7. Pippi va al circo

 

Era arrivato nella cittadina un circo, e tutti i bambini correvano dalle loro mamme e dai loro papà implorando il permesso d'andarci. Anche Tommy ed Annika fecero lo stesso e il loro buon babbo tirò subito fuori dalla tasca alcune belle corone d'argento.

Con il denaro stretto in pugno si precipitarono in casa di Pippi, che si trovava in veranda col cavallo.

Stava appunto intrecciandogli la coda in mille treccioline, che andava via via guarnendo con dei nastrini rossi.

"Sospetto che oggi sia il suo compleanno" disse Pippi. "Per questo lo sto facendo bello".

"Pippi" ansimò Tommy, che aveva fatto una gran corsa, "Pippi, vuoi venire al circo con noi?"

"Posso venire con voi dove volete" rispose Pippi, "ma non so se posso venire con voi al cerchio, perché non ho la minima idea di quel che sia. Fa male?"

"Matta che sei!" disse Tommy.

"Non fa mica male; anzi é divertentissimo, sapessi! Cavalli, pagliacci e stupende signore che camminano sulla corda!"

"Però costa" aggiunse Annika, e aperse il pugno per controllare se nella palma stessero ancora una grande moneta luccicante da due corone e due pezzi da 50 centesimi.

"Io sono ricca come un troll" disse Pippi, "tanto, da potermi comperare anche un cerchio al giorno.

L'unica cosa che mi preoccupa é che non ho spazio, per tanti cavalli.

Quanto ai pagliacci e a quelle stupende signore che dite, posso comodamente ammucchiarli nel guardaroba.

Ma questa faccenda dei cavalli é proprio grave".

"Sciocchezze" disse Tommy, "mica devi comperarlo, il circo. Si paga solo per guardare, capisci?"

"Santi Martiri!" strillò Pippi, e socchiuse gli occhi. "Costa guardare?! E io che non faccio altro che fissare questo o quello tutto il giorno! Chissà quanti soldi ho già speso!"

Ma poco dopo aveva aperto cautamente un occhio.

"Costi quel che costi" esclamò, "non posso fare a meno di dare una guardatina!"

Finalmente Tommy ed Annika riuscirono a spiegare a Pippi che cosa fosse un circo, e allora Pippi andò a tirar fuori alcune monete d'oro dalla valigia. Poi si mise il cappello, che era grande come una ruota da mulino, e tutti e tre si incamminarono verso il circo.

Una gran folla si accalcava fuori dal telone, e una lunga coda s'era formata davanti allo sportello dei biglietti. Finalmente giunse anche il turno di Pippi, e allora lei infilò la testa nello sportello e chiese, fissando dritta in faccia la buona vecchietta che se ne stava là seduta:

"Quanto si deve pagare per guardare te?"

Ma la vecchia signora era straniera, cosicché non afferrò quel che Pippi intendeva, ma rispose:

"Pampina, costare cincve curone par primi posti, tre curone par segundi posti e un curona par posti piedi".

"Cosa?" disse Pippi. "Ma mi devi promettere di andare anche tu sulla corda".

A questo punto intervenne Tommy e chiese per Pippi un biglietto per i secondi posti. Pippi depose sul banco una moneta d'oro, che la vecchia osservò con diffidenza; le diede anche un morso, per vedere se era vera. Ma alla fine si convinse che era davvero d'oro e Pippi ricevette il suo biglietto; come resto, poi, si ebbe una gran quantità di monete d'argento.

"Che cosa me ne faccio di tutte queste brutte monetine bianche!" disse Pippi, seccata. "Tientele, così posso guardarti due volte di seguito, magari dai 'posti piedi'".

Giacché Pippi non voleva assolutamente tenere i soldi del resto, la vecchia signora cambiò il suo biglietto con uno per i primi posti, e diede anche a Tommy e ad Annika due primi posti senza che avessero bisogno di pagare in più. Così Pippi, Tommy ed Annika si ritrovarono seduti in bellissime poltrone rosse proprio al bordo della pista.

Tommy ed Annika si volsero ripetutamente a far cenni di saluto in direzione dei loro compagni di scuola, che sedevano molto più indietro.

"Che buffa tenda da Lapponi!" osservò Pippi guardandosi intorno stupita. "Ma perché il pavimento é talmente sporco di segatura? Non che io voglia essere pignola, in proposito, ma pare poco curato, ecco tutto".

Tommy spiegò allora a Pippi che in tutti i circhi si cosparge il terreno di segatura perché i cavalli possano correre più sicuri.

Su una piattaforma sedeva la banda del circo, che all'improvviso cominciò a suonare una marcia strepitosa.

Pippi batteva la mani, estasiata, e saltava sulla sedia per la gioia.

"Anche ascoltare costa?" chiese "oppure si può ascoltare gratis?"

Proprio in quell'istante si sollevò il tendone dell'ingresso degli artisti ed entrò di corsa il direttore del circo, in frac e con una frusta in pugno. Insieme a lui entrarono anche dieci cavalli bianchi con pennacchi rossi in testa.

Il direttore fece schioccare la frusta, e i cavalli si misero a correre torno torno la pista; quando la fece schioccare per la seconda volta, i cavalli si arrestarono e posarono le zampe anteriori sulla sbarra che cingeva la pista. Uno dei cavalli si era fermato proprio di fronte ai bambini. Ad Annika non piaceva affatto trovarsi un cavallo così addosso, tanto che si ritrasse più che poté nella poltrona. Pippi invece si piegò in avanti, strinse una zampa anteriore del cavallo e gli disse:

"Ciao! Ti porto i saluti del mio cavallo: anche lui festeggia oggi il suo compleanno, però ha i fiocchi sulla coda anziché in testa".

