a vecchie e pie signore e a vecchi gentiluomini; qualche cosa che par che dica: Oh-che-razza-di-un- mondaccio-cane-è-questo-e-come-vorrei-far-qual cosa-per- migliorarlo-e-renderlo-più-nobile.

Quando venne per la prima volta a vivere a spese mie, ebbi subito la certezza che non avrei potuto tenermelo per molto tempo. Sedevo e lo guardavo, lui sedeva sul tappeto e guardava me. Ed io pensavo: "Oh! questo cane non vivrà. L'eleveranno ai cieli in un cocchio; ecco quello che succederà".

Però, dopo che ebbi risarcito i danni per circa una dozzina di galline che aveva sgozzato; dopo averlo trascinato via per la collottola, ringhiante e scalciante, da circa cento e quaranta zuffe per strada; dopo che una donna mi portò, da vedere, un gatto morto, dandomi dell'assassino; dopo di esser stato citato dall'uomo che abitava a due porte dalla mia perché lasciavo in libertà un cane feroce che lo aveva assediato nel suo sgabuzzino degli arnesi dal quale non aveva osato metter fuori il naso per due ore e più in una fredda notte; e dopo aver appreso che il giardiniere a mia insaputa si era guadagnato trenta scellini scommettendo su quanti topi lui avrebbe ucciso in un determinato tempo, cominciai a credere che forse, in fin dei conti, sarebbe rimasto sulla terra un poco più a lungo.

Per Montmorency la "gran vita" consiste nel ciondolare nei paraggi d'uno stallatico, radunare una banda di cani tra i più ribaldi della città e capeggiarli in giro per i peggiori quartieri a dar battaglia ad altri cani ribaldi; perciò, come ho già segnalato, egli diede la sua approvazione entusiastica all'idea degli alberghi, delle locande e delle osterie.

Così, sistemata con soddisfazione di tutti e quattro la questione del dormire e non essendoci altro su cui accordarci se non quello che dovevamo portarci appresso, cominciammo questa discussione; ma Harris disse che per una serata avevamo dissertato abbastanza e propose che uscissimo per distrarci un pochino: disse che aveva scoperto un posticino lì all'angolo della strada dove si poteva ottenere un goccio di irlandese degno di esser bevuto.

George disse che aveva sete (non ho mai notato che George non avesse sete) e siccome anche io avevo un certo presentimento che un po' di whisky, caldo, con una scorzetta di limone avrebbe fatto bene ai miei acciacchi, il dibattito venne aggiornato all'unanimità per la sera dopo; e i presenti si misero il cappello in testa e uscirono.

 

  

CAPITOLO 3

 

Accordi conclusivi - Metodo di Harris per fare un lavoro - Come l'anziano capo di casa appende un quadro - George fa un'osservazione logica - Delizioso il bagno mattutino - Predisposizioni per i casi di capovolgimento.

La sera dopo tornammo a riunirci per discutere i piani e metterci d'accordo. Harris disse:

- Ora, la prima cosa da fare è di stabilire quel che ci dobbiamo portare. Tu, J., prendi un pezzo di carta e scrivi, e tu, George, prendi il listino del droghiere e qualcuno mi dia un pezzo di matita perché la nota la faccio io.

Questo è Harris... sempre pronto ad accollarsi il peso di tutto per poi metterlo sulle spalle degli altri.

Mi fa ricordare sempre del mio povero zio Podger.

Mai visto un quarantotto come quello che succedeva per casa quando lo zio Podger metteva mano a un mestiere. Il corniciaio rimandava a casa un quadro e il quadro rimaneva nella sala da pranzo, appoggiato alla parete, in attesa di essere appeso; e la zia Podger continuava a chiedere che cosa bisognava fare; e lo zio Podger diceva:

- Non te ne incaricare, ci penso io. E voialtri, che nessuno si preoccupi, faccio tutto da me.

Si toglieva la giacca e cominciava col mandare la ragazza di servizio a comprare sei soldi di chiodi e quando quella era già uscita la faceva rincorrere da uno di noi ragazzini per dirle di che lunghezza dovevano essere; e così, a poco a poco, metteva in moto tutta la famiglia.

- Tu, Will, vai a prendermi il martello, - gridava, - e tu, Tom, portami la riga; mi occorrerà la scala a pioli e sarà meglio che mi portiate anche una seggiola di cucina. Tu, Jim, fai un salto dal signor Goggles e digli: "Papà le manda i suoi saluti e spera che la sua gamba vada meglio e la prega di imprestargli la livella". E tu, Maria, non te ne andare, mi occorrerà qualcuno che mi tenga il lume; e appena la ragazza torna dovrà uscire di nuovo per un po' di cordone da tappezziere; e... Tom! dove si è cacciato Tom? Vieni qui; avrò bisogno di te per farmi porgere il quadro.

Poi nell'alzare il quadro se lo lasciava scappare di mano; il quadro usciva dalla cornice e lui, nel tentativo di non far rompere il vetro, si tagliava e si metteva a correre per la stanza in cerca del fazzoletto.

Il fazzoletto non riusciva a trovarlo perché stava nella tasca della giacca e tutti quanti dovevamo smettere di cercare gli arnesi per correre alla scoperta della giacca mentre lui ci saltabeccava dietro.

- Ma è mai possibile che in tutta la casa non ci sia uno che sappia dove è la mia giacca? Mai visto in vita mia un'accozzaglia di scemi come voi, parola d'onore mai vista in vita mia. Siete in sei! e in sei non siete capaci di trovare una giacca che mi sono tolto non più tardi di cinque minuti fa! Bene... per tutti...

Poi si alzava e scopriva che stava seduto sulla giacca. E allora gridava:

- Potete smettere di cercare; me la sono trovata da me. Chiedere a voialtri di trovare una cosa è come chiederlo al gatto.

Poi, dopo avere impiegato mezz'ora a fasciarsi il dito, e avere comperato un altro vetro, e avere portato gli utensili, la scala, la sedia e la candela, ricominciava il lavoro, con tutta la famiglia, incluse la giovane domestica e la donna a ore, in semicerchio intorno a lui, pronta ai suoi ordini. Due dovevano reggere la scala, un terzo doveva aiutarlo a salire e sostenerlo lassù, un quarto gli doveva porgere il chiodo, un quinto il martello; lui tentava di puntare il chiodo alla parete e lo lasciava cadere.

- Corpo... - diceva allora, come offeso, - il chiodo è scappato!

E tutti noi dovevamo metterci in ginocchio alla pesca del chiodo mentre lui restava in piedi sulla sedia brontolando e chiedendo se per caso non avessimo l'intenzione di farlo rimanere là per tutta la serata.

Finalmente qualcuno trovava il chiodo, ma nel frattempo lui non sapeva più dov'era il martello.

- Dov'è il martello? Ma che ne ho fatto di questo benedetto martello? Santo Cielo! Possibile che tutti e sette ve ne stiate lì come allocchi e non sappiate che ne ho fatto del martello?

Gli trovavamo il martello, ma lui non trovava più il segno che aveva fatto sulla parete dove avrebbe dovuto piantare il chiodo e ciascuno di noi saliva a turno sulla sedia dietro di lui per cercare di scoprirlo. Succedeva che ognuno di noi vedesse il segno in un punto diverso e lui ci dava del cretino, a tutti, uno dopo l'altro, e ci faceva scendere. Allora prendeva la riga e ricominciava concludendo che il buco doveva esser fatto alla metà di trentun pollici e tre ottavi dall'angolo e perdeva la testa a fare il calcolo a mente.

Tutti ora ci sforzavamo a fare quel calcolo a memoria e arrivavamo a risultati diversi canzonandoci a vicenda. Succedeva che in tanto calcolare dimenticavamo il dato originale e lo zio Podger doveva riprendere le misure.

Questa volta però si serviva di uno spago e al momento critico, quando quel buon vecchio matto pendeva dalla sedia e tentava di arrivare a un punto che stava tre pollici più in alto di quanto egli potesse giungere, lo spago gli scivolava dalle dita e lui cadeva sul pianoforte battendo col capo e col corpo su tutti i tasti allo stesso tempo e producendo un effetto musicale veramente notevole.

E la zia Maria diceva che non avrebbe permesso che i bambini rimanessero lì a sentire un linguaggio simile. Finalmente lo zio Podger trovava il posto e vi appoggiava la punta del chiodo reggendolo con la mano sinistra mentre con la destra prendeva il martello. Alla prima martellata si schiacciava un dito ed emettendo un urlo lasciava cadere il martello sul piede di qualcuno di noi Zia Maria, tutta tenerezza, diceva che la prossima volta che lo zio Podger avrebbe dovuto conficcare un chiodo nella parete, sperava che glielo avesse fatto sapere in tempo affinché, mentre egli faceva quello, lei potesse combinare un viaggio di una settimana da sua madre.

- Oh! Voi donne fate un can-can per qualsiasi piccolezza!

rispondeva zio Podger riprendendo il controllo di se stesso. In fondo con questi lavoretti mi ci diverto.

Ed eccolo a fare un altro tentativo. Al secondo colpo il chiodo sprofondava nell'intonaco e mezzo martello spariva dietro di lui:

zio Podger per forza di inerzia sbatteva contro la parete acciaccandosi il naso.

E ricominciava la ricerca dello spago e della riga e si faceva un altro buco. Verso mezzanotte il quadro era appeso... di traverso e pericolante; alcuni metri della parete sembravano raschiati con un rastrello e tutti noi, ad eccezione dello zio Podger, eravamo stanchi morti, in uno stato miserevole.

- Ecco fatto, - diceva lui scendendo pesantemente dalla sedia sui calli della donna a ore e guardando con evidente orgoglio la strage compiuta. - C'è della gente che per una sciocchezza simile sarebbe stata capace di chiamare un operaio.

Harris, quando sarà cresciuto, sarà un uomo di questo genere; lo giurerei, e gliel'ho anche spiegato. Dissi che non potevo permettere che si accollasse tanto lavoro da solo. Gli dissi:

- No, tu prendi la carta, la matita e il listino, George prende nota e il lavoro lo faccio io.

Compilato un primo elenco, si dovette scartarlo. Palesemente, il corso superiore del Tamigi non sarebbe risultato navigabile per un natante di dimensioni sufficienti a contenere tutte le cose da noi annotate come indispensabili; perciò, stracciato l'elenco, restammo a guardarci in faccia!

George disse:

- Ragazzi, qui siamo su una strada completamente sbagliata. Non dobbiamo pensare alle cose di cui potremmo fare uso, ma solo a quelle di cui non potremmo far senza.

George, qualche volta, se ne viene fuori con delle uscite assai assennate. Non lo si crederebbe. Per conto mio, si tratta di saggezza bell'e buona, non solo rispetto al caso in questione, ma anche, in generale, riferendola al nostro viaggio su per il fiume della vita. Quanti, per questo viaggio, non sopraccaricano la barca, al punto di metterla sempre in pericolo di riempirsi d'acqua, con tutto un approvvigionamento di cose sciocche, che a loro sembrano indispensabili per viaggiare piacevolmente e comodamente, ma che in realtà sono solo cianfrusaglia inutile.

Come caricano il loro povero guscio di noce d'un mucchio, alto fino in testa d'albero, di bei vestiti e di grandi case, di servitorame superfluo e d'una schiera d'amici boriosi ai quali non importa un fico secco di loro, e dei quali a loro non importa neanche mezzo fico secco; di costosi divertimenti che non divertono nessuno e (cianfrusaglia più assurda e pesante di tutte) della paura di ciò che il prossimo potrà pensare, di lussi che stuccano, di piaceri che seccano, di vuota esibizione che, simile alla corona di ferro che si infliggeva un tempo ai criminali, fa sanguinare e vacillare la testa che la porta.

Cianfrusaglia, amico! Tutta cianfrusaglia! Buttala a fiume. Rende la barca così pesante, ai fini della voga, da farti quasi venir meno ai remi. La rende, ai fini del timone, così pericolosa e poco maneggevole, da non lasciarti mai un solo minuto libero da preoccupazione e ansia, da non concederti mai un minuto di pigra fantasticheria - né il tempo per incantarti a guardare le ombre che guizzano leggere sui bassifondi, gli sfolgoranti raggi del sole che appaiono e scompaiono tra increspature, né i grandi alberi della riva che guardano giù il proprio riflesso, o i boschi tutti verdi e dorati, o le ninfee bianche e gialle, e gli ondeggianti oscuri giunchi, o gli azzurri non-ti-scordar-di-me.

Getta la cianfrusaglia a fiume, amico! Fa' che la barca della tua vita sia leggera, carica solo del necessario. una casa accogliente e piaceri semplici, un amico o due, degni di questo nome, qualcuno che ti ami e qualcuno che tu ami, un gatto, un cane e un paio di pipe, abbastanza da mangiare, abbastanza per vestire, e un pochino più del sufficiente di roba da bere; perché la sete è una cosa pericolosa Vedrai che troverai più facile vogare nella tua barca ed essa non correrà tanto pericolo di rovesciarsi, e se poi si rovescia poco male; poche merci e buone, resistono all'acqua Avrai tempo per lavorare ma anche per pensare. Avrai tempo per abbeverarti della luce del sole, tempo per ascoltare le musiche eoliche che il vento di Dio suona sulle corde del cuore umano tutt'intorno a noi... avrai tempo per...

Oh! scusatemi, vi prego. Divagavo.

Affidammo l'elenco a George ed egli cominciò:

- Non prenderemo la tenda, - disse George; - porteremo un tendone per coprire la barca. E' molto più semplice e più comodo.

Ci parve una buona pensata ed accettammo la decisione. Non so se qualcuno di voi abbia mai visto la cosa cui mi riferisco. Ecco: si fissano dei cerchi di ferro sopra la barca e su di essi si stende un gran telone, assicurandolo di sotto tutto intorno da prora a poppa in modo che la barca si trasforma in una specie di casetta, molto intima, sebbene un po' soffocata; d'altra parte... tutto si paga, come disse quel tale cui morì la suocera quando gli presentarono le spese del funerale.

George disse che in tali condizioni potevamo portare una coperta ciascuno, una lampada, sapone, uno specchio e un pettine (per tutti), uno spazzolino da denti (per ciascuno), una bacinella, polvere dentifricia, l'occorrente per la barba (sembra un esercizio di traduzione dal francese, non vi pare?) e un paio di asciugamani grandi da bagno. Osservo che si portano sempre equipaggiamenti giganteschi se si va in un posto vicino all'acqua, ma poi, quando si è là, di bagni se ne fanno molto pochi.

Lo stesso succede quando si va al mare. Stando a Londra, io quando penso alla spiaggia mi propongo di alzarmi presto tutte le mattine e di far subito un tuffo prima di colazione e religiosamente preparo la valigia mettendoci un paio di calzoncini da bagno e un asciugamano. Porto sempre calzoncini da bagno rossi. Si addicono alla mia carnagione.

Ma quando arrivo al mare non mi sembra di aver bisogno di quel bagno di prima mattina nella stessa misura che mi sembrava quando ci pensavo in città.

Al contrario, sento che voglio rimanere a letto fino all'ultimo momento per poi scendere a colazione. Una volta o due la virtù trionfò ed io mi alzai alle sei e mezzo, mi vestii, presi i pantaloncini e gli asciugamani e cupo in volto mi precipitai. Ma non mi piacque affatto. Quando vado a fare il bagno di mattina presto sembra che qualcuno abbia ordinato specialmente per me un venticello tagliente dall'est, e sembra che qualcuno abbia raccolto tutti i ciottoli a triedro e li abbia messi a vertice in su, e che qualcuno abbia affilato la roccia e ne abbia coperto le punte con un po' di sabbia in modo che io non le possa vedere, e che qualcuno abbia preso il mare e lo abbia scacciato indietro di due miglia, in modo che io per raggiungerlo debba diguazzare, stringendomi nelle braccia e tremando di freddo, in quindici centimetri d'acqua. E una volta arrivato al mare lo trovo violento, oltraggioso addirittura.

Un'ondata gigantesca mi afferra e mi sbatte in posizione di seduto e con tutta la violenza possibile su di una roccia che sembra messa lì proprio per me. E, prima che io abbia potuto dire: - Oh!

Ahi! - e comprendere quello che è successo, l'ondata ritorna indietro e mi trascina in mezzo all'oceano. Comincio a scalciare tremendamente per tornare alla riva chiedendomi se rivedrò ancora la mia casa, i miei amici, e ricordo di non esser stato carino, come avrei dovuto, con la mia sorellina da ragazzo (cioè quando io ero un ragazzo). Ed ecco che proprio quando ho perduto tutte le speranze, l'ondata si ritira e mi lascia steso come una stella di mare sulla sabbia; mi alzo, guardo indietro e mi accorgo che ho nuotato per salvarmi la vita in cinquanta centimetri d'acqua.

Ritorno di corsa, mi vesto e mi trascino sino a casa dove devo far finta di essermi divertito un mondo.

Nel presente caso tutti parlavamo con la convinzione che ogni mattino avremmo fatto un lungo bagno. George disse che doveva esser un vero piacere svegliarsi nella barca all'aria fresca del mattino e tuffarsi nelle chiare acque. Harris disse che non c'è nulla come una nuotata prima di colazione per far venire l'appetito. George disse che se questi tuffi avessero fatto mangiar Harris più di quello che già mangiava, egli avrebbe preferito che Harris non facesse bagni affatto.

Disse che già così avremmo faticato a sufficienza per rimorchiare contro corrente le vettovaglie necessarie per Harris.

Feci però osservare a George che anche se avessimo dovuto spinger contro corrente qualche quintale in più di viveri per Harris, ciò sarebbe stato compensato dal piacere di averlo intorno fresco e soddisfatto; George finì per vedere la cosa con i miei occhi e ritirò il suo veto a che Harris facesse il bagno.

L'accordo finale fu di portare tre lenzuola da bagno in modo che nessuno dovesse aspettare l'altro.

In quanto ai vestiti George disse che due vestiti di flanella sarebbero stati sufficienti e che avremmo potuto lavarli da soli, nel fiume, se si sporcavano. Gli chiedemmo se avesse una certa pratica nel lavare vestiti di flanella nel fiume ed egli rispose che "no, non personalmente; ma conoscevo della gente che li aveva lavati, e la cosa era abbastanza facile". Io e Harris fummo così scemi da pensare che egli credesse a quel che stava dicendo e che tre rispettabili giovanotti, senza posizione, né influenza e senza nessuna pratica di lavanderia, potessero davvero lavare camicie e mutande nel Tamigi con un pezzo di sapone.

Avremmo appreso nei giorni seguenti, quando era troppo tardi, ormai, che George era un miserabile impostore e che non sapeva niente di niente in fatto di lavar panni. Se aveste visto quei poveri panni, dopo... ma... non anticipiamo, come dicono i romanzi gialli.

George ci convinse a portare poca biancheria e molte calze per il caso che dovessimo naufragare e volessimo metterci roba asciutta; e moltissimi fazzoletti, che servono per asciugare le cose; e un paio di stivaletti di cuoio; e le scarpette da bagno, anch'esse necessarie nel caso che la barca si dovesse capovolgere.

  

 

CAPITOLO 4

 

Il problema alimentare - Obiezioni contro il petrolio quale atmosfera - Pregi del formaggio come compagno di viaggio - Una donna sposata abbandona il tetto coniugale - Altre provviste per i casi di capovolgimento - Faccio le valigie - Malignità degli spazzolini da denti - George e Harris riempiono le ceste - Pessima condotta di Montmorency - Andiamo a letto per riposare.

Passammo al problema alimentare. George disse:

- Per cominciare, la prima colazione. - (George è un uomo pratico.) - Per la prima colazione ci vorrà una padella... (Harris disse ch'è indigesta; ma noi lo invitammo a non fare l'idiota, e George proseguì) - ...una teiera, un bricco, e un fornelletto a spirito.

- Niente petrolio, - disse George, con un'occhiata significativa; Harris ed io approvammo.

Ci eravamo portati un fornello a petrolio, una volta ma "mai più".

Per tutta quella settimana s'era vissuti come in una raffineria.

Trasudava. Non ho mai visto niente di simile al petrolio, per trasudare. Lo tenevamo a prua della barca e, di lì, trasudava fino al timone, impregnando la barca intera e, al passaggio, ogni cosa ch'essa conteneva, trasudava sul fiume, saturava il paesaggio, inquinava l'atmosfera. A volte soffiava un ponente al petrolio, altre volte un levante al petrolio, e talora una tramontana al petrolio o magari uno scirocco al petrolio; ma, che il vento venisse dalle nevi dell'Artide, o si fosse levato dalla desolazione sabbiosa del deserto, giungeva a noi carico della fragranza di petrolio E quel petrolio trasudava rovinando il tramonto; quanto ai raggi di luna puzzavano proprio di petrolio.

A Marlow, cercammo di allontanarcene. Lasciata la barca vicino al ponte, traversammo la città a piedi per sfuggirgli, ma ci seguiva.

Era piena di petrolio la città intera. Passammo attraverso il cimitero della chiesa, e pareva che avessero sepolto la gente nella nafta. La via principale era fetida di petrolio; ci meravigliammo che la gente potesse viverci. E percorremmo miglia e miglia sulla strada di Birmingham; ma fu inutile, la campagna era a mollo nel petrolio.

Al termine di quel viaggio ci riunimmo a mezzanotte in un campo solitario, sotto una quercia schiantata dalla folgore, e pronunciammo un voto tremendo (da tutta una settimana sacramentavamo a quel proposito nel solito modo borghese, ma quella fu una faccenda grossa) un voto tremendo, dicevo, giurando di non portare più petrolio in barca con noi eccetto, s'intende, in caso di malattia.

Perciò, nell'attuale circostanza, ci attenemmo all'alcool denaturato. Abbastanza esiziale anch'esso. Si mangia focaccia all'alcool denaturato, e pandolce all'alcool denaturato. Ma l'alcool denaturato è più sano del petrolio, se l'organismo deve assorbirlo in dosi massicce.

Come altri ingredienti della prima colazione George propose le uova e il lardo che sono facili da cucinarsi, la carne fredda, il tè, il pane e il burro, e la marmellata - ma niente formaggio.

Come il petrolio, è troppo invadente. Vuole l'intera barca per sé.

Si spande nella cesta e attacca il suo sapore a tutto il resto.

Non si capisce più se si mangia crostata di pesce, o salsicce viennesi, o fragole alla panna. Sembra tutto formaggio. Profuma troppo, il formaggio.

Ricordo che un amico comperò due forme di formaggio a Liverpool.

Erano due bellissimi pezzi di cacio tenero e maturo e con un odore della forza di cento cavalli vapore che garantisco si sentiva a tre miglia di distanza e che a duecento metri avrebbe fulminato un uomo. Mi trovavo anch'io a Liverpool e il mio amico mi disse che siccome lui non poteva lasciare la città prima di un paio di giorni, sarei stato molto gentile se glielo avessi portato io a Londra perché altrimenti si sarebbe guastato.

- Naturalmente, con piacere, - risposi io, - con piacere.

Andai a prendere i due formaggi e me li portai in una carrozza. Ma che carrozza! Era uno scatolone sgangherato trascinato da un bucefalo sonnambulo bolso e dinoccolato al quale il suo padrone, in un momento di entusiasmo, durante la conversazione, diede il nome di cavallo. Collocai i formaggi sul mantice della carrozza e partimmo arrancando in una maniera che avrebbe fatto credito al più lento compressore stradale a vapore che sia mai stato costruito, e tutto andò a un ritmo allegro come una campana a morto finché non girammo l'angolo della strada. Arrivati lì il vento portò una zaffata di formaggio al nostro bucefalo il quale ne fu risvegliato e con un nitrito di terrore si buttò alla velocità di tre miglia all'ora. Il vento tirava sempre nella sua direzione e prima che fossimo arrivati alla fine della strada, il destriero correva quasi a quattro miglia all'ora "seminando" per strada gli sciancati e le vecchie grasse.

Quando arrivammo alla stazione ci vollero due facchini, oltre al vetturino, per tenere il quadrupede e forse non ci sarebbero riusciti neppure così se qualcuno non avesse avuto la presenza di spirito di mettergli un fazzoletto sul naso e di bruciare della cartaccia per far fumo.

Feci il biglietto e percorsi orgogliosamente la banchina, con i miei formaggi, tra due ali di gente che faceva largo al mio passaggio. Il treno era affollato e dovetti entrare in uno scompartimento occupato già da sette persone. Un vecchio bilioso protestò ma io entrai ugualmente e, messi i formaggi sul portabagagli, mi sedetti nel posto vuoto sorridendo affabilmente e dissi che faceva molto caldo. Passò qualche minuto e subito il vecchio cominciò ad agitarsi e a dire:

- Troppa aria di chiuso, qua dentro.

- Opprimente davvero, - disse il viaggiatore seduto vicino a lui.

Cominciarono ad annusare tutti e due e alla terza annusata il profumo riempì i loro polmoni sicché si alzarono senza far motto e se ne uscirono. Si alzò subito anche una robusta donna dicendo quanto fosse indegno che una rispettabile signora sposata avesse da esser maltrattata a quel modo; raccolse il suo sacco da viaggio e otto pacchi e se ne andò. I quattro viaggiatori superstiti rimasero seduti per un certo tempo, fino a che un signore dall'aria solenne che ora stava solo in un angolo e che dall'abito e dall'aspetto generale sembrava appartenere alla corporazione degli impresari di pompe funebri, precisò che quell'odore gli faceva pensare al cadavere di un bambino; gli altri tre cercarono di uscire allo stesso tempo e si scontrarono sulla porta.

Io feci un sorriso di risposta al signore in nero e gli dissi che, a quanto pareva, avremmo avuto lo scompartimento tutto per noi; egli rise amabilmente e disse che c'è della gente che fa un sacco di storie per una cosetta da nulla. Ma anche lui, dopo che il treno si mise in moto, cominciò a fare una strana cera e perciò arrivati che fummo a Crewe lo invitai a bere un bicchierino.

Accettò e a forza di spintoni scendemmo al bar ove dovemmo gridare, pestare i piedi e agitare gli ombrelli perché una ragazza si avvicinasse e ci chiedesse che cosa volevamo.

- Lei che cosa prende? - dissi rivolgendomi al mio amico.

- Mezza corona di cognac, signorina, - rispose egli, rivolgendosi alla ragazza al banco. - Liscio, per favore.

E, avendolo bevuto, uscì in silenzio e salì in un altro scompartimento, cosa che mi parve meschina, da parte sua.

Da Crewe in poi, nonostante l'affollamento, ebbi lo scompartimento tutto per me. Quando ci fermavamo alla stazione, la gente, vedendo il mio scompartimento vuoto, si precipitava.

- Qui, Maria, vieni, qui c'è molto posto.

- Eccomi, Tom, entriamo qui, - gridavano. E arrivavano carichi di bagagli pesanti e lottando sulla porta per passare per primi. Uno apriva lo sportello, saliva sul predellino, vacillava e cadeva fra le braccia di quello che gli veniva dietro; salivano tutti, annusavano e scappavano per andarsi a pigiare in un altro scompartimento o magari pagavano la differenza e passavano in prima classe.

Scesi alla stazione di Euston e andai difilato a portare i due formaggi a casa del mio amico. Quando la signora entrò nella stanza annusò un poco e poi disse:

- Che cosa è? mi dica la verità, tutta la verità.

- Formaggi, - risposi. - Tom li ha comperati a Liverpool e mi ha chiesto il favore di portarglieli.

Aggiunsi che mi auguravo comprendesse che io ero perfettamente estraneo alla faccenda e lei disse che non ne dubitava affatto ma che Tom, al ritorno, l'avrebbe sentita.

Il mio amico fu trattenuto a Liverpool più a lungo di quanto avesse pensato e siccome dopo tre giorni non aveva ancora fatto ritorno a casa, la moglie venne da me.

- Che cosa le disse Tom circa quei formaggi? - mi chiese.

Risposi che egli mi aveva spiegato che dovevano essere tenuti in luogo umido e che nessuno li doveva toccare.

Lei disse:

- Oh! non c'è pericolo... nessuno li toccherà. Ma lui, li ha fiutati?

Credevo di sì e aggiunsi che avevo avuto l'impressione che a quei formaggi ci tenesse molto.

- Crede che andrebbe in collera, - chiese lei, - se regalassi una sterlina a qualcuno per farli portar via e interrarli?

Risposi che suo marito se la sarebbe presa per tutta la vita.

Allora lei ebbe un'idea e disse:

- Le dispiacerebbe di conservarglieli lei stesso? Glieli mando qui.

- Signora, - risposi io, - se fosse per me... a me l'odore del formaggio piace e il viaggio che feci con essi l'altro giorno da Liverpool lo ricorderò sempre come il bellissimo coronamento di una piacevole vacanza. Ma, a questo mondo, occorre tener presente anche gli altri. La donna sotto il cui tetto ho l'onore di abitare è una vedova, e, a quanto pare, è anche orfana. Essa ha la mania tremenda, direi eloquente, che tutti vogliano, come dice lei, abusare in casa sua. La presenza dei formaggi di vostro marito, la farebbe istintivamente pensare che io abuso e io non permetterò mai che si dica che io abuso di una vedova e per di più orfana.

- Benissimo, allora, - disse la moglie del mio amico alzandosi, - posso solo dire che me ne andrò all'albergo con i bambini e vi resterò fino a che quei formaggi non saranno stati mangiati. Mi rifiuto di vivere nella medesima casa con essi.

E mantenne la parola, affidando la casa alla donna a ore la quale, quando le chiesero se poteva sopportare quell'odore, rispose: - Quale odore? - e quando le fecero prendere i formaggi e glieli fecero annusare forte disse di sentire un lieve profumo di melone.

Era chiaro che quell'atmosfera non poteva nuocere alla donna e la lasciarono lì.

Il conto dell'albergo salì a quindici sterline e il mio amico, dopo aver fatto i calcoli, vide che quei formaggi gli erano venuti a costare otto scellini e mezzo alla libbra. Disse che gli piaceva mangiare ogni giorno un pezzettino di formaggio, ma che il prezzo di quello non se lo poteva permettere e perciò decise di sbarazzarsene. Li prese e li gettò nel canale; ma fu obbligato a ripescarli perché gli uomini delle chiatte protestarono. Dissero che quel puzzo li faceva svenire. Ed allora in una notte oscura prese le due forme e le andò a deporre nella camera mortuaria della parrocchia. Ma il custode li scoprì e sollevò una cagnara spaventosa. Disse che quello era stato un complotto per togliergli il pane dalla bocca risvegliando i cadaveri.

Alla fine, il mio amico se ne liberò portandoli in una città di mare ove li seppellì sulla spiaggia. Ciò procurò a quel luogo gran fama. I villeggianti dissero che non s'erano accorti, prima, dell'aria frizzante che c'era; e da allora, per molti anni, gli ammalati di petto vi affluirono in folla.

Ritenni perciò che George aveva ragione rifiutandosi di portare formaggio con noi.

- Non ci sarà l'ora del tè, - disse George (a questo punto Harris fece il viso lungo); - invece, alle sette faremo un bel pasto unico, forte e sostanzioso; tè, pranzo e cena tutto insieme.

Harris divenne più allegro. George propose crostata di frutta e carne, carne fredda, patate, frutta e legumi. Come bevande optammo per una magnifica miscela allappante di Harris che si mischiava con l'acqua e che egli chiamava limonata, poi molto tè e una bottiglia di whisky, per il caso, come diceva George, che dovessimo capovolgerci.

Ebbi l'impressione che George battesse un po' troppo sul tasto del capovolgimento. Mi pareva che non fosse quello lo stato d'animo più adatto per intraprendere quel viaggio.

Ma sono lieto che si sia portato il whisky.

Non portammo invece vino né birra. Sono un errore, risalendo il fiume. Ti danno sonnolenza e pesantezza. Un bicchiere la sera quando vai a zonzo in città va benissimo, ma non berne mai quando il sole ti batte in testa e devi lavorar duro.

Facemmo l'elenco delle cose che dovevamo portarci e prima che ci separassimo, quella sera, era diventato molto lungo. Il giorno dopo, venerdì, raccogliemmo tutto e alla sera ci riunimmo per fare i bagagli. Per il vestiario prendemmo un grosso valigione e per le vettovaglie e gli utensili di cucina un paio di ceste. Accostammo il tavolo contro la parete, ammucchiammo tutto in mezzo alla stanza e ci sedemmo attorno in ammirazione.

Dissi che i bagagli li avrei fatti io.

Confesso che sono un po' fiero della mia abilità nel fare i bagagli. E' una di quelle cose che sento di saper far meglio di chiunque altro nel mondo (a volte mi meraviglio con me stesso dell'enorme numero di cose che so fare meglio degli altri).

Comunicai a George e ad Harris questa realtà e dissi loro che era meglio lasciassero a me il lavoro dei bagagli. Essi accettarono il mio consiglio con una prontezza che direi impudente. George si sistemò sulla sedia a sdraio e accese la pipa; Harris appoggiò i piedi sul tavolo e si accese un sigaro.

Non corrispondeva certo alle mie intenzioni. Avevo pensato, naturalmente, di dirigere i lavori, facendo sgobbare George e Harris secondo le mie istruzioni e scostandoli ogni tanto con degli "Oh, tu!..." "Qua, lascia fare a me" "Ecco fatto, semplicissimo": in realtà insegnando, per così dire. Ora, questa loro maniera di interpretare la cosa mi irritò. Non c'è nulla che mi irriti tanto come vedermi intorno della gente che se ne sta comodamente seduta mentre lavoro.

Una volta mi capitò di abitare con un tizio che comportandosi così mi dava sui nervi in modo terribile. Si sdraiava sul sofà e mi guardava mentre io facevo mille cose per ore ed ore; e mi seguiva con gli occhi per tutta la stanza, dovunque andassi. Diceva che il vedermi così attivo a far confusione gli faceva un bene dell'anima; che gli faceva realmente credere che la vita non è un sogno ozioso da viversi a bocca aperta, sbadigliando, ma una nobile missione, piena di doveri e di lavoro duro. Diceva che spesso, ora, si chiedeva come avesse potuto tirare avanti prima di conoscermi, quando non aveva nessuno da stare a guardare intento al suo lavoro.

Io, invece, non sono affatto così. Io non riesco a starmene seduto e tranquillo se vedo un altro che sfacchina e lavora. Io sento subito il bisogno di alzarmi e mettermi a sopraintendere, girando per la stanza con le mani in tasca e dicendogli come deve fare. La mia congenita operosità è fatta così. Non c'è rimedio.

Ciò nonostante, non dissi una parola e cominciai a metter la roba dentro. Mi parve una faccenda più lunga di quanto immaginavo, ma finalmente chiusi la valigia, mi ci sedetti sopra e strinsi bene le cinghie.

- Non li metti dentro gli stivali? - disse Harris.

Mi guardai intorno e vidi che me n'ero dimenticato. Harris è sempre lo stesso! Lui, si capisce, non avrebbe potuto avvisarmi prima che avessi chiuso la valigia e l'avessi legata. E George se la rideva, una delle sue risate irritanti, stupide, ghignanti, sganascianti. Mi fanno infuriare.

Riaprii la valigia e vi posi dentro gli stivali e, proprio quando stavo stringendo le cinghie, mi spuntò un'idea tremenda. Lo spazzolino da denti. Lo avevo messo dentro o no lo spazzolino da denti in valigia.

Lo spazzolino da denti è una cosa che quando viaggio riesce a stregarmi e a rovinarmi l'esistenza. Arrivo persino a sognare di notte che non l'ho messo in valigia; e mi sveglio sudando freddo, salto dal letto e gli do la caccia. Perciò la mattina seguente lo chiudo in valigia prima di usarlo e allora sono obbligato a disfare tutto per ritrovarlo ed è sempre l'ultimo oggetto che riesco a tirar fuori; poi rifaccio la valigia e me lo dimentico, e quindi all'ultimo momento devo correre su a prenderlo al primo piano e me lo porto alla stazione avvolto nel fazzoletto del taschino.

Ora misi tutto sottosopra e, naturalmente, non lo trovai. Rovistai ogni cosa riducendo quella roba allo stesso aspetto che doveva avere il mondo quando non era ancora stato creato e su tutto regnava il caos. Inutile dire che quelli di Harris e di George li trovai diciotto volte di seguito, il mio, mai. Ricollocai tutto in valigia, una cosa per volta, tenendo ogni indumento sospeso per aria e scuotendolo. Finalmente uscì da una scarpa. E feci il bagaglio di nuovo.

Quand'ebbi finito ecco che George mi chiede se il sapone era dentro. Gli dissi che non me ne importava un accidente se il sapone fosse o non fosse dentro; strinsi la valigia di nuovo e la legai e subito mi ricordai che vi avevo lasciato dentro la borsa del tabacco e quindi dovevo riaprirla. Finalmente la chiusi definitivamente alle 10 e 05 e non ci rimase che preparare le ceste. Harris disse che siccome mancavano meno di dodici ore alla partenza era meglio che il resto lo facessero lui e George. Io accettai l'idea e mi sedetti; essi si dettero da fare.

Naturalmente volevano darmi una lezione e cominciarono allegramente. Io non feci alcun commento: aspettavo. Il giorno in cui George sarà impiccato, Harris avrà il primato mondiale dell'uomo meno adatto del mondo a fare valigie. Io guardavo le pile di piatti, di tazze, di casseruole di bottiglie, di boccali, di torte, di fornelli, di dolci e di pomodori e di eccetera e pensavo che non c'era poi molto da aspettare per farmi un sacco di risate.

Infatti fu così. Cominciarono col rompere una tazza Lo fecero come prima cosa. Tanto per mostrare che "ci sapevano fare", e attirare l'attenzione.

Poi Harris nel mettere a posto un barattolo di marmellata di fragole lo premette sopra un pomodoro che si schiacciò; dovettero recuperarlo col cucchiaino.

Adesso era il turno di George, ed egli calpestò il burro. Io non aprii bocca, ma mi avvicinai e mi sedetti sull'orlo della tavola, a guardarli. Questo li irritò più di qualsiasi cosa che avessi potuto dire. Me ne accorsi. Si innervosirono, si agitarono, e cominciarono a camminare sulla roba, e a mettersela alle spalle, per poi non trovarla quando ne avevano bisogno; e mettevano le crostate in fondo, posandovi su oggetti pesanti che le schiacciavano.

Rovesciarono sale su tutto, e quanto al burro!... In vita mia non ho mai visto due uomini riuscire a fare, con due etti di burro, più di quello che fecero loro. George lo staccò dalla sua pantofola; cercarono allora di metterlo nel bricco Non voleva entrarci, e quello che ERA entrato non voleva uscirne. Finalmente, grattando, lo estrassero, e lo posarono su una sedia, e Harris vi si sedette sopra, e il burro gli si appiccicò, ed essi lo andarono cercando per tutta la stanza.

- Giurerei di averlo posato su quella sedia, - diceva George, guardando con occhi sbarrati la sedia vuota. -T'ho visto io, neanche un minuto fa, - diceva Harris.

Poi ricominciarono a fare il giro della stanza, cercandolo; ritrovandosi al centro della stessa, rimasero a guardarsi in faccia l'un l'altro.

- La cosa più straordinaria di cui abbia mai sentito parlare, disse George.

- Un mistero! - disse Harris.

Poi George, avendo girato intorno a Harris ed essendogli arrivato alle spalle, lo vide.

- Ma guarda! Stava lì, intanto! - esclamò, sdegnato.

- Dove? - gridò Harris girando su se stesso.

- Ma sta' un po' fermo, una buona volta! - ruggì George, correndogli dietro.

E così, staccarono il burro e lo misero nella teiera.

Inutile dire che c'entrava anche Montmorency. E' l'ambizione della sua vita, quella di cacciarsi tra i piedi e farsi mandare degli accidenti. Se può cacciarsi in mezzo dov'è particolarmente indesiderato, costituire un vero flagello, fare infuriare la gente e farsi lanciar dietro oggetti vari, sente allora di non avere sprecato la giornata.

 Fare inciampare qualcuno, inducendolo a imprecare al suo indirizzo per un'ora, costituisce il suo scopo, il suo impegno più alto; e, se ci riesce, assume una spocchia intollerabile.

Venne a sedersi sulle cose proprio quando bisognava metterle in valigia; e pareva afflitto dall'idea fissa che ogni volta che George e Harris allungavano la mano per prendere qualcosa, volessero il suo naso umido e freddo. Mise una zampa nella marmellata, buttò sossopra i cucchiaini, e, fingendo che i limoni fossero topi, entrò nella cesta e ne uccise tre prima che Harris lo potesse ripescare fuori con la padella.

Harris disse che io lo incoraggiavo. Io non lo incoraggiavo. Un cane come quello non ha bisogno d'incoraggiamenti. A fargli fare simili cose è la natura, il peccato originale innato in lui.

Si finì di fare le valigie a mezzanotte e cinquanta, e Harris, sedutosi sulla cesta grande, disse che sperava di non trovare niente di rotto. George disse che, se qualcosa s'era rotta, ERA rotta, e questa riflessione parve confortarlo. Disse anche che aveva voglia di andare a letto. Tutti avevamo voglia di andare a letto. Harris quella notte dormiva da noi, e salimmo al piano di sopra.

Tirammo a sorte i letti, e risultò che Harris avrebbe dormito con me. Disse:

- Preferisci il lato di dentro o di fuori, J.?

Dissi che preferivo, in genere, dormire DENTRO il letto. Harris disse ch'era vecchia.

George disse:

- Ragazzi, a che ora vi devo svegliare?

Harris disse:

- Alle sette.

Io dissi:

- No, alle sei, - perché volevo scrivere certe lettere.

In proposito Harris ed io litigammo per un po', ma infine appianammo la divergenza a metà strada e convenimmo per le sei e mezzo.

- Svegliaci alle sei e mezzo, George, - dicemmo. George non rispose, e avvicinandoci vedemmo che dormiva già da un po'; allora collocammo la vaschetta da bagno in modo che la mattina, alzandosi, vi cadesse dentro, e ci mettemmo a letto anche noi.