IL RICHIAMO 
DELLA FORESTA

                      Jack London

1. VERSO I PRIMORDI

 

Buck, non leggendo i giornali, non poteva sapere i guai che si preparavano non solo per lui ma per tutti i cani di grandi dimensioni, di forte muscolatura e di lungo e caldo pelo fra lo stretto di Puget e San Diego. Perché gli uomini scavando nelle buie profondità dell'Artico, avevano trovato un biondo metallo, e le compagnie di navigazione e di trasporti ne avevano diffuso la notizia facendo accorrere migliaia di cercatori nelle regioni del Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani, e i cani che cercavano dovevano essere forti, di robusta muscolatura per sopportare le fatiche, e con folte pellicce che li proteggessero dal freddo.

Buck viveva in una grande casa nella vallata di Santa Chiara baciata dal sole. Era detta la "Proprietà del giudice Miller". Un po' lontana dalla strada, era mezzo nascosta tra gli alberi, attraverso i quali si poteva scorgere la grande e ombrosa veranda che la circondava dai quattro lati. Si giungeva alla casa per viali di ghiaia che andavano per vasti prati sotto i rami intrecciati di alti pioppi. Sul dietro tutto era costruito in dimensioni più vaste che sul davanti. Vi erano grandi stalle, a cui accudivano una dozzina di mozzi e di stallieri, file di casette rivestite di vite selvatica, per la servitù, e una distesa ordinata e senza termine di costruzioni minori, i lunghi filari di viti, verdi pascoli, frutteti, e cespugli.

Ma si era salvato dal pericolo di diventare solo un grasso cane casalingo. La caccia e gli altri esercizi affini all'aria aperta gli avevano tolto il grasso e rafforzato i muscoli; e l'amore per l'acqua era stato per lui, come per tutti quelli della sua razza, un tonico salutare.

Questa era la condizione del cane Buck sullo scorcio del 1897, quando la scoperta dei giacimenti del Klondike, richiamò uomini da tutte le parti del mondo nel gelato Nord. Ma Buck non leggeva i giornali, e non sapeva che Manuel, uno degli aiutanti del giardiniere, era una conoscenza alquanto pericolosa. Manuel aveva una passione fatale: gli piaceva giocare alla lotteria cinese.

Inoltre, in questo gioco, aveva una debolezza ancora più fatale:

la fede in un sistema; e questo fu la sua rovina. Perché per giocare con un sistema bisogna avere molto denaro, mentre il salario di un aiuto giardiniere poteva bastargli solo a mantenere una moglie e una numerosa progenie.

Nella memorabile sera del tradimento di Manuel, il giudice era a una riunione dell'Associazione dei Viticoltori, e i ragazzi si davano da fare per organizzare un circolo sportivo. Nessuno vide lui e Buck attraversare il frutteto dove Buck credeva di andare a fare una semplice passeggiata. Ad eccezione di un unico uomo, nessuno li vide arrivare alla piccola stazione di College Park.

L'uomo parlò con Manuel e ci fu tra loro un tintinnio di monete.

- Dovete impacchettare la merce prima di consegnarla, - disse rudemente lo straniero; e Manuel passò due volte una solida corda attorno al collo di Buck sotto il collare.

- Torcetela e lo terrete fermo come vorrete, - disse Manuel, e lo straniero grugnì un cenno affermativo. Buck aveva accettato la corda con tranquilla dignità; certo era una cosa insolita: ma aveva imparato ad aver fiducia negli uomini che conosceva e a far loro credito di una saggezza superiore alla propria. Quando però i capi della fune furono messi nelle mani dello straniero, ringhiò in modo minaccioso. Aveva semplicemente espresso il suo scontento, pensando nel proprio orgoglio che questo equivalesse ad un comando. Con sua sorpresa la fune gli si strinse attorno al collo togliendogli il respiro. Furioso balzò addosso all'uomo, che lo fermò a mezza strada, lo strinse ancor più forte alla gola e con uno strattone se lo caricò sulla schiena. La fune strinse senza misericordia mentre Buck annaspava furiosamente con la lingua penzoloni fuori della bocca e il grande petto anelante. Mai in vita sua era stato trattato così vilmente, e mai in vita sua si era arrabbiato tanto... Ma le forze lo abbandonarono, la vista gli si annebbiò, ed egli non capiva più nulla quando i due uomini lo caricarono sul bagagliaio di un treno.

Quando riprese i sensi si accorse che la lingua gli faceva male e che era sballottato in qualche cosa in movimento. Il fischio acuto di una locomotiva a un passaggio a livello gli fece capire dov'era: aveva viaggiato troppo spesso col giudice per non conoscere la sensazione di essere in un bagagliaio. Aprì gli occhi con l'angoscia di un re rapito. L'uomo gli saltò alla gola, ma Buck fu più svelto di lui: le sue mascelle gli afferrarono la mano e non la lasciarono finché non perse nuovamente i sensi.

Vi era un impianto per il pozzo artesiano, e la grande vasca di cemento dove i ragazzi del giudice Miller facevano il bagno tutte le mattine e prendevano il fresco al pomeriggio. Buck regnava su questa vasta tenuta. Lì era nato e lì era vissuto per quattro anni della sua vita. E' vero che vi erano altri cani: non si sarebbe potuto fare a meno di altri cani, in una proprietà così vasta; ma non contava. Andavano e venivano, alloggiando nei popolosi canili o vivendo oscuramente nell'intimo della casa come Toots, il cagnolino giapponese, o Ysabel, la messicana senza pelo, strana creatura che raramente metteva il naso fuori dell'uscio o le zampe a terra. Vi erano inoltre i fox-terriers, una banda che gridava paurose minacce a Toots e a Ysabel guardandoli attraverso le finestre e sfidando una legione di cameriere che li proteggevano armate di scope e di strofinacci.

Buck non era né un cane casalingo né un cane da canile. Il reame era tutto suo. Si tuffava nella vasca o andava a caccia con i figli del giudice; scortava Mollie e Alice, le figlie del giudice, durante lunghe passeggiate mattutine o crepuscolari; e, nelle serate invernali, stava sdraiato ai piedi del giudice davanti al camino scoppiettante della biblioteca. Si lasciava cavalcare dai nipotini del giudice o li faceva rotolare sulI'erba, e sorvegliava i loro passi nelle loro avventurose escursioni alla fontana nel cortile delle scuderie e anche più in là, verso i prati e i cespugli. Andava imperiosamente fra i terriers e ignorava Toots e Ysabel nel modo più assoluto, perché era un re: un re di tutto ciò che camminava, strisciava o volava nella proprietà del giudice Miller, compresi gli uomini.

Elmo, suo padre, un grande San Bernardo, era stato il compagno inseparabile del giudice, e Buck prometteva di seguire le orme paterne. Non era grosso come lui: pesava solo centoquaranta libbre, perché sua madre Shep era una cagna da pastore scozzese.
Queste centoquaranta libbre, tuttavia, a cui bisognava aggiungere la dignità che proviene da un buon vivere e da un universale rispetto, gli permettevano di comportarsi in un modo veramente regale. Durante i suoi primi quattro anni di vita aveva vissuto al modo di un aristocratico benestante; era orgogliosamente soddisfatto di sé, ed era anche un tantino egoista come sono spesso i gentiluomini di campagna per il loro stesso isolamento.

- Maledizione, ha un attacco, - disse l'uomo nascondendo la sua mano straziata al custode del bagagliaio che era accorso al rumore della lotta. - Lo porto a San Francisco per incarico del padrone; crede che un veterinario laggiù possa curarlo.

Quel che era avvenuto in quella notte di viaggio, I'uomo lo raccontò con molta eloquenza nel piccolo retrobottega di una taverna del porto di San Francisco.

- Ci ho guadagnato in tutto cinquanta dollari, - brontolava; - se lo avessi saputo non l'avrei fatto nemmeno per mille pagati l'uno sull'altro.

La sua mano era avvolta in un fazzoletto insanguinato e il pantalone destro era stracciato dal ginocchio alla caviglia.

- E quello che te l'ha venduto quanto ha preso? - domandò il padrone della taverna.

- Cento, - fu la risposta. - Neppure un soldo di meno.

- Fanno centocinquanta, - disse il taverniere facendo il conto, - ma li vale davvero.

Il ladro si tolse la fasciatura sanguinosa e si guardò la mano lacerata. - Se non mi piglio l'idrofobia...

- Vorrà dire che sei nato per essere impiccato, - disse il taverniere ridendo. - Sù, dammi una mano per imballare il carico, - aggiunse.

Sbigottito, soffrendo tremendamente alla gola e alla lingua, mezzo morto, Buck cercò di resistere ai suoi tormentatori. Ma fu domato e abbattuto più volte finché i due riuscirono a limare il suo grosso collare di ottone; poi gli tolsero anche la fune e lo spinsero in una gabbia di legno. Rimase per il resto di quella spaventosa notte covando la sua rabbia e il suo orgoglio ferito.

Non riusciva a capire che cosa significasse tutto questo. Che cosa volevano fare di lui quegli strani uomini? Perché lo avevano chiuso in quella stretta gabbia? Non riusciva a capacitarsi, ma si sentiva oppresso dal vago senso di una sciagura imminente. Più volte durante la notte balzò in piedi nel sentire aprire la porta, aspettandosi di vedere il giudice o almeno i ragazzi. Ogni volta era la faccia gonfia del taverniere che lo guardava alla fioca luce di una candela. E ogni volta il grido di gioia che già tremava nella gola di Buck si cambiava in un mugolio selvaggio.