Fortunatamente Pippi abbandonò la zampa prima che il direttore del circo facesse schioccare la frusta un'altra volta, perché allora tutti i cavalli scesero dalla barriera e ripresero a correre.

Quando il numero fu finito, il direttore si inchinò con grazia, e i cavalli uscirono di corsa. Un attimo dopo il tendone si riapre apparve un cavallo nero come il carbone, sul cui dorso stava ritta in piedi un bella signora inguainata in una maglia di seta verde. Il suo nome era Carmencita, diceva il programma.

Il cavallo trottava in giro sulla segatura, e Miss Carmencita gli si manteneva ritta sul dorso, calma e sorridente. Proprio allora avvenne un fatto strano: esattamente quando il cavallo passò davanti al posto di Pippi, qualcosa attraversò fischiando l'aria, e questo qualcosa non era altro che Pippi in persona, la quale ora se ne stava ritta sul dorso del cavallo, dietro a Miss Carmencita. In un primo momento costei rimase così sbalordita, che rischiò di cadere da cavallo. Poi si arrabbiò: cominciò ad agitare le mani all'indietro per tentare di spinger giù Pippi. Ma senza alcun risultato.

"Calma, calma!" disse Pippi.

"Non sei mica la sola ad aver diritto di divertirti. C'é qualcun altro che ha pagato, mi pare!"

Allora Miss Carmencita cercò di saltar giù lei, ma neanche questo le riuscì, perché Pippi l'afferrò e la tenne stretta saldamente per la pancia. A questo punto scoppiò tra il pubblico una risata generale: che spettacolo esilarante era quello della bella Carmencita immobilizzata da una ragazzina dai capelli rossi, che se ne stava ritta sul dorso del cavallo con le sue grandi scarpe e sembrava non aver fatto altro, in vita sua, che esibirsi in un circo.

Ma il direttore del circo non rise. Fece un cenno ai suoi inservienti vestiti di rosso, e questi si precipitarono ad arrestare il cavallo.

"Che peccato: il numero é già finito!" esclamò Pippi, delusa. "Proprio ora che ci divertivamo tanto!"

"Maledetta pampina!" sibilò a denti stretti il direttore del circo.

"Via!"

Pippi lo guardò addolorata.

"Che cosa c'é adesso che non va?" chiese "Perché sei arrabbiato con me? Credevo che l'unico scopo fosse di divertirsi!"

In un lampo era scesa dal cavallo ed era ritornata al suo posto. Ma subito dopo ecco arrivare due forzuti inservienti per buttarla fuori: l'afferrarono e tentarono di sollevarla.

Ma senza riuscirci: Pippi se ne stava seduta assolutamente immobile, e non ci fu verso di smuoverla di un millimetro, per quanto i due la tirassero con tutte le loro forze. Alla fine si strinsero nelle spalle e se ne andarono.

Nel frattempo il numero successivo aveva avuto inizio. Si trattava di Miss Elvira, che doveva camminare sulla corda; indossava un gonnellino di tulle rosa e reggeva un ombrellino pure rosa. Si mise dunque a correre lungo la corda con dei passettini aggraziati, stendendo ogni tanto in fuori una gamba: cercava di mostrare insomma tutta la sua bravura.

 

miss elvira

Inoltre aveva una figuretta estremamente graziosa. Ad un certo punto si esibì pure a camminare all'indietro su quella corda sottile, ma giunta, sempre a ritroso, alla piccola piattaforma posta all'estremità della corda, come si voltò si trovò di fronte Pippi.

"Che ne dici?" chiese Pippi, che si divertiva al vedere l'espressione smarrita di Miss Elvira.

Ma Miss Elvira saltò giù dalla corda senza dir parola, e andò a gettarsi al collo del direttore del circo, che era suo padre. Il direttore ripeté ai suoi inservienti l'ordine di buttar fuori Pippi. Questa volta però ne mandò cinque. Ma allora tutti gli spettatori del circo si misero a gridare: "Lasciatela stare! Vogliamo vedere quella ragazzina dai capelli rossi!".

E cominciarono a pestare i piedi e a battere le mani.

Pippi si avviò dunque sulla corda, e l'arte di Miss Elvira si rivelò un niente al confronto di quella di Pippi: quando fu giunta a metà percorso, sollevò una gamba, cosìcché la sua grande scarpa le formò quasi un tetto sopra la testa; piegò poi agilmente il piede, riuscendo persino a grattarsi dietro l'orecchio.

pippi circo

Il direttore non era per nulla soddisfatto che Pippi si esibisse nel suo circo; voleva anzi sbarazzarsene. A questo scopo raggiunse furtivamente il dispositivo che teneva tesa la corda e lo allentò, pensando che in quel modo Pippi sarebbe certamente precipitata.

Ma nulla di questo accadde: servendosi della corda come d'un pendolo, su e giù, su e giù, Pippi si mise a dondolare sempre più in fretta finché, preso lo slancio, andò a finire giusto in groppa al direttore del circo. Questi si prese un tale spavento, che si diede a correre.

"Per i miei gusti sei più divertente del cavallo" gli disse Pippi, "ma perché non porti un pennacchio tra i capelli?".

Qui però Pippi ritenne che fosse giunto il momento di ritornare da Tommy ed Annika; smontò dunque dal direttore del circo e tornò a sedersi. Il prossimo numero avrebbe dovuto seguire immediatamente, ma ci fu un breve intervallo perché il direttore sentì il bisogno di uscire a bere un bicchier d'acqua e a ravviarsi i capelli. Rientrò poco dopo, si inchinò al pubblico e disse: "Signore e Signori! Fra un momento vederete meraviglia di meraviglie! Adolf lo Forte che fino a cvesta memento nessuno vinto ha! Prego, Signore e Signori, ecco che apparisce Adolf lo Forte!".

In quel momento infatti, entrava nella pista a gran passi un uomo gigantesco. Una maglia color carne lo ricopriva, e aveva una pelle di leopardo intorno al ventre. S'inchinò al pubblico con aria estremamente soddisfatta.

"Gvardate sui muscoli!" esclamò il direttore del circo dando dei colpetti sulle braccia di Adolfo il Forte, dove i muscoli, sotto la pelle, sembravano palle che stessero per esplodere.

"E adesso, Signore e Signori, vengo fuori con formidabile proposta! Chi, fra riverito pubblico, osare sfidare Adolf lo Forte, chi osare superare più forte uomo di mondo? Cento curone pagarò a cvello che sapere sconfiggere Adolf lo Forte, cento curone, meditare meditare Signore e Signori! Prego! Qualcuno venire?

Ma nessuno si offrì

 "Che cosa ha detto?" s'informò Pippi. "E perché parla arabo?"

"Ha detto che chi é capace di battere quell'omaccio, riceverà cento corone" disse Tommy.

"Potrei anche farlo io" disse Pippi, "ma mi pare peccato batterlo: ha un'aria cosi da buono!"

"Ad ogni modo, tu non riusciresti a batterlo" disse Annika, "perché é proprio l'uomo più forte del mondo".

"Uomo, può anche darsi" ribatté Pippi, "ma io sono la bambina più forte del mondo, non dimenticarlo!"

Intanto Adolfo il Forte stava sollevando delle grandi palle di ferro e piegando in due delle spesse sbarre pure di ferro per dimostrare quant'era forte.

"Allora, centili spettatori" gridò ancora il direttore del circo, "non esistere anima fifa che volere cuadagnare cento curone? Voi costringere me a tenerle" disse sventolando un biglietto da cento.

"Ah, questo poi no!" esclamò Pippi, ed entrò nella pista scavalcando la ringhiera.

Il direttore del circo divenne letteralmente furibondo, quando la scorse.

"Via, via, sparire, niente vederti!" sibilò di nuovo tra i denti.

"Non capisco proprio perché tu debba continuare ad essere così scortese con me" lo rimproverò Pippi.

"Voglio soltanto battermi con Adolfo il Forte".

"Non posto per scherzare, cvesto" disse il direttore del circo. "Via, via, prima che Adolf lo Forte udire tua presa in giro!"

Ma Pippi sorpassò il direttore e si rivolse ad Adolfo il Forte.

Gli prese la manona e gliela strinse calorosamente.

"Allora, vogliamo fare un po' a botte, noi due?" gli disse.

Adolfo il Forte la guardò inebetito.

"Fra un minuto attacco" lo avvertì Pippi.

E infatti attaccò. Afferrò saldamente Adolfo il Forte e, prima che si riuscisse a capire come, lo mandò lungo disteso per terra. Adolfo il Forte si rialzò di colpo, tutto rosso in viso.

forzuto

"Viva Pippi!" gridarono Tommy ed Annika.

Al sentirla chiamare così, anche gli spettatori gridarono tutti insieme: "Viva Pippi!".

Il direttore del circo stava seduto sulla sbarra, torcendosi le mani: era furibondo. Ma ancor più lo era Adolfo il Forte. Mai, durante tutta la sua carriera, gli era accaduto qualcosa di più umiliante; e adesso avrebbe fatto vedere lui a quella ragazzina dai capelli rossi che razza d'uomo fosse Adolfo il Forte! Le si avventò contro e la afferrò con tutta la potenza dei suoi muscoli. Ma Pippi rimaneva immobile come una roccia. "So che puoi fare molto di più" gli disse per sollevargli il morale. Poi si svincolò dalla sua morsa e un attimo dopo Adolfo il Forte era nuovamente disteso a terra con Pippi accanto, che aspettava pazientemente. Ma non dovette aspettare a lungo: con un ruggito egli si rialzò e le piombò addosso.

"Trallerallero, trallerallà" canterellò Pippi tutta allegra.

Il pubblico batteva i piedi e tutti lanciavano i berretti in aria gridando: "Viva Pippi".

Quando Adolfo il Forte part' all'attacco per la terza volta, Pippi lo sollevò in aria e lo portò in giro per la pista reggendolo con le braccia tese; poi lo scaraventò nuovamente a terra e ve lo tenne inchiodato.

"Adesso, omino mio, mi sembra sia il caso di finirla con questa storia" disse. "Tanto, più divertente di cosi non può diventare".

"Pippi ha vinto! Pippi ha vinto!" si gridava da ogni parte del circo.

Adolfo il Forte scappò fuori quanto più presto poté, e il direttore fu costretto a farsi avanti e a consegnare il biglietto da cento corone a Pippi, benché mostrasse invece un gran desiderio di sbranarla.

"Prego, signorina" disse, "prego, cento curone!"

"Che me ne faccio di questo pezzo di carta?" esclamò Pippi. "Tienlo tu per friggerci le aringhe, se vuoi!"

E se ne ritornò al suo posto.

"Ma quanto dura questo 'cerchio'!" disse rivolta a Tommy e ad Annika.

"Un pisolino non fa mai male. Comunque svegliatemi, se ci fosse ancora bisogno di me!"

Detto ciò, si abbandonò contro la spalliera della poltrona e si addormentò immediatamente. E così rimase distesa a russare mentre pagliacci, ingoiatori di spade e uomini serpenti si esibivano davanti al pubblico.

"Per conto mio, nonostante tutto, la più brava rimane Pippi" sussurrò Tommy ad Annika.

 

8. Pippi e i ladri

 

Dopo l'esibizione di Pippi nel circo, non c'era alcuno, nella cittadina, che ignorasse la sua tremenda forza. Su di lei si scriveva persino sui giornali; ma chi abitava lontano non sapeva naturalmente chi fosse Pippi.

Un'oscura serata autunnale due vagabondi si trovarono a passare davanti a Villacolle; si trattava di due famosi ladri che si erano messi a vagabondare per il paese, in cerca di qualcuno da derubare. Videro le finestre di Villa Villacolle illuminate e decisero di entrare a chiedere un panino imbottito.

Quella sera Pippi aveva rovesciato tutte le sue monete d'oro sul pavimento e se ne stava seduta a contarle; non che sapesse contare in maniera perfetta, ma ogni tanto ci si provava ugualmente. Così, per amore dell'ordine.

"settantacinque, settantasei, settantasette, settantotto, settantanove, settantadieci, settantaundici, settantadodici, settantatredici, settantadiciassette' uffa, mi vien proprio tanta sete! Per mille diavoli, ci devono pur essere ancora degli altri numeri, solo che adesso non mi vengono in mente! Centoquattro, mille'."

pippi monete

Proprio allora venne bussato alla porta.

"Avanti o indietro, come preferite!" gridò Pippi. "Io non faccio delle pressioni su nessuno!"

La porta si aperse e i due vagabondi entrarono. Figuratevi se non rimasero di stucco al vedere una ragazzina dai capelli rossi seduta sul pavimento, sola soletta, a contar monete.

"Sei sola in casa?" s'informarono con grande scaltrezza.

"Macché" rispose Pippi: "c'é anche il Signor Nilsson".

I ladri non potevano certo sapere che il Signor Nilsson non era che una scimmietta, rannicchiata a dormire nel suo lettino dipinto di verde, con una copertina da bambola sulla pancia. Pensarono che fosse il padrone di casa, a chiamarsi Nilsson, e si scambiarono un'occhiata d'intesa.

"E meglio ripassare più tardi" significava quell'occhiata, ma a Pippi dissero:

"Eravamo entrati soltanto per sapere che cosa segna il tuo orologio".

Erano così eccitati, da dimenticare completamente il panino imbottito.

"Grandi e grossi come siete e non sapete che cosa segna l'orologio?!" si meravigliò Pippi. "Ma le ore, naturalmente! Scommetto che non sapete nemmeno che cosa sia un orologio: é un arnese tondo, che può andare avanti o indietro, ma che comunque cammina cammina e non arriva mai alla porta. Se avete altre questioni da pormi, dite pure" aggiunse, incoraggiante.

I vagabondi pensarono che Pippi fosse troppo piccola per intendersi di orologi; quindi si volsero e uscirono senza dire parola.

"Voi, ad ogni modo siete un po' indietro mi pare" commentò Pippi.

Felicemente usciti, i vagabondi si stropicciarono le mani dalla gioia.

"Hai visto quanti soldi! Misericordia!" esclamò uno dei due.

"Sì, a volte si ha fortuna!" disse l'altro; "L'unica cosa da fare é aspettare che la ragazzina e quel tale Nilsson si siano addormentati. Poi ci introduciamo nella casa e mettiamo le mani sul malloppo".

Si sedettero ad aspettare sotto una quercia del giardino. Cadeva una pioggerella sottile, e per giunta avevano una fame da lupi, così che aspettare non era proprio piacevole; ma ciononostante il pensiero di quel mucchio di denari li teneva di buon umore.

Ad una ad una si spensero le luci, nelle ville vicine, ma Villa Villacolle rimaneva illuminata. Infatti Pippi stava imparando a ballare la tarantella, e non intendeva andare a dormire finché non fosse stata sicura d'averla imparata alla perfezione. Ma finalmente fu buio anche a Villa Villacolle.

I ladri attesero ancora parecchio per essere proprio certi che il Signor Nilsson si fosse addormentato. Ma infine arrivarono furtivamente all'ingresso della cucina e si accinsero ad aprirla con i loro arnesi da scassinatori. Uno di loro "che fra l'altro si chiamava Blum" si trovò nel frattempo per pura combinazione a provare la maniglia. E questa cedette, perché la porta non era affatto chiusa a chiave.

"E poi si crede che la gente sia intelligente!" mormorò all'orecchio del compagno. "Pensa che la porta é aperta!"

"Tanto meglio per noi!" rispose l'altro, un tipaccio dai capelli neri, che veniva chiamato TuonoKarlsson da quelli che lo conoscevano bene.

TuonoKarlsson accese la sua lampadina tascabile, e i due ladri scivolarono nella cucina, che era deserta. Accanto c'era la stanza da letto di Pippi, e li si trovava anche il lettino da bambola del Signor Nilsson.

TuonoKarlsson socchiuse la porta, e gettò uno sguardo attento nell'interno della camera. Ma tutto sembrava quieto e silenzioso, così ch'egli osò far scorrere il raggio della sua lampadina tascabile per la stanza. Quando il fascio di luce raggiunse il letto di Pippi, i due vagabondi, con somma meraviglia, non videro altro che un paio di piedi riposare sul guanciale. Come al solito, Pippi teneva la testa sotto le coperte, ai piedi del letto.

"Questa dev'essere la bambina" sussurrò TuonoKarlsson a Blum.

"Dorme della grossa. Ma dove credi sia mai Nilsson?"

"Il Signor Nilsson, col vostro permesso" notò la voce tranquilla di Pippi, da sotto le coperte, "il Signor Nilsson sta dormendo nel lettino verde della bambola".

I vagabondi si presero un tale spavento, che stavano per precipitarsi fuori senza por tempo in mezzo; ma poi rifletterono su quanto Pippi aveva detto. Che il Signor Nilsson, cioé, se ne stava dormendo in un lettino da bambola. E subito, infatti, la luce della lampadina andò a illuminare il lettino da bambola e la scimmietta che vi giaceva coricata.

TuonoKarlsson non poté trattenere una risata. "Blum" esclamò, "il Signor Nilsson é una scimmia! Ahahah!"

"E che cosa credevi che fosse" disse la voce sempre calma di Pippi sotto le coperte, "una falciatrice?"

"Non sono in casa, il papà e la mamma?" s'informò Blum.

"No" disse Pippi. "Sono via! Assolutamente via".

TuonoKarlsson e Blum ne furono così rallegrati, che si misero a chiassare come due galline.

"Stammi a sentire, pupa bella" disse TuonoKarlsson, "vieni fuori, così possiamo fare quattro chiacchiere".

"No, ora dormo" rispose Pippi.

"Ma se si tratta ancora di indovinelli, potete cominciare dall'indovinare questo: Qual é quella cosa che cammina, cammina, eppure non raggiunge mai la porta?"

A questo punto Blum sollevò risolutamente la coperta di Pippi.

"Sai ballare la tarantella?" gli chiese allora Pippi guardandolo seriamente negli occhi. "Io sì!"

"Tu chiedi molte cose" disse TuonoKarlsson, "ma anche noi vogliamo farti una domanda; questa, per esempio: dove tieni il denaro ch'era per terra poco fa?"

"Nella valigia, su quell'armadio" rispose Pippi in tutta sincerità.

TuonoKarlsson e Blum sogghignarono.

"Spero, tesoro, che tu non abbia nulla in contrario se la prendiamo" disse TuonoKarlsson.

"Per carità" rispose Pippi: "proprio nulla!"

Così Blum andò all'armadio e tirò giù la valigia.

"Spero, tesoro, che tu non abbia nulla in contrario, se la riprendo" disse Pippi scendendo dal letto e andando verso Blum.

Blum non capì bene come, ma ecco che la valigia, con uno strano passaggio rapidissimo, fu d'un tratto in mano a Pippi.

"Non facciamo scherzi!" s'infuriò TuonoKarlsson. "Qua la valigia!"

Afferrò con forza Pippi per un braccio, e cercò quindi d'impossessarsi del sospirato bottino.

"Scherza su e scherza giù" canterellò Pippi, e sollevò TuonoKarlsson sull'armadio. Un attimo dopo vi si trovò seduto anche Blum. A questo punto i due ladri cominciarono ad aver paura: capivano infatti che Pippi non era una bambina come le altre. Ma la valigia aveva un tale fascino, da far dimenticare loro la paura.

"Via, Blum!" gridò improvvisamente TuonoKarlsson, e tutti e due balzarono dall'armadio addosso a Pippi, che teneva in mano la valigia. Ma Pippi li respinse con l'indice, così ch'essi si ritrovarono seduti nei due angoli opposti della stanza. Inoltre, prima che avessero il tempo di rialzarsi, Pippi aveva tirato fuori una corda e, veloce come il pensiero, aveva legato ben strette le gambe e le braccia ai due ladri. ora sì che la musica era cambiata!

"Gentilissima, cara signorina, voglia scusarci: scherzavamo!" implorò TuonoKarlsson. "Non ci faccia male, siamo solo due poveri, disgraziati vagabondi entrati qui per chiedere un tozzo di pane!"

Blum cominciò persino a versare qualche lacrimuccia.

Pippi, riposta per benino la valigia sull'armadio, si rivolse ai suoi prigionieri:

"Qualcuno di voi sa ballare la tarantella?"

"Mah" rispose TuonoKarlsson, "tutti e due la balliamo, credo".

"Com'é divertente!" esclamò Pippi battendo le mani. "Vogliamo ballarla un po'? Pensate che stavo proprio imparando!"

"Sì, sì, certo" accondiscese TuonoKarlsson, confuso.

Allora Pippi prese un paio di grosse forbici, e tagliò la corda che teneva legati i suoi ospiti.

"Però non abbiamo la musica" osservò Pippi, perplessa. Ma le venne un'idea.

"Tu soffia sul pettine" disse a Blum, "mentre io ballo con quello là". E indicò TuonoKarlsson.

Sì, Blum soffiò sul pettine, e lo fece con tale entusiasmo da rintronare tutta la casa. Il Signor Nilsson si svegliò e si rizzò a sedere sul letto, in tempo per vedere Pippi che volteggiava con TuonoKarlsson. Era seria e compresa come se si trovasse ad un funerale, e ballava con un'energia come se fosse questione di vita o di morte.

Alla fine Blum non riuscì più a soffiare sul pettine e protestava di sentire un infernale solletico alle labbra; e TuonoKarlsson, che aveva girovagato per le strade tutto il giorno, cominciò ad avvertire una certa stanchezza alle gambe.

"Vi prego, miei cari, ancora un minuto solo!" implorò Pippi, continuando a ballare. Così Blum e TuonoKarlsson furono costretti a continuare.

Quando furono le tre di notte, Pippi disse:

"Oh, potrei andare avanti fino a giovedì! Ma forse voi sarete stanchi e avrete fame!"

Così era infatti, benché i due non osassero quasi confessarlo.

E Pippi tirò fuori dalla dispensa pane, formaggio, burro, prosciutto, arrosto freddo e latte, e tutti e tre si misero a sedere intorno al tavolo di cucina e mangiarono, finché non divennero tondi come barilotti.

A un certo momento Pippi si versò latte in un orecchio.

"Fa bene per gli orecchioni" disse "Poverina, ti sono venuti gli orecchioni?" s'informò premurosamente Blum.

"No" disse Pippi, " ma possono sempre venirmi".

Alla fine i due vagabondi si alzarono, ringraziarono molto per lo spuntino e cominciarono a congedarsi.

"Che bellezza che siate venuti! Ma dovete proprio andarvene?" chiese Pippi in tono dispiaciuto. "Non ho mai visto anima viva ballare la tarantella come te, porchetto mio di zucchero!" disse a TuonoKarlsson.

"E tu devi esercitarti assiduamente a suonare il pettine" disse a Blum, "così non ti farà più il solletico!"

I due ladri erano già all'ingresso, quando Pippi li raggiunse come un razzo e consegnò a ciascuno di essi una moneta d'oro.

"Ve la siete proprio guadagnata" disse.

 

9. Pippi festeggia il suo compleanno

 

Un giorno Tommy ed Annika trovarono una lettera per loro nella cassetta della posta.

"Per Tomy e Anika" c'era scritto sulla busta. Nella busta c'era un cartoncino con poche righe:

"Tomy e Anika devono venire dommani pomerigo da Pippi, per il suo compliano. Abiti: cueli che volete".

Tale fu la gioia di Tommy e di Annika, che cominciarono a saltare e a ballare. Capivano benissimo ciò che stava scritto sul cartoncino, per quanto fosse redatto così stranamente. Pippi aveva sudato sette camicie a scriverlo. Se anche quella volta a scuola non aveva preso troppo sul serio la lettera "i", la verità era che un pochino sapeva scrivere. Ancora al tempo in cui navigava, un marinaio di suo padre era solito sedere con lei a poppa e ogni tanto, di sera, cercava di insegnarle a scrivere. Purtroppo Pippi non era una scolara molto paziente, e di punto in bianco poteva dire:

"No, Fridolf ù si chiamava infatti Fridolf, quel marinaio ù no, Fridolf, di questo non mi importa un fico secco! Preferisco arrampicarmi sull'albero maestro per vedere che tempo farà domani".

Perciò non c'é da stupirsi se le riusciva penoso scrivere: tutta una notte ci aveva messo a scribacchiare quel cartoncino d'invito, e all'alba, quando le stelle incominciavano a impallidire sul tetto di Villa Villacolle, si era avviata verso la villa di Tommy e di Annika per imbucare la lettera nella loro cassetta.

pippi scrive l'invito

Appena tornati da scuola, Tommy ed Annika cominciarono a farsi belli per la festa. Annika pregò la mamma di arricciarle i capelli; non solo la mamma glieli arricciò, ma le annodò anche fra i riccioli un grande nastro di seta rosa. Quanto a Tommy, si bagnò i capelli prima di pettinarli, affinché gli rimanessero piatti. Non gli piaceva assolutamente di averli ricci. Annika poi avrebbe desiderato indossare il suo vestito più bello, ma la mamma obiettò che non ne valeva la pena, perché, tanto, era raro che rincasasse dopo essere stata da Pippi, senza riportare a casa un vestito reso irriconoscibile!

Così Annika dovette accontentarsi del vestito che seguiva immediatamente quello più bello. Per Tommy non aveva una grande importanza l'abito da indossare: gli bastava che fosse solo un po' elegante.

Naturalmente avevano comperato un regalo per Pippi; i soldi li avevano estratti dai loro porcellino salvadanaio, e andando da casa a scuola erano corsi in un negozio di giocattoli sul Corso e avevano comperato un meraviglioso.... Beh, per il momento questo rimarrà un segreto. Ora il regalo stava in un pacco verde legato con molto spago, e quando alla fine Tommy ed Annika furono pronti, Tommy prese il pacco e i due bambini s'incamminarono, seguiti dalle calorose raccomandazioni della mamma di badare ai vestiti.

Era stato stabilito che Annika avrebbe dovuto anche lei portare il pacco per un tratto di strada, e che al momento di consegnarlo l'avrebbero retto tutti e due.

Era novembre inoltrato, e il crepuscolo scendeva presto. Quando Tommy ed Annika ebbero sorpassato il cancello di Villa Villacolle, si arrestarono un attimo tenendosi stretti per mano: perché il giardino di Pippi era buio, e i vecchi alberi, che stavano perdendo le loro ultime foglie, stormivano tristemente.

"E proprio autunno!" disse Tommy.

Era ancora più piacevole, così, vedere le finestre illuminate di Villa Villacolle e sapere che si stava andando a festeggiare un compleanno.

Di solito Tommy ed Annika usavano entrare dalla porta di cucina, ma quella volta entrarono per l'ingresso principale. La veranda era deserta e il cavallo non si vedeva. Tommy bussò educatamente alla porta, e dall'interno una voce tenebrosa si fece udire:

"Chi arriva nella notte scura a bussare alla mia porta? E' un fantasma per farmi paura, o un topino mezzo morto?"

"No, Pippi, siamo noi!" strillò Annika. "Apri!" Allora Pippi aprì.

"Oh, Pippi, perché parlavi di un fantasma?" disse Annika. "Ho preso un tale spavento!". Naturalmente dimenticò del tutto di fare gli auguri a Pippi.

Pippi rise di cuore e spalancò la porta della cucina. Che meraviglia entrare in un luogo illuminato e caldo! La festa si sarebbe svolta in cucina, perché cosi era più piacevole. C'erano infatti soltanto due stanze al pianterreno: una era il salotto, e lì c'era un mobile solo, l'altra era la camera da letto di Pippi. Ma la cucina era grande e spaziosa, e Pippi l'aveva messa così bene in ordine! Per terra aveva steso dei tappeti, e sulla tavola una tovaglia nuova, cucita da lei stessa. Veramente, i fiori che vi aveva ricamati erano un po' strani, ma Pippi sosteneva che tali fiori crescevano nell'India remota, e che li aveva eseguiti con scrupolosa precisione. Le tende erano tirate, e il fuoco scoppiettava nel camino.

Sulla legnaia era seduto il Signor Nilsson e batteva insieme due coperchi; in un angolo c'era il cavallo.

Anche lui era stato invitato alla festa, naturalmente.

Allora Tommy ed Annika si ricordarono che dovevano ancora fare gli auguri a Pippi. Tommy si inchinò e Annika fece una riverenza; poi consegnarono a Pippi il pacco verde, dicendo:

"Abbiamo l'onore di farti i nostri migliori auguri". Pippi ringraziò e scartò il pacchetto con impazienza, finché apparve... un carillon! Pippi era pazza di gioia: diede una manata a Tommy, e una manata ad Annika, e una manata al carillon. Poi lo caricò, e con un gran "plingplong" ne scaturì un motivo che voleva assomigliare a "Oh, mio caro Augustin!".

Pippi caricò e ricaricò il carillon, e pareva aver dimenticato tutto, al mondo; ma all'improvviso si ricordò di qualcosa.

"Tesorini, anche voi dovete avere un regalo per il compleanno" disse.

"Grazie, ma non é mica il nostro compleanno" dissero Tommy ed Annika.

Pippi li guardò stupita.

"Ma é il mio compleanno, a quanto mi consta" disse. "E allora posso ben farvi dei regali di compleanno.

Oppure c'é scritto in qualcuno dei vostri libri scolastici che é proibito? Forse che secondo le "mortificazioni" la cosa non funziona?"

"Ma no, naturalmente funziona benissimo" disse Tommy; "per quanto non si usi. Ma, per conto mio, mi fa molto piacere ricevere un regalo".

"Anche a me" aggiunse Annika. Allora Pippi corse in salotto a prendere due pacchetti, che stavano sul comò. Quando Tommy ebbe aperto il suo, vi trovò una specie di piccolo flauto d'avorio, e in quello di Annika c'era una bella spilla a forma di farfalla. Pietre azzurre e verdi erano incastonate nelle ali della farfalla.

Ora che tutti avevano ricevuto il loro regalo, ci si poteva mettere a tavola, sulla quale troneggiava una immensa quantità di dolci e bombe.

La forma dei dolci era molto curiosa, ma Pippi spiegò che così appunto usavano farli in Cina.

i dolci di Pippi

Poi Pippi versò nelle tazze della cioccolata con la panna, e giunse il momento di sedersi. Ma allora Tommy disse:

" Quando mamma e papà danno una cena, ogni cavaliere riceve un biglietto con su scritto il nome della dama che deve accompagnare a tavola.

Penso che anche noi dovremmo riceverne uno".

"D'accordissimo" disse Pippi.

"Per quanto la nostra situazione sia un po' complessa, non essendoci che io, di cavalieri" osservò Tommy, incerto.

"Storie!" esclamò Pippi. "Quasi che il Signor Nilsson fosse una Signorina!"

"Vero, dimenticavo il Signor Nilsson" disse Tommy. Si sedette dunque sulla legnaia e scrisse su un biglietto:

"Il Signor Settergren ha il piacere di avere la Signorina Calzelunghe per dama. Il Signor Settergren sono io" disse tutto soddisfatto, mostrando il biglietto a Pippi. E sull'altro scrisse: "Il Signor Nilsson ha il piacere di avere la Signorina Settergren per dama".

"Bene, ma anche il cavallo deve avere il suo biglietto" disse decisamente Pippi "Anche se non potrà sedersi a tavola con noi".

E Tommy scrisse sotto dettatura di Pippi il seguente biglietto

"Il cavallo ha il piacere di restare nell'angolo, e riceverà dolci e zuccherini"

Pippi sventolò il biglietto sotto il naso del cavallo dicendo:

"Leggi, e dì che cosa ne pensi!"

E poiché il cavallo mostrò di non avere alcuna osservazione da fare, Tommy offri il braccio a Pippi e si avviò a tavola; e siccome il Signor Nilsson non accennava a fare lo stesso, Annika lo sollevò di peso e lo portò fino alla tavola. Sulla quale egli si sedette, disdegnando di servirsi delle sedie. Rifiutò anche la cioccolata con la panna, ma quando Pippi versò dell'acqua nella sua tazza, la sollevò con le due mani e bevve.

Annika, Tommy e Pippi mangiarono a quattro palmenti, e Annika dichiarò che se era vero che in Cina si facevano tali dolci, vi si sarebbe trasferita da grande.

Quando il Signor Nilsson ebbe vuotata la sua tazza, la capovolse e se la mise in testa. A quella vista, Pippi fece lo stesso, ma non avendo terminato tutta la sua cioccolata, un rigagnoletto bruno le scese dalla fronte, e andò a raggiungere il naso. Allora Pippi tirò fuori la lingua e lo bloccò lì.

"Non bisogna sprecare nulla" disse.

Tommy ed Annika leccarono alla perfezione le loro tazze, prima di mettersele in testa.

Quando tutti furono sazi e soddisfatti, e il cavallo ebbe ciò che gli spettava, Pippi afferrò con decisione le quattro cocche della tovaglia e la sollevò, di modo che le tazze e i piattini si urtarono, chiusi come in un sacco. Poi Pippi nascose il fagotto nel cassone della legna.

"Mi piace fare un po' d'ordine appena pranzato" disse.

Ora non restava altro che mettersi a giocare. Pippi propose di giocare a "non toccare il pavimento". Un gioco molto semplice: consisteva nel fare il giro della cucina, senza toccare nemmeno una volta, la terra col piede. cominciò, facendo tutto il giro in un batter d'occhio; ma anche Tommy ed Annika ci riuscirono.

Si incominciava dall'acquaio, stendeva al massimo la gamba, so sporgeva fino al forno, e dal forno si arrivava al cassone della legna, e dalla cassa all'attaccapanni, da qui si scendeva sulla tavola e di là, attraverso due sedie, si toccava l'armadio d'angolo. Tra l'armadio d'angolo e l'acquaio c'era una distanza di parecchi metri. ma lì fortunatamente si trovava il cavallo, e se ci si arrampicava per la coda e poi ci si lasciava scivolare dal collo, e lui si scrollava al momento giusto, si andava a cadere proprio sull'acquaio.

Dopo essersi divertiti per un pezzo, e dopo che il vestito di Annika fu sceso al quarto posto dal secondo che aveva occupato dopo quello bello, e Tommy fu diventato nero come uno spazzacamino, decisero d'inventare un altro gioco.

"Se andassimo in soffitta a dare un salutino ai fantasmi?" propose Pippi.

"Ci... ci... sono davvero fantasmi in soffitta?" balbettò Annika.

"Se ci sono! Un reggimento" disse Pippi. "E tutto un formicolare di fantasmi e spettri di diversa qualità, lassù. Ci si sbatte contro ad ogni passo: vogliamo andarci?"

"Oh!" ansimò Annika guardando Pippi con aria di rimprovero.

"La mamma dice che non esistono né spettri né fantasmi" disse Tommy spavaldamente.

"Credo bene" disse Pippi. "Non ce ne sono da nessuna parte, perché tutti quelli che esistono abitano nella mia soffitta. E non conviene pregarli di traslocare; tanto, non sono pericolosi: danno soltanto dei pizzicotti sulle braccia, al punto da lasciare un bel segno blu. E poi ululano, e giocano ai birilli con le proprie teste".

"Gio... gio... giocano a birilli con le proprie teste?" mormorò Annika.

"Sì, proprio così" confermò Pippi. "Venite che andiamo su a chiacchierare un po' con loro; io sono maestra a giocare a birilli".

Tommy non voleva mostrare d'aver paura, e d'altra parte aveva una gran voglia di vedere un fantasma.

Così avrebbe avuto qualcosa d'eccezionale da raccontare ai suoi compagni di scuola. Inoltre gli faceva coraggio il pensiero che i fantasmi non avrebbero osato attaccare Pippi. Decise così d'andare.

La povera Annika, invece, non voleva saperne a nessun patto, ma poi pensò che poteva anche darsi che un piccolissimo fantasma scendesse da lei, mentre rimaneva sola a sedere in cucina. E questo bastò a convincerla, perché preferiva essere in mezzo a migliaia di fantasmi in compagnia di Pippi e Tommy, piuttosto che sola in cucina con il più piccolo bambino fantasma.

Pippi si mosse per prima e aperse la porta delle scale che conducevano in soffitta. Era buio pesto. Tommy si aggrappava a Pippi e Annika si aggrappava ancor più forte a Tommy, mentre i gradini scricchiolavano e cigolavano ad ogni passo. Tommy cominciò a dubitare che sarebbe stato meglio lasciar perdere; quanto ad Annika, non aveva alcun dubbio sull'argomento.

Poco dopo la scala terminò e si trovarono in soffitta. Anche qui l'oscurità era completa, ad eccezione di un sottile raggio di luna che tagliava obliquamente il pavimento; il vento sibilava e fischiava attraverso tutte le fessure.

"Ehi! Tutti voi fantasmi!" gridò Pippi.

Ma, se anche ce n'era qualcuno, nessuno rispose.

"Esattamente come pensavo" disse Pippi: "sono andati alla riunione del Comitato Direttivo dell'Associazione Spettri e Fantasmi".

Annika si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo, e in cuor suo pregò che la riunione si protraesse a lungo. Ma proprio in quell'istante si udi uno spaventoso versaccio in un angolo lontano della soffitta.

"Cvitt!" faceva, e un attimo dopo, nella penombra, qualcosa sbatté contro Tommy frusciando. Egli sentì come una ventata sulla fronte, e poi vide una sagoma nera sparire attraverso una finestrella spalancata.

"Un fantasma! Un fantasma!" gridò a perdifiato.

E Annika gli fece eco.

"Poveretto, questo arriva in ritardo alla riunione!" disse Pippi.

"Se poi si trattava davvero di un fantasma, e non piuttosto di una civetta. Del resto, dato che i fantasmi non esistono" continuò un attimo dopo, "sono sempre più convinta che si trattasse di una civetta. E a chi osa dire che i fantasmi esistono, io darò una bella tirata d'orecchie".

"Ma l'hai detto tu stessa" osservò Annika.

"Vero, sono stata proprio io a dirlo!" disse Pippi. "In tal caso mi darò appunto una buona tirata d'orecchie".

E se le tirò energicamente.

Questo