Infine il taverniere lo lasciò solo e al mattino quattro uomini entrarono e presero su la gabbia. Più che aguzzini apparvero a Buck come esseri diabolici, sudici e stracciati, ed egli si volse furioso contro di loro di là dalle sbarre. Gli uomini si misero a ridere e gli tesero un bastone che Buck subito addentò finché non comprese che era proprio quello che volevano. Allora si sdraiò tristemente e lasciò che la gabbia fosse issata su di un vagone.

Poi lui e la cassa in cui era rinchiuso passarono per varie mani.

Impiegati della ferrovia si presero cura di lui; fu portato in un altro vagone, un carro lo trasportò insieme a un mucchio di scatole e di pacchi su di un traghetto, dal traghetto fu portato in un grande magazzino ferroviario e finalmente messo su di un treno espresso.

Per due giorni e due notti il vagone fu trascinato da fischianti locomotive, e per due giorni e due notti Buck non mangiò né bevve.

Nella sua angoscia si era messo a latrare al personale del treno, che aveva risposto facendogli dispetti. Quando si gettò contro le sbarre fremendo e con la bava alla bocca, quelli si misero a ridere e a canzonarlo. Mugolavano e abbaiavano come vilissimi cani, miagolavano, agitavano le braccia e strepitavano. Tutto ciò era veramente ignobile, egli lo capiva; ma appunto per questo la sua dignità ne era maggiormente offesa e la sua rabbia cresceva sempre di più. Non badava molto alla fame, ma la mancanza di acqua gli dava crudeli sofferenze e portava la sua rabbia fino al delirio. Sensibilissimo com'era, il cattivo trattamento avuto gli aveva infatti dato un accesso di febbre alimentata dall'infiammazione della gola arsa e tumefatta. Era contento di una cosa: gli avevano tolto la corda. Quella corda aveva dato loro uno sleale vantaggio, ma ora che non c'era più, avrebbe potuto mostrare quel che sapeva fare. Non gli avrebbero certo messo un'altra corda al collo: su questo aveva già deciso. Non, mangiò né bevve per due giorni e per due notti, e durante questo periodo di pena accumulò una riserva di rabbia che prometteva male per il primo che gli fosse capitato davanti. Aveva gli occhi iniettati di sangue e si era trasformato in un demonio arrabbiato. Era così cambiato che lo stesso giudice non l'avrebbe riconosciuto. Gli impiegati del treno respirarono di sollievo quando lo scaricarono a Seattle.

Quattro uomini portarono cautamente la gabbia dal vagone in un piccolo cortile dalle alte mura. Venne un omaccione con una maglia rossa che gli saliva fino al collo e firmò il registro del corriere. Buck indovinò che quest'uomo era un altro aguzzino e gli abbaiò furiosamente gettandosi contro le sbarre. L'uomo ebbe un riso crudele e afferrò un'ascia ed un bastone.

- Non vorrete mica farlo uscire adesso! - chiese il corriere.

- Sicuro, - rispose l'altro dando un colpo d'accetta alla gabbia per provarla.

Immediatamente i quattro uomini che l'avevano portata balzarono via e, mettendosi in salvo sul ciglio del muro, si prepararono a osservare lo spettacolo.

Buck si avventò sulle schegge di legno e vi affondò i denti pieno di furia; dovunque l'ascia si abbatteva dall'esterno egli si precipitava dall'interno ringhiando e latrando freneticamente ansioso di gettarsi sull'uomo dalla maglia rossa che continuava tranquillo il suo lavoro.

- E adesso avanti, diavolo dagli occhi rossi, - disse l'uomo quando ebbe fatto nella gabbia un'apertura sufficiente perché Buck potesse passare. Nello stesso tempo lasciò cadere l'ascia e afferrò il bastone con la destra.

Buck era veramente un diavolo dagli occhi rossi, tutto raccolto per scattare, col pelo irto, la bocca grondante di bava e un lampo folle negli occhi sanguigni. Si scagliò dritto contro l'uomo con le sue centoquaranta libbre di furia aumentate da tutta la passione accumulata in quei due giorni e in quelle due notti. A mezz'aria, proprio quando le sue mascelle stavano per chiudersi addentando, ricevette un colpo che lo arrestò di colpo facendogli battere i denti dolorosamente. Fece una capriola battendo a terra col dorso e col fianco. Non era mai stato colpito da un bastone in vita sua, e non riusciva a capacitarsi. Con un ringhio che era in parte un latrato ma assai più uno strido, balzò in piedi e si slanciò. Ancora fu colpito e gettato a terra. Questa volta comprese cos'era un bastone, ma la sua furia non gli permetteva di essere prudente. Caricò ancora una dozzina di volte, e ogni volta il bastone arrestò il suo attacco e lo stese a terra.

Dopo un colpo più crudele, strisciò ai piedi dell'uomo troppo stordito per slanciarsi. Fece qualche passo barcollando mentre il sangue gli usciva dal naso, dalla bocca e dagli orecchi; il suo bel pelo era sporco di bava sanguinosa. Allora l'uomo fece un passo avanti e gli diede risolutamente un terribile colpo sul naso. Tutte le sofferenze che aveva avuto fino allora erano nulla in confronto del profondo spasimo che provò. Con un ruggito feroce, che sembrava quello di un leone, si slanciò ancora contro l'uomo, ma questi, passando il bastone dalla destra nella sinistra, lo afferrò con tranquilla sicurezza alla mascella inferiore e gliela torse. Buck descrisse nell'aria un giro completo e la metà di un altro. Picchiando poi a terra con la testa e col petto, s'avventò per l'ultima volta. L'uomo gli diede il capo di grazia che aveva accortamente serbato per ultimo, e Buck si abbatté come un cencio, privo di sensi.

- Per domare i cani non ha l'eguale, ecco quel che dico, - gridò entusiasta uno degli uomini sul muro.

- Druther doma un cane al giorno e il sabato due - rispose il corriere arrampicandosi sul suo carro e avviando i cavalli.

Buck riprese i sensi, ma non le forze. Rimase sdraiato là dov'era caduto e gettò uno sguardo all'uomo dalla maglia rossa.

- "Risponde al nome di Buck", - disse tra sé l'uomo leggendo la lettera del taverniere che gli annunciava la spedizione della gabbia e del suo contenuto.- Bene, Buck, ragazzo mio,- continuò bonariamente, - abbiamo avuto una piccola conversazione, e la miglior cosa che si possa fare adesso è di non pensarci più. Tu hai capito qual è il tuo posto e io so qual è il mio. Se sarai un buon cane, tutto andrà benone, ma se sarai un cane cattivo, te ne darò quante potrai portarne, capito?

Così parlando gli carezzava senza paura la testa che aveva colpito così crudelmente, e sebbene il pelo di Buck si ergesse istintivamente al tocco di quella mano, egli sopportò la carezza senza protestare. Quando l'uomo gli portò dell'acqua, bevve avidamente e poi mangiò una generosa porzione di carne cruda, a pezzo a pezzo, prendendola dalla mano stessa dell'uomo.

Era stato vinto, lo sapeva; ma non prostrato. Capì una volta per tutte che contro un uomo armato di un bastone non c'era niente da fare, imparò la lezione e non la dimenticò più per tutta la vita.

Quel bastone fu una rivelazione: lo introdusse nel regno della legge primitiva. Le vicende della vita avevano adesso un aspetto più fiero; ed egli le affrontò con tutta la sagacia nascosta nella sua intelligente natura. Nei giorni successivi giunsero altri cani, in gabbie o al guinzaglio, alcuni docilmente altri infuriando e latrando come aveva fatto lui e, ad uno ad uno, li vide sottomettersi al dominio dell'uomo dalla maglia rossa. Ogni volta osservò lo spettacolo brutale e si fissò in mente la lezione: un uomo con un bastone fa legge, è un padrone che deve essere obbedito anche se non necessariamente amato. Su questo ultimo punto, Buck non cadde mai in colpa, sebbene vedesse dei cani che dopo essere stati picchiati facevano servilmente festa all'uomo, scodinzolando e leccandogli la mano. Vide anche un cane che non volle mai cedere né obbedire, e che infine fu ucciso nella lotta.

Ogni tanto venivano uomini, degli stranieri, che parlavano ora rudemente, ora gentilmente e in tutti i possibili modi con l'uomo dalla maglia rossa. E quando passava fra di loro del denaro, gli stranieri se ne andavano portando con sé uno o più cani. Buck si domandava dove andassero, perché non tornavano mai indietro. La paura del futuro era forte in lui, e ogni volta si rallegrava di non essere stato scelto.

Venne anche il suo turno sotto forma di un ometto magro che parlava un cattivo inglese con molte espressioni strane e insolite che Buck non capiva.


 

- Sacredame! - gridò scorgendo Buck. - Quello un buon forte cane!

Eh? Quanto?

- Trecento ed è regalato, - fu l'immediata risposta dell'uomo in maglia rossa. - E poiché è denaro del governo, non vorrete contrattare, eh, Perrault?

Perrault rise. Considerando che i prezzi dei cani erano andati alle stelle per la straordinaria richiesta, non era quella una somma eccessiva per un così bell'animale. Il governo canadese non ci avrebbe rimesso, e le sue spedizioni non sarebbero state meno veloci. Perrault s'intendeva di cani e guardando Buck comprese che di cani simili se ne poteva trovare uno su mille. - Uno su DISMILLE, - commentò fra sé.

 

Buck vide passare denaro fra loro e non si meravigliò quando, insieme con Curly, una brava cagna di Terranova, fu portato via dall'ometto magro. Fu l'ultima volta che vide l'uomo dalla maglia rossa, e quando, insieme con Curly, dal ponte del Narwhal, guardò il porto di Seattle che si allontanava, fu l'ultima volta che vide le calde terre del Sud. Lui e Curly furono condotti da Perrault sotto coperta e consegnati a un gigante dalla faccia bruna chiamato François.

 

Perrault era un franco-canadese di carnagione bruna; ma François era un franco-canadese di mezzo sangue e ancor più bruno di lui.

 

Appartenevano ad un tipo di uomini che Buck non conosceva, ma che in seguito avrebbe incontrato in gran numero, e sebbene non si affezionasse a loro, li rispettò tuttavia lealmente. Capì subito che Perrault e François erano brave persone, calme e imparziali nell'amministrare la giustizia, troppo esperte in fatto di cani per poter essere ingannate. Sotto il ponte del Narwhal, Buck e Curly incontrarono altri due cani. L'uno era un grande animale dal pelo bianco che era stato portato dallo Spitzberg dal capitano di una baleniera, e che aveva poi partecipato ad una spedizione geologica alle isole Barrens. Aveva una certa cordialità traditora, sempre in festa anche quando meditava qualche tiro, come quando, ad esempio, rubò la porzione di Buck durante il primo pasto. Buck già si preparava a punirlo, ma in quel momento stesso la frusta di François fischiò nell'aria raggiungendo il colpevole; e Buck non dovette fare altro che ricuperare il suo cibo. Concluse che era stato quello un bel gesto da parte di François e il mezzosangue salì molto nella sua stima.

 

L'altro cane non diede manifestazioni di amicizia né ne ricevette; e non cercò di rubare niente ai nuovi venuti. Era un tipo triste, imbronciato, e fece capire subito a Curly che desiderava essere lasciato solo altrimenti ci sarebbe stata baruffa. Si chiamava Dave, mangiava, dormiva, sbadigliava nel frattempo e non si interessava a nulla nemmeno quando il Narwhal attraversò lo stretto della Regina Carlotta, e si mise a rullare, a beccheggiare e a scuotersi come un indemoniato. Mentre Buck e Curly, eccitatissimi, sembravano impazziti dalla paura, egli alzò la testa con un gesto di noia, volse loro uno sguardo distratto, sbadigliò e tornò a dormire.

 

Giorno e notte la nave vibrava sotto il continuo impulso delle eliche, e sebbene i giorni scorressero eguali, Buck si accorse che l'aria diveniva più fredda; infine, un mattino, l'elica si fermò, e il Narwhal, fu pervaso da un'atmosfera di eccitazione. Buck se ne accorse al pari degli altri cani, e capì che stava per avvenire un cambiamento. François mise loro il guinzaglio e li portò sul ponte. Al primo passo sulla superficie fredda le zampe di Buck affondarono in qualche cosa di bianco e di morbido, molto simile al fango. Balzò indietro sbuffando. Una gran quantità di quel fango bianco si agitava nell'aria. Si scosse; ma continuava a venirgli addosso. Annusò curiosamente quella cosa e provò a leccarla. Sembrava fuoco e subito scompariva. Buck non capiva.

 

Provò ancora con lo stesso risultato. Intorno a lui quelli che lo guardavano ridevano forte ed egli si sentì pieno di vergogna senza sapere perché: era la prima neve che vedeva.

 

2. LA LEGGE DEL BASTONE E DELLA ZANNA


 

Il primo giorno che Buck trascorse sulla spiaggia di Dyea fu come un incubo. Ad ogni momento erano scosse e sorprese. Era stato strappato in un attimo dal cuore della civiltà e gettato nel vivo di un ambiente primordiale. Non era più la vita oziosa baciata dal sole, senza altro da fare se non andare a zonzo e annoiarsi. Qui non c'era né pace, né riposo, né un momento di tranquillità. Tutto era confusione e movimento, e ad ogni istante le membra e la vita erano in pericolo. Bisognava stare sempre all'erta perché non si aveva più a che fare con cani e uomini di città: erano tutti selvaggi e non conoscevano altra legge se non quella del bastone e della zanna.


 

Non aveva mai visto dei cani combattere come quegli esseri che sembravano lupi, e la sua prima esperienza fu per lui una lezione indimenticabile. E' vero che fu un'esperienza indiretta, perché altrimenti non sarebbe sopravvissuto per trarne profitto. La vittima fu Curly. Erano accampati presso i depositi di legname, quando lei, coi suoi modi cordiali, cercò di fare amicizia con un cane eschimese, grosso quanto un lupo adulto e tuttavia neppure la metà di lei. Non ci fu preavviso, soltanto uno scatto fulmineo, un rumore metallico di zanne, un balzo da parte ugualmente veloce e il muso di Curly fu lacerato dall'occhio alla mascella. Era il modo di combattere dei lupi, colpire e balzare via; ma la cosa non finì lì. Trenta o quaranta eschimesi accorsero e circondarono i combattenti in un cerchio attento e silenzioso. Buck non capì quella tacita attenzione né perché essi si leccassero avidamente le labbra. Curly aggredì l'avversario, che colpi ancora e balzò da parte. Al suo terzo attacco, il cane l'arrestò col petto in un modo particolare e la fece rotolare a terra. Curly non ebbe il tempo di rimettersi in piedi: gli eschimesi che stavano attorno non aspettavano altro. Fecero massa su di lei soffiando e ringhiando, e Curly fu sepolta, urlante di dolore, sotto i loro corpi irsuti.


 

Tutto avvenne così rapidamente e inaspettatamente, che Buck rimase stordito. Vide Spitz che si passava sulle labbra la lingua scarlatta come faceva quando rideva. E poi François che si gettava in mezzo ai cani brandendo un'ascia. Tre uomini armati di bastoni vennero in suo aiuto per disperderli. Non fu cosa lunga. Due minuti dopo che Curly era caduta, l'ultimo degli assalitori era scacciato e bastonato. Ma la cagna giaceva esanime nella neve sanguinosa e calpestata, fatta quasi a brandelli, mentre il mezzosangue la guardava bestemmiando orribilmente. Quella scena tornò più volte a turbare i sogni di Buck. Così dunque andavano le cose. Non era un gioco facile. Una volta a terra, era finita.


 

Bene, avrebbe cercato di non cadere. Spitz tirò fuori la lingua e rise ancora, e da quel momento Buck lo odiò di odio profondo e mortale.


 

Non si era ancora rimesso dal colpo causatogli dalla tragica fine di Curly, che ne ricevette un altro: François gli mise addosso un insieme di cinghie e di fibbie. Era una bardatura simile a quella che, a casa sua, aveva visto mettere ai cavalli dai mozzi di stalla. Come aveva visto lavorare i cavalli, così doveva adesso lavorare lui, trascinare François su di una slitta attraverso la foresta che fiancheggiava la vallata e tornare con un carico di legna da ardere. Sebbene la sua dignità fosse profondamente offesa nel vedersi considerare un animale da tiro, egli era troppo saggio per ribellarsi. Si sottomise di buona volontà e fece del suo meglio sebbene fosse quella una strana novità. François era severo, chiedeva immediata obbedienza e la riceveva in grazia della sua frusta; d'altra parte Dave, che era già esperto, mordeva i quarti posteriori di Buck quando sbagliava. Spitz, anche lui già esperto, era la guida, e, non potendo raggiungere Buck, lo rimproverava ringhiando furiosamente, o tirava da parte con accortezza per far capire a Buck in che direzione doveva andare.

 

Buck imparò facilmente e, sotto la triplice guida dei suoi due compagni e di François, fece notevoli progressi. Prima che tornassero al campo, sapeva già fermarsi al grido di "oh", e avanzare al grido di "mush", e girare al largo nelle voltate, e lasciar spazio al cane di dietro quando la slitta carica, in discesa, li incalzava alle calcagna.


- Proprio tre buoni cani, - disse François a Perrault. - Quel Buck tira come un dannato. Gli insegnerò tutto in un momento.

 

Nel pomeriggio Perrault, che aveva fretta di partire col suo carico, tornò con altri due cani: Billee e Joe, fratelli e veri eschimesi. Sebbene figli di una stessa madre, erano diversi tra loro come il giorno e la notte. L'unica colpa di Billee era la sua eccessiva cordialità, mentre Joe era l'opposto, cupo e taciturno, sempre pronto a mugolare e con lo sguardo maligno. Buck li accolse cordialmente, Dave non si occupò di loro, mentre Spitz volle battersi prima con l'uno poi con l'altro. Billee agitò bonariamente la coda, girò al largo quando si accorse che quelle gentilezze erano inutili, e gemette, tuttavia mitemente, quando l'acuta zanna di Spitz gli strinse il fianco. Ma per quanto Spitz girasse intorno a Joe, questi ruotò sui calcagni per stargli sempre di fronte, co] pelo irto, le orecchie indietro, le labbra contratte, le mascelle che si urtavano fra loro quanto più velocemente potevano, e gli occhi sinistramente lampeggianti: la vera incarnazione della paura bellicosa. Il suo aspetto era così terribile, che Spitz fu costretto a trattenersi; ma per dissimulare la sua sconfitta, si volse all'inoffensivo e gemente Billee e lo inseguì fino al limite del campo. La sera Perrault portò un altro cane. Un vecchio eschimese, grande, grosso e gagliardo, col muso pieno di cicatrici gloriose, e un occhio solo, che però fiammeggiava così arditamente da imporre rispetto. Si chiamava Sol-leks, che significa rabbioso. Al pari di Dave, non chiedeva nulla, non dava nulla, non si aspettava nulla e quando se ne venne lentamente ma risolutamente in mezzo a loro, anche Spitz lo lasciò in pace. Aveva una particolarità che Buck scoprì in modo piuttosto disgraziato: non voleva essere avvicinato dalla parte del suo occhio cieco.


Buck si rese involontariamente colpevole di questa offesa e se ne accorse solo quando Sol-leks si slanciò su di lui e gli lacerò la spalla fino all'osso per una lunghezza di tre pollici. Dopo di allora Buck evitò di avvicinarsi a lui da quel lato e finché furono insieme non ebbero più motivo di lite. Al pari di Dave, Sol-leks aveva un unico desiderio apparente: quello di starsene per conto suo, ma entrambi, come Buck scoprì più tardi, avevano un'altra e più profonda ambizione.

 

Quella notte Buck affrontò il gran problema di dormire. La tenda, illuminata da una candela, risplendeva; tiepida in mezzo alla bianca pianura; e quando lui vi entrò, nel modo più naturale, tanto Perrault quanto François lo scaraventarono fuori a forza di improperi e a colpi di stoviglie, finché, riavutosi dallo sbigottimento, fuggì ignominiosamente nel gelo di fuori. Soffiava un vento freddo che lo pungeva dolorosamente specialmente sulla spalla ferita; si gettò sulla neve e cercò di dormire, ma il freddo lo fece subito balzare in piedi. Triste e desolato, si aggirò intorno alle tende ma dappertutto c'era lo stesso freddo.

 

Qua e là cani selvaggi gli ringhiarono, ma lui rizzò il pelo mugolando, come aveva imparato a fare, ed essi lo lasciarono tranquillo.

 

Finalmente gli venne un'idea: sarebbe andato a vedere quello che facevano i suoi compagni. Con suo grande stupore essi erano scomparsi. Si aggirò ancora per il vasto campo cercandoli, ma tornò deluso. Erano forse nella tenda? No, non era possibile, altrimenti non avrebbero cacciato via lui. E allora dove potevano essere? A coda bassa e tutto intirizzito, veramente disperato, continuò a girare intorno alla tenda, senza meta. Improvvisamente la neve cedette sotto le sue zampe ed egli affondò. Qualche cosa si muoveva là sotto. Fece un salto indietro mugolando e ringhiando, pauroso di quella cosa invisibile e sconosciuta. Un piccolo mugolio amichevole lo rassicurò e lo indusse a farsi avanti per vedere meglio. Un soffio di aria calda giunse alle sue narici, e là, arrotolato sotto la neve, come una soffice palla, vi era Billee. Guaiva amichevolmente agitandosi per mostrare le sue buone intenzioni e, in segno di pace, giunse a leccare il muso di Buck con la lingua umida e calda.

 

Un'altra lezione. Così dunque, facevano gli altri? Pieno di fiducia Buck si scelse un posticino e, a forza di tentativi disordinati, riuscì a scavarsi una buca. In breve il calore del suo corpo riempì l'angusto spazio ed egli si addormentò. La giornata era stata lunga e faticosa, ed egli dormì profondamente e a suo agio, sebbene mugolasse e ringhiasse in sogno. Non aprì gli occhi finché non fu svegliato dai rumori del campo che si ridestava, e a tutta prima non riuscì a capire dove si trovasse.

 

Durante la notte era nevicato e la neve lo aveva completamente sepolto. Da ogni lato lo premeva una bianca copertura, e un gran terrore lo invase: il terrore dell'animale selvaggio preso in trappola. Certo la sua esistenza si ricollegava ora, risalendo il tempo a quella dei suoi antenati; perché lui era un cane civile, e non aveva mai conosciuto trappole per sua propria esperienza, né poteva dunque temerle. Con i muscoli di tutto il corpo spasmodicamente tesi, irto il pelo sul collo e sulla schiena, con un ringhio feroce balzò fuori nella luce accecante del giorno, mentre la neve volava intorno a lui in una nube fulgente. Prima di ricadere sulle quattro zampe vide il bianco accampamento dinanzi a lui e capì dove era, ricordando tutto ciò che era avvenuto da quando era uscito a passeggio con Manuel al momento in cui si era scavata la buca, la sera prima.

 

L'esclamazione di François salutò la sua comparsa. - Che dicevo?

- gridava a Perrault il conducente. - Quel Buck imparerà subito tutto.

 

Perrault assentì gravemente. Come corriere del governo canadese, incaricato di portare importanti dispacci, egli voleva assicurarsi i cani migliori, ed era molto contento di avere acquistato Buck.

 

Dopo un'ora, altri tre eschimesi furono aggiunti all'attacco che arrivò così a un totale di nove; e prima che trascorresse un altro quarto d'ora tutti erano al loro posto e trascinavano la slitta verso il cañon Dyea. Buck era contento di essere partito, e il lavoro, sebbene faticoso, non gli dispiaceva affatto. Fu sorpreso dello zelo che animava tutto il tiro e che si era comunicato anche a lui, ma ancor più lo sorprese il cambiamento avvenuto in Dave e in Sol-leks: erano diversi, completamente trasformati dalla bardatura. Avevano perso tutta la loro passività e la loro indifferenza, erano attivi e solerti, pieni di zelo perché il lavoro procedesse bene, e profondamente irritati se qualche cosa lo ritardava per qualche ostacolo o qualche confusione. Sembrava che la suprema espressione del loro essere fosse il fare forza sulle tirelle, che vivessero solo per questo, e che in questo lavoro consistesse l'unico loro piacere.

 

Dave era il cane di ruota, o meglio di slitta, Buck correva davanti a lui, e più avanti ancora Sol-leks; il resto dell'attacco era disposto in fila indiana, fino al cane di testa, che era Spitz. Buck era stato messo apposta tra Dave e Sol-leks perché imparasse. Era un buono scolaro, ed essi erano non meno buoni maestri: non gli permettevano di rimanere a lungo nell'errore e davano forza al loro insegnamento con i loro denti acuti. Dave era buono e saggio, non mordeva mai Buck senza un motivo, ma non dimenticava mai di farlo quando era necessario.

 

Poiché interveniva anche la frusta di François, Buck s'accorse che costava meno correggersi che ribellarsi. Una volta, durante una breve sosta, aggrovigliò le tirelle ritardando la partenza; e Dave e Sol-leks si avventarono su di lui somministrandogli un duro castigo. Le tirelle si aggrovigliarono ancor più, ma Buck si preoccupò di tenerle bene in ordine, in seguito. Prima che finisse il giorno si era così bene impadronito del suo lavoro, che i compagni non lo rimproverarono più. La frusta di François colpì con minore frequenza e Perrault gli fece l'onore di esaminargli i piedi molto attentamente.

 

Fu quella una rude galoppata su per il cañon, attraverso il Campo della Pecora oltre le Scale e la linea della foresta, attraverso ghiacciai e cumuli di neve di cento piedi, fin oltre il grande Passo di Chilcot, che sorge tra la zona marina e la fredda, e si leva come sentinella del triste e solitario Nord.

 

Andarono veloci giù per la catena dei laghi che riempiono i crateri di vulcani estinti, e a notte avanzata giunsero al grande campo sull'estremo del lago Bennett, dove migliaia di cercatori d'oro si stavano costruendo barche in attesa della rottura dei ghiacci a primavera. Buck si scavò la sua buca nella neve e dormì il sonno di un giusto molto stanco, ma fu risvegliato molto presto, ancora a buio, e riattaccato alla slitta con i suoi compagni.

 

Quel giorno percorsero quaranta miglia perché la pista era già tracciata; ma il giorno dopo, e per molti altri giorni ancora, dovettero tracciare loro stessi la pista, lavorando di più e facendo meno strada. Di norma Perrault camminava in testa all'attacco comprimendo la neve con le racchette per aprire la via. François guidava la slitta, e qualche volta, ma non spesso, scambiava il suo posto con lui. Perrault aveva fretta ed era orgoglioso della sua conoscenza dei ghiacci, indispensabile perché il ghiaccio era molto sottile e non ve ne era affatto là dove l'acqua correva più velocemente. Giorno per giorno, per giorni senza fine, Buck corse tra le tirelle. Levavano sempre il campo a notte alta, e il primo grigiore dell'alba li trovava già a galoppare sulla pista con molte miglia alle spalle. Sempre piantavano il campo a notte, mangiando la loro razione di pesce e gettandosi a dormire sulla neve. Buck era affamato. La libbra e mezzo di salmone seccato che formava la sua razione giornaliera, spariva in un attimo. Non era mai sazio e soffriva continuamente i crampi della fame. Gli altri cani, che pesavano di meno ed erano già allenati, ricevevano solo una libbra di pesce, e questo bastava a mantenerli in buone condizioni.

 

Abbandonò presto quella schifiltosità che era stata caratteristica della sua vita di un tempo; era un mangiatore difficile, e si accorse che i suoi compagni, che finivano prima, rubavano una parte della sua razione. Non c'era mezzo di difenderla, perché, mentre egli si azzuffava con due o tre, il cibo scompariva nelle bocche degli altri. Per rimediare a questo, cominciò a mangiare in fretta come gli altri; e la fame lo incalzava tanto che non si fece scrupoli di prendere anche quello che non gli spettava.

 

Osservava e imparava. Quando vide Pike, uno dei cani ultimi arrivati, ladro astuto e malizioso, rubare un pezzo di lardo in un momento in cui Perrault voltava le spalle, il giorno dopo imitò su più vasta scala quella prodezza, portandosi via tutto il pezzo. Ne sorse un gran tafferuglio, ma egli non fu sospettato; e Dub, uno stordito che si faceva sempre cogliere, fu punito per colpa sua.

 

Questo primo furto mise in evidenza che Buck era capace di sopravvivere nell'ostile ambiente del Nord: mise in rilievo la sua capacità di adattamento alle mutevoli condizioni, la cui mancanza avrebbe significato morte pronta e terribile. Nello stesso tempo segnò la decadenza o addirittura lo sfacelo delle sue qualità morali, vano ingombro nella selvaggia lotta per l'esistenza. Nel Sud, sotto la legge dell'amore e dell'amicizia, il rispetto della proprietà privata e dei sentimenti personali erano buone cose; ma nel Nord, sotto la legge del bastone e della zanna, chi avesse dato importanza ad esse sarebbe stato un pazzo, e finché le avesse osservate avrebbe avuto ben pochi vantaggi.

 

Non che Buck ragionasse così. Era adatto all'esistenza, tutto qui, e si adattava inconsapevolmente al nuovo genere di vita. In tutta la sua vita non aveva mai evitato un combattimento senza badare a disparità di condizione. Ma il bastone dell'uomo in maglia rossa gli aveva istillato un codice più fondamentale e primitivo. Come civile, avrebbe potuto morire per un principio morale, ad esempio, per difendere il frustino del giudice Miller; ma l'insieme della sua regressione era adesso messo in evidenza dalla sua abilità di evitare le proibizioni di ordine morale per salvare così la pelle.

 

Non rubava per il piacere di rubare, ma per placare le esigenze del suo stomaco; e non lo faceva apertamente, ma in segreto e con astuzia, fuori del raggio d'azione del bastone e della zanna.

 

Insomma, faceva quello che era più facile fare che non fare.

 

Il suo sviluppo, o la sua regressione, fu rapido: i suoi muscoli divennero duri come acciaio, si abituò a tutte le sofferenze quotidiane e riuscì a formarsi un'economia interna come una esterna. Poteva mangiare qualunque cosa anche se ripugnante e indigeribile; e quando l'aveva mangiata, i succhi del suo stomaco ne traevano ogni minima particella di nutrimento; e il sangue la portava nei più reconditi angoli del suo corpo trasformandola in forti e solidi tessuti. La vista e l'odorato divennero acutissimi, e l'udito gli si sviluppò tanto, che nel sonno poteva udire i rumori più deboli e capire se annunciavano pace o pericolo. Imparò a strapparsi coi denti il ghiaccio che gli impastava le dita; e quando aveva sete e uno strato di ghiaccio ricopriva una pozza, egli sapeva spezzarlo drizzandosi e colpendolo colle zampe davanti. La sua più notevole abilità era quella di fiutare il vento e di prevederlo anche con una notte di anticipo. Per quanto non tirasse un filo d'aria, quando si scavava il suo giaciglio presso un albero o una roccia, il vento che sorgeva più tardi lo trovava inevitabilmente al riparo, ben coperto e tranquillo. E non solo imparò per propria esperienza, ma si risvegliarono in lui gli istinti da molto tempo sopiti. Le generazioni domestiche scomparivano via via dal suo ricordo. In modo confuso egli riandava con la memoria alla gioventù del mondo, ai tempi in cui i cani selvaggi si riunivano in branchi nelle foreste primordiali e uccidevano la loro preda facendo scorrerie. Non fu faticoso per lui imparare a combattere lacerando e azzannando al modo dei lupi, perché così avevano combattuto i suoi avi dimenticati. Essi ravvivavano in lui l'antica vita, e le antiche astuzie da loro lasciate in eredità all'esistenza erano le sue stesse astuzie.

 

Apparivano in lui senza sforzo e senza meraviglia, come se fossero sempre state sue; e quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati nello stile dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui. Quel grido modulato era il loro grido con cui avevano espresso la loro pena e tutto ciò che potevano suggerire loro la quiete, il freddo e la notte.

 

Così, prova evidente di quale lieve cosa sia la vita, l'antico canto tornava in lui, ed egli tornò nel suo antico essere; e tutto questo perché gli uomini avevano trovato un biondo metallo nel Nord, e perché Manuel era un aiuto giardiniere che non guadagnava abbastanza per mantenere la moglie e le varie piccole copie di se stesso.

3. LA DOMINANTE BELVA PRIMITIVA


La belva primitiva dominava fortemente in Buck, e in quelle fiere condizioni di vita si sviluppò sempre più. Tuttavia era uno sviluppo segreto. La sua nuova astuzia gli ispirava un equilibrio ed un controllo. Era troppo occupato ad adattarsi alla nuova vita per sentirsi a suo agio, e non solo non cercò combattimenti, ma li evitò il più possibile. Una certa ponderatezza era caratteristica del suo atteggiamento. Non si abbandonava ad atti imprudenti o precipitati, e nel suo profondo odio per Spitz non mostrava alcuna impazienza e celava ogni ostilità.

 

D'altra parte, forse perché indovinava in Buck un pericoloso rivale, Spitz non si lasciava mai sfuggire l'occasione per mostrargli i denti. Giunse perfino ad attraversargli la strada cercando sempre di far sorgere una zuffa che sarebbe finita solo con la morte dell'uno o dell'altro. Questo avrebbe potuto succedere fin dall'inizio del viaggio, se non fosse avvenuto un incidente inconsueto.

 

Una sera avevano piantato un piccolo e triste campo sulle rive del lago Le Barge; nevicava e tirava un vento che tagliava come una lama di coltello, e l'oscurità li aveva costretti a cercare a tentoni un posto per accamparsi. Difficilmente avrebbero potuto trovarne uno peggiore: alle loro spalle sorgeva una roccia a picco, e Perrault e François erano stati costretti ad accendere il fuoco e a stendere i loro lettucci sul ghiaccio del lago stesso.

 

Avevano lasciato la tenda a Dyea per avere meno bagagli. Furono accesi pochi rami di legno secco, ma il fuoco cadde nell'acqua attraverso il ghiaccio fuso e li lasciò a finire la cena al buio.

 

Buck si scavò il giaciglio al piede della roccia. Se ne stava lì così bene riparato e al caldo, che lo lasciò a malincuore quando François distribuì il pesce dopo averlo sgelato sul fuoco. Ma quando Buck ebbe finito la sua razione e tornò alla buca, la trovò occupata. Un ringhio minaccioso lo avvertì che l'usurpatore era Spitz. Fino ad ora Buck aveva evitato ogni litigio col suo nemico, ma questo era troppo. La belva che era in lui ruggì. Balzò sopra Spitz con una furia che li sorprese entrambi, ma soprattutto Spitz, perché tutta l'esperienza che aveva di Buck gli aveva insegnato che il suo rivale era un cane molto timido, capace di cavarsela solo in grazia del suo peso e delle sue dimensioni.

 

Anche François fu sorpreso quando balzarono fuori dalla buca in un solo groviglio e capì la causa di quella zuffa. - Ah, ah! - gridò a Buck, - dagli, perbacco! Dagli addosso a quel ladro!

Spitz era non meno furioso. Urlava pieno di rabbia correndo in su e in giù, cercando il momento opportuno di slanciarsi. Buck era non meno attento e non meno prudente, e si aggirava anche lui in sù e in giù cercando il momento più opportuno. Proprio in quell'istante accadde l'inaspettato, che doveva differire la loro lotta a migliore occasione, dopo molte e molte faticose miglia di pista e di lavoro.

 

Una bestemmia di Perrault, il colpo sonoro di un bastone su di un corpo ossuto e uno strido di dolore segnarono l'inizio di un pandemonio. Il campo apparve improvvisamente popolato di forme irsute: una sessantina di eschimesi affamati, che avevano sentito l'odore da qualche villaggio indiano, si erano avvicinati mentre Buck e Spitz stavano per azzannarsi, e quando i due uomini si scagliarono in mezzo a loro a colpi di bastone, indietreggiarono mostrando i denti. Erano esasperati dall'odore del cibo. Perrault ne trovò uno con la testa infilata in una cassa; il suo bastone piombò pesantemente sulle costole dell'animale e la cassa si rovesciò. Immediatamente il branco di bestie affamate si azzuffò contendendosi le gallette e il lardo. Le bastonate caddero su di loro senza avere alcun effetto: mugolavano e guaivano sotto la grandine dei colpi, ma continuavano a lottare pazzamente fra loro finché l'ultima briciola non fu divorata. Frattanto i cani dell'attacco, stupiti erano saltati fuori dalle loro buche e subito furono aggrediti dai fieri invasori. Buck non aveva mai visto cani simili: con le ossa che quasi scappavano fuori dalla pelle, veri scheletri avvolti in sudicie pellicce, con occhi fiammeggianti e la bava alla bocca. Ma la fame li rendeva paurosi e irresistibili. Non era possibile opporsi a loro. La muta fu respinta contro la rupe al primo assalto. Buck fu incalzato da tre eschimesi e in un attimo ebbe il muso e la schiena lacerati. La mischia era paurosa. Billee guaiva come al solito. Dave e Sol-leks grondanti sangue da molte ferite, combattevano coraggiosamente a fianco a fianco; Joe lottava come un demonio. Una volta i suoi denti strinsero la zampa davanti di un eschimese e schiacciarono l'osso. Pike, balzò accortamente sull'animale azzoppato spezzandogli l'osso del collo con un morso furioso. Buck prese alla gola un avversario e fu inzuppato di sangue quando gli recise coi denti la vena iugulare; il caldo sapore di quel sangue lo inferocì ancor più, si gettò su di un altro ma in quel momento si sentì addentare alla gola: era Spitz che lo attaccava a tradimento di fianco.

 

Perrault e François, dopo aver liberato una parte del campo corsero in aiuto dei loro cani. L'onda selvaggia degli animali affamati indietreggiò davanti a loro, Buck riuscì a liberarsi. Fu solo per un momento; due uomini furono costretti a tornare indietro per salvare le riserve di viveri su cui gli eschimesi tornavano a slanciarsi dopo aver lasciato la muta. Billee, reso coraggioso dal terrore, balzò attraverso il cerchio selvaggio e fuggì via sul ghiaccio. Pike e Dub gli si misero alle calcagna tirandosi dietro il resto della muta. Mentre Buck si raccoglieva per balzare dietro di loro, vide con la coda dell'occhio Spitz che si avventava su di lui con l'evidente intenzione di rovesciarlo.


Una volta abbattuto e caduto sotto la massa degli eschimesi, non c'era più speranza per lui. Ma egli si preparò a sostenere l'urto di Spitz e poi fuggì sul lago con altri.

 

Infine i nove cani dell'attacco si riunirono rifugiando nella foresta. Sebbene non fossero stati inseguiti, si trovarono a mal partito: nessuno di loro era ferito in meno di quattro o cinque punti, e alcuni gravemente. Dub era malamente colpito in una gamba posteriore; Dolly, l'ultimo eschimese aggiunto al tiro, a Dyea, aveva una brutta ferita alla gola; Joe aveva perso un occhio, mentre quel bonaccione di Billee, con un orecchio ridotto a brandelli, mugolò e uggiolò tutta notte. All'alba, cautamente, si trascinarono zoppicando all'accampamento: i predoni se n'erano andati e i due uomini erano di pessimo umore: una buona metà dei viveri era andata persa. Gli eschimesi avevano roso le tirelle della slitta e le coperte; in realtà niente di quello che era anche lontanamente commestibile era loro sfuggito. Avevano divorato i mocassini di pelle di daino di Perrault, parte dei tiranti di cuoio, e perfino il laccio di pelle lungo due piedi all'estremità della frusta di François. Egli si riscosse dalla malinconica contemplazione di tutto ciò per guardare i suoi cani feriti.

 

- Ah, ah! Amici miei,- disse dolcemente,- può darsi che tutti questi morsi vi facciano diventare idrofobi. Tutti idrofobi, forse, Sacredame! Che ne dite, eh, Perrault?

Il corriere scosse la testa con un gesto dubbioso; con quattrocento miglia di pista che rimanevano ancora tra lui e Dawson non poteva ammettere che l'idrofobia scoppiasse tra i suoi cani. Dopo due ore di maledizioni e di lavoro, le bardature furono rimesse a posto, e il tiro, dolente delle ferite, era ancora in cammino e si trascinava penosamente lungo la parte più dura che avessero incontrato nel loro viaggio, la più dura sulla strada di Dawson.

 

Il fiume delle Trenta Miglia era completamente libero dai ghiacci.

 

Le sue acque impetuose sfidavano il gelo, e solo nelle zone di riflusso e in quelle più calme il ghiaccio si era potuto formare.

 

Sei giorni di lavoro sfibrante furono necessari per superare quelle terribili trenta miglia. Terribili in realtà, perché ad ogni passo vi era un pericolo di vita per gli uomini e per i cani.

 

Una dozzina di volte Perrault, che faceva da battistrada, sprofondò passando i ponti di ghiaccio e fu salvato solo dalla sua lunga pertica che portava in modo che ogni volta si mettesse attraverso il buco formato nel ghiaccio dal suo corpo. Il freddo era divenuto intenso, il termometro segnava ventidue gradi sotto zero, e ogni volta che Perrault sprofondava nel fiume attraverso il ghiaccio era costretto ad accendere il fuoco e asciugarsi se voleva salvare la vita.

 

Nulla lo domava; e appunto per questo era stato scelto come corriere del governo. Affrontava ogni rischio, esponendo risolutamente al gelo il suo volto rugoso e lottando dal grigiore dell'alba al buio della notte. Costeggiava le aspre rive del fiume sul ghiaccio che si curvava e scricchiolava sotto i piedi, così che non osavano fermarsi. Una volta la slitta sprofondò con Dave e Buck, ed essi furono cavati fuori semiassiderati e quasi affogati.

 

Per salvarli fu necessario il solito fuoco. Si erano coperti di una solida crosta di ghiaccio e i due uomini li fecero correre intorno al fuoco perché sudassero e si liberassero da freddo, così vicino alle fiamme da averne il pelo strinato.

 

Un'altra volta toccò a Spitz, che si trascinò dietro tutto il tiro fino a Buck, il quale tirava indietro con tutte le sue forze, puntando le zampe anteriori sul ciglio scivoloso mentre il ghiaccio cedeva e scricchiolava tutto intorno. Dopo di lui c'era Dave, che tirava indietro, e al di là della slitta c'era François, che tirava fino a farsi scricchiolare i tendini.

 

Un'altra volta il ghiaccio si ruppe davanti e dietro di loro, e non vi era altro scampo se non su per la ripa scoscesa. Perrault la scalò per miracolo, mentre François pregava appunto che il miracolo avvenisse; con ogni corda e ogni cinghia della slitta e usando anche il più piccolo frammento dei finimenti, intrecciarono una lunga fune; i cani furono issati uno per uno sul ciglio della scarpata. François arrivò per ultimo, e infine furono tirati sù la slitta e il carico. Poi si cercò un punto per scendere nuovamente, e la discesa fu compiuta con l'aiuto della fune; la notte li trovò nuovamente sul fiume: avevano percorso un quarto di miglio in tutta la giornata. Quando giunsero a Hootalinqua, e al ghiaccio buono, Buck era esausto. Gli altri cani erano nelle stesse condizioni, ma Perrault, per riprendere il tempo perduto, continuò a farli correre velocemente. Il primo giorno percorsero trentacinque miglia fino al Grande Salmone; il giorno dopo altre trentacinque miglia fino al Piccolo Salmone; il terzo giorno quaranta miglia, che li portarono molto innanzi verso le Cinque Dita.

 

Le zampe di Buck non erano solide e dure come quelle degli eschimesi. Si erano ammorbidite durante molte generazioni fin dal giorno in cui l'ultimo dei suoi antenati selvaggi era stato domato da un uomo della caverna o del fiume. Per tutto il giorno zoppicava dolorosamente, e quando si piantava il campo, si buttava giù come morto. Per quanto affamato, non si sarebbe mosso per prendere la sua razione di pesce, e François doveva portargliela.


Il conducente doveva strofinargli i piedi per una mezz'ora ogni sera, dopo la cena; e sacrificò gli alti gambali dei suoi mocassini per farne quattro mocassini a Buck. Fu un grande sollievo, e un mattino Buck costrinse a contrarsi in una smorfia di riso perfino la faccia grinzosa di Perrault, perché François si era dimenticato di mettergli i mocassini e lui si sdraiò sulla schiena agitando nell'aria le quattro zampe in modo supplichevole e rifiutandosi di muoversi senza di essi. Più tardi i suoi piedi divennero più solidi per la pista, e quelle calzature ormai logore furono gettate via.

 

Una mattina, al Pelly, mentre stavano attaccando Dolly, che fino allora non s'era fatta notare per nulla d'eccezionale, essa, improvvisamente, divenne idrofoba. Avvisò con un lungo ululato da lupo che spezzava il cuore e fece rizzare il pelo a tutti cani per il terrore; poi si slanciò dritta su Buck. Lui non aveva mai visto un cane diventare idrofobo né aveva alcuna ragione per temere l'idrofobia; tuttavia comprese che era qualche cosa di orribile e fuggì via preso dal panico. Fuggì via deciso, con Dolly che ansava e perdeva bava a un salto dietro di lui; ella non poteva raggiungerlo, tanto era il suo terrore, né egli poteva fuggire da lei, tanta era la sua follia. Si slanciò nel grembo boscoso di un isolotto, corse verso l'estremità più bassa, attraversò un canale irto di ghiacci, balzò su di un altro isolotto, ne raggiunse un terzo, tornò al corso principale del fiume e, nella sua disperazione, stava per attraversarlo. Per tutto questo tempo, sebbene non guardasse, sentiva l'ansare a un salto dietro di sé.

 

François lo chiamò da un quarto di miglio, ed egli si voltò, sempre mantenendo la distanza, ansando penosamente e riponendo in François tutte le sue speranze. Il conducente afferrò l'ascia, e appena Buck gli fu passato davanti, la fece cadere sulla testa della folle Dolly.

 

Buck si abbatté esausto contro la slitta, senza respiro, incapace di muoversi. Era il momento buono per Spitz; egli si slanciò su Buck e due volte i suoi denti si affondarono nella carne del suo nemico indifeso e la lacerarono fino all'osso. Intervenne la frusta di François, e Buck ebbe la soddisfazione di vedere Spitz ricevere il più duro castigo che fosse mai stato inflitto a qualcuno del tiro.

 

- Un diavolo, quello Spitz, - disse Perrault. - Un giorno o l'altro ammazzerà Buck.

 

- Ma quel Buck vale due diavoli, - rispose François. - Più lo osservo e più ne son sicuro. Datemi retta: un qualche maledetto giorno diventerà matto peggio di un demonio, si masticherà Spitz ben bene e lo risputerà sulla neve. Proprio così, lo so.

 

Da quel momento fra i due cani vi fu guerra. Spitz guida e capo riconosciuto del tiro, sentiva minacciata la sua supremazia da quello strano cane del Sud. E Buck era strano davvero, perché dei tanti cani del Sud che Spitz aveva conosciuto, nessuno si era mostrato capace di sopportare le fatiche del campo e della pista.

 

Erano tutti troppo delicati e morivano di fatica, di freddo e di fame. Buck era un'eccezione. Lui solo resisteva e prosperava, eguagliando gli eschimesi in forza, violenza e astuzia. Era dunque un cane dominatore, e quel che lo rendeva pericoloso era il fatto che il bastone dell'uomo in maglia rossa aveva tolto ogni cieco impulso, ogni avventatezza, dal suo desiderio di dominio. Era scaltro, e poteva aspettare il suo momento con una pazienza che era veramente primitiva.

 

Era inevitabile che avvenisse l'urto per il predominio. Buck ne sentiva l'esigenza perché lo richiedeva la sua natura stessa, perché era stato preso dall'orgoglio ineffabile e senza nome della pista: quell'orgoglio che tiene i cani legati al loro lavoro fino all'ultimo respiro, che li induce a morire felici sotto la bardatura, e spezza loro il cuore se ne sono distolti.

 

Era questo l'orgoglio di Dave come cane di ruota, l'orgoglio di Sol-leks quando tirava con tutte le sue forze; l'orgoglio che li afferrava quando si toglieva il campo trasformandoli da bruti sordi e ostinati in creature ardenti, franche, ambiziose; l'orgoglio che li spronava tutto il giorno, e li lasciava quando, a sera, si piantava il campo, facendoli ricadere in uno scontento e irrequieto buio. Era l'orgoglio che animava Spitz e lo costringeva a punire i cani della slitta che sbagliavano o cercavano di non lavorare lungo la pista, o al mattino si nascondevano quando dovevano essere attaccati. Ugualmente era questo orgoglio che gli faceva temere in Buck un possibile cane guida. Ed era appunto questo l'orgoglio di Buck. Egli minacciava apertamente il dominio dell'altro. Cominciò ad intromettersi fra lui e i cani che doveva punire, e lo fece deliberatamente. Una notte vi fu una grande nevicata, e al mattino quel malizioso di Pike non si fece vedere. Se ne stava al sicuro, ben nascosto nella sua tana sotto un piede di neve. François lo chiamò e lo cercò invano. Spitz era furente di rabbia. Andava tutto incollerito per il campo fiutando e scavando dappertutto, ringhiando così terribilmente, che Pike, udendolo, rabbrividì nel suo nascondiglio.

 

Quando alla fine fu scovato e Spitz si slanciò su di lui per punirlo, Buck saltò fra i due con eguale furore. Giunse così inatteso e si comportò così accortamente, che Spitz fu respinto e rovesciato. Pike, che tremava come un vigliacco, si rianimò a questa aperta ribellione e si gettò sul capo abbattuto. Buck, per cui la lealtà cavalleresca era una legge ormai dimenticata, si gettò a sua volta su Spitz, ma François, ridacchiando dell'incidente e tuttavia inflessibile nell'amministrare la giustizia, fece cadere a tutta forza la frusta sulla schiena di Buck. Questo non valse ad allontanare Buck dal suo rivale prostrato e si dovette ricorrere al manico della frusta; stordito dal colpo, Buck indietreggiò e la frusta cadde più volte su di lui mentre Spitz puniva rudemente il più volte colpevole Pike.

 

Nei giorni che seguirono, mentre Dawson si avvicinava sempre più, Buck continuò a intervenire tra Spitz e i colpevoli; ma lo fece accortamente, quando François non era nelle vicinanze. Con questa chiotta ribellione di Buck, sorse e andò crescendo una insubordinazione generale. Solo Dave e Sol-leks ne rimasero immuni, ma tutto il resto dell'attacco andò di male in peggio. Le cose non procedevano più regolarmente, vi erano continue zuffe, continui disordini, e alla base vi era sempre Buck. François cominciava a preoccuparsi, perché il bravo conducente temeva da un momento all'altro la lotta mortale tra i due cani, sapendo che prima o poi sarebbe avvenuta; e più di una notte i rumori delle zuffe fra gli altri cani lo costrinsero a uscire nel suo abbigliamento notturno temendo che Buck e Spitz si stessero azzuffando.

 

Ma non se ne presentò l'occasione, e giunsero a Dawson in un buio pomeriggio senza che la grande lotta fosse ancora avvenuta. Vi erano là molti uomini e innumerevoli cani; Buck li trovò tutti al lavoro. Sembrava che nell'ordine stabilito delle cose i cani dovessero lavorare. Per tutto il giorno andavano in sù e in giù lungo la via principale in lunghi tiri, e di notte si sentivano ancora tintinnare i loro campanelli. Trasportavano travi da costruzione e legna da ardere fino alle miniere, e facevano tutti quei lavori che nella vallata di Santa Clara erano compiuti dai cavalli. Qua e là Buck incontrò dei cani del Sud ma per la maggior parte erano eschimesi della razza dei lupi selvaggi. Ogni notte, regolarmente, alle nove, alle dodici ed alle tre, essi alzavano il loro canto notturno, un canto misterioso e strano a cui Buck si univa con gioia. Quando l'aurora boreale s'illuminava fredda nell'alto, o le stelle saltavano nella danza del gelo, e la terra era intorbidita e assiderata sotto il suo manto di neve, il canto degli eschimesi avrebbe potuto essere la sfida della vita, solo che era modulato in tono minore con lunghi lamenti e singhiozzi, e sembrava quasi la supplica della vita, la voce della fatica di esistere. Era un antico canto, antico quanto la stessa razza, uno dei primi canti del giovane mondo, in un periodo in cui le canzoni erano tristi. Avvolto nel dolore di generazioni senza numero, era un lamento che commuoveva Buck nel profondo. Quando egli si lamentava e singhiozzava, vi era in lui la pena del vivere che era stata l'antica pena dei suoi padri selvaggi, e insieme la paura e il mistero del freddo e del buio che erano stati la loro paura e il loro mistero. E il fatto che egli ne fosse così commosso indicava l'intensità con cui ascoltava, attraverso la lontananza dei secoli dei primi fuochi e dei primi tetti, i rudi inizi della vita nell'età dei ruggiti.

Sette giorni dopo il loro ingresso in Dawson, essi discendevano la costa scoscesa che, passando vicino alle Baracche volge alla Pista dell'Yukon, e si dirigevano verso Dyea e Acqua Salata.

 

Perrault portava dispacci ancora più urgenti di quelli con cui era venuto; inoltre si era impadronito di lui l'orgoglio del viaggio, ed egli si proponeva di battere il record dell'anno. Varie circostanze lo favorivano. La settimana di riposo aveva ristabilito i cani restituendogli tutte le energie. La pista che avevano tracciato durante l'andata era stata battuta e indurita da altri viaggiatori. Inoltre il governo aveva disposto in due o tre punti depositi di viveri per i cani e per gli uomini, e si poteva dunque viaggiare più leggeri.

 

Il primo giorno raggiunsero Sessanta Miglia percorrendo cinquantacinque miglia; il secondo giorno li vide andare a tutta velocità verso lo Yukon, un bel pezzo avanti sulla strada di Pelly. Una corsa così bella non fu condotta a termine senza grandi crucci e arrabbiature da parte di François, perché l'insidiosa rivolta di Buck aveva distrutto la solidarietà del tiro. Non sembrava più che un unico cane corresse lungo la pista: l'appoggio di Buck induceva i ribelli a piccole trasgressioni di ogni genere.

 

E Spitz non era più un capo molto temuto: scomparve l'antico timore, e tutti sfidarono la sua autorità. Pike una notte gli rubò mezzo pesce e se lo divorò sotto la protezione di Buck. Un'altra notte Dub e Joe si avventarono contro Spitz costringendolo a rinunziare a castigarli come si erano meritati. E anche quel bonaccione di Billee era diventato meno bonaccione e non mugolava più pacatamente come nei primi tempi. Buck non si avvicinava mai a Spitz senza ringhiare e arruffare il pelo minacciosamente. In realtà si comportava come un vero provocatore e si diede a far lo spavaldo camminando in su e in giù sotto il naso di Spitz.

 

Quel rilassamento della disciplina influiva egualmente sui reciproci rapporti dei cani fra di loro. Essi si azzuffavano assai più di prima, finché a volte il campo si trasformava in un manicomio urlante. Dave e Sol-leks erano gli unici che non fossero cambiati, ma erano divenuti più irritabili per quelle continue liti. François lanciava strane bestemmie nel suo barbaro linguaggio, e pestava i piedi sulla neve per sfogare la sua inutile rabbia, e si strappava i capelli. La sua frusta fischiava continuamente sui cani, ma serviva a poco. Appena voltava le spalle, essi ricominciavano. Cercava di aiutare Spitz con la frusta, ma Buck capeggiava il resto della muta. François sapeva che dietro tutto quel disordine c'era Buck; e Buck sapeva che lui lo sapeva; ma era troppo intelligente per farsi cogliere nuovamente sul fatto. Quando era attaccato alla slitta lavorava fedelmente perché il lavoro era divenuto per lui una gioia; ma molto maggior diletto era il fare insorgere una zuffa tra i compagni e imbrogliare le tirelle.

 

Alla foce del Tahkeena, una notte, dopo il pasto, Dub scoprì un coniglio da neve, gli saltò addosso e se lo fece sfuggire. In un attimo tutta la muta balzò sù urlando. Ad un centinaio di passi vi era un accampamento della polizia del Nord-Ovest con una cinquantina di cani, tutti eschimesi, che si unirono alla caccia.


Il coniglio correva lungo il fiume e voltò in un piccolo affluente correndo sulla sua superficie gelata. Filava leggermente sulla neve mentre i cani vi passavano attraverso con violenza. Buck guidava il branco, composto di una sessantina di animali, per tutte le anse del fiumiciattolo, ma non riusciva a raggiungere la preda. Correva ventre terra, uggiolando di eccitazione, gettando avanti a balzi il suo splendido corpo nella fioca e bianca luce lunare. E il coniglio da neve, come un pallido spettro di ghiaccio, fuggiva via a balzi.

 

Tutto quel sommuoversi di antichi istinti che in certi periodi trae gli uomini fuori delle città sonanti per spingerli nella foresta o nella pianura a uccidere esseri animati con pallottole di piombo lanciate da mezzi chimici, l'avidità di sangue, la gioia di uccidere, tutto ciò era in Buck, ma infinitamente più profondo.

 

Correva alla testa del branco dietro quell'essere selvaggio, quel cibo vivente, per uccidere coi suoi denti e immergere fino agli occhi il muso nel sangue caldo.

 

Vi è un'estasi che segna la sommità della vita e oltre la quale la vita non può levarsi. E il paradosso dell'esistenza è tale, che quest'estasi viene quando più si è vivi, e si presenta come un completo oblio di vivere. Questa estasi, questa felice dimenticanza, aggredisce l'artista, lo trae fuori di sé avvolto di fiamma; aggredisce il soldato spingendolo folle nella lotta senza quartiere. Ed ecco che aggredì Buck mentre guidava il branco e lanciava l'antico grido del lupo correndo dietro al cibo ancor vivo che fuggiva dinanzi a lui nel plenilunio. Sprofondava negli abissi della sua natura, di quella parte della sua natura che più era profonda, tornando indietro nel grembo del tempo. Era dominato dal violento insorgere della vita, dalla marea dell'essere, dalla completa gioia di ogni singolo muscolo, di ogni giuntura, di ogni nervo in quanto essi erano tutto ciò che non è morte, tutto ciò che arde e che aggredisce esprimendosi nel movimento, volando esultante sotto le stelle e sulla superficie della materia morta e immobile.

 

Spitz, freddo e calcolatore anche nei suoi supremi slanci, lasciò il branco e tagliò attraverso un angusto lembo di terra intorno a cui il fiumiciattolo faceva una vasta ansa. Buck non se ne accorse, e mentre girava la curva avendo sempre dinanzi a sé il gelido spettro del coniglio, vide un altro più grande spettro di ghiaccio balzare dalla ripa sovrastante sulla strada stessa del coniglio. Era Spitz. Il coniglio non poté voltarsi, e mentre i denti bianchi del cane gli spezzavano la schiena afferrandolo a mezz'aria, diede uno strido alto come può gridare un uomo abbattuto. A questo suono, il grido della vita che precipita dalla propria altezza nella stretta della morte, tutto il branco che seguiva Buck levò un coro di gioia infernale.

 

Buck non gridò. Non frenò la sua corsa, ma si avventò contro Spitz, spalla contro spalla, con tanta violenza che non riuscì ad afferrarlo alla gola. Rotolarono più volte sulla neve che si alzava in polvere. Spitz si rimise in piedi così in fretta che sembrava non fosse stato nemmeno rovesciato, azzannò la spalla di Buck e fece subito un salto da parte. Due volte i suoi denti urtarono insieme come le mascelle d'acciaio di una tagliola mentre indietreggiava per prendere una migliore posizione ringhiando e contraendo le labbra sottili.


In un lampo Buck comprese: era venuto il momento, era la lotta mortale. Mentre si giravano attorno ringhiando, le orecchie tese all'indietro, attenti a cogliere l'occasione propizia, la scena apparve a Buck in un aspetto familiare. Gli sembrò di ricordare tutto, i boschi bianchi di neve, la terra, la luce lunare e il fremito della battaglia. Una calma spettrale gravava su quel silenzioso candore. Non vi era il minimo alito di vento, non tremava una foglia, e il respiro dei cani si alzava lentamente visibile, e indugiava nell'aria gelata. Quei cani che rimanevano pur sempre lupi mal domati, avevano spacciato in fretta il coniglio da neve, e adesso si erano raccolti in cerchio, aspettando. Erano silenziosi, solo i loro occhi brillavano e i loro fiati si alzavano lentamente nell'aria. Per Buck questa scena di antichi tempi non aveva nulla di nuovo né di strano. Sembrava che fosse stato sempre così, nella consueta vicenda delle cose.


Spitz era un combattente esperto. Dallo Spitzberg all'Artico, attraverso il Canadà e le Barrens, si era battuto con cani di ogni genere e li aveva dominati. La sua rabbia era intensa, ma non cieca. Nella sua ansia di lacerare e distruggere non dimenticava mai che il suo nemico era animato dalla stessa ansia di lacerare e distruggere. Non si slanciava se non era pronto a resistere allo slancio dell'avversario; non attaccava prima di essersi preparato a respingere un attacco.

 

Invano Buck tentava di affondare i denti nel collo del grande cane bianco; dovunque le sue zanne cercavano la morbida carne, incontravano le zanne di Spitz. I denti urtavano contro i denti, le labbra erano lacerate e sanguinanti, ma Buck non riusciva a forzare la guardia del suo avversario. Allora si riscaldò e avvolse Spitz in un turbine di attacchi. Più e più volte tentò di raggiungere la bianca gola dove la vita pulsava alla superficie, e ogni volta Spitz lo colpì balzando poi da parte. Allora Buck cominciò a slanciarsi come se mirasse alla gola, e volgendo improvvisamente la testa e curvandola da parte, cercava di colpire con la spalla la spalla di Spitz come un ariete per rovesciarlo.

 

Ogni volta la spalla di Buck veniva azzannata e Spitz balzava via leggermente.

 

Spitz era ancora illeso mentre Buck grondava sangue e ansava. La lotta era ormai disperata e il cerchio silenzioso degli antichi lupi attendeva per finire il vinto. Adesso che Buck sentiva che il fiato gli mancava, Spitz cominciò ad aggredirlo facendolo barcollare. Una volta Buck fu quasi rovesciato e l'intero cerchio dei sessanta cani balzò in piedi; ma egli si riprese quasi a mezz'aria e il cerchio tornò ad accovacciarsi aspettando.


Buck possedeva una qualità propria della grandezza:

l'immaginazione. Lottava per istinto, ma poteva anche combattere col cervello. Si slanciò come se volesse dare il solito colpo di spalla, ma all'ultimo momento si appiattì contro la neve, e i suoi denti afferrarono la zampa sinistra anteriore di Spitz. Si udì uno scricchiolio di ossa spezzate, e adesso il cane bianco lo affrontava su tre sole zampe. Per tre volte egli tentò di rovesciarlo. Poi ripeté il colpo e gli spezzò la zampa destra.

 

Nonostante il dolore e l'impotenza, Spitz lottava follemente per tenersi in piedi. Vedeva il cerchio silenzioso con gli occhi fiammeggianti e le lingue penzoloni e i fiati argentei che salivano nell'aria, chiudersi intorno a lui, come aveva visto altre volte quei circoli chiudersi intorno ai suoi avversari sconfitti. Questa volta il vinto era lui. Non vi era più speranza.


Buck era inesorabile. La pietà è propria di climi più miti. Si preparò all'ultimo assalto. Il cerchio si era così ristretto che egli poteva sentire il respiro degli eschimesi sui fianchi. Li poteva vedere dietro Spitz e ai due lati, già raccolti per lo slancio con gli occhi fissi su di lui.


Vi fu una pausa; gli animali erano immobili, come impietriti. Solo Spitz fremeva ed ergeva il pelo brancolando avanti e indietro, ringhiando minacciosamente come per atterrire la morte vicina.

 

Allora Buck balzò di fianco e finalmente la sua spalla colpì bene l'altra spalla. Il cerchio buio divenne un'unica macchia sulla neve illuminata dalla luna e Spitz scomparve. Buck stette a guardare, campione vittorioso, belva dominatrice dei primordi, che aveva ucciso e aveva trovato che era buona cosa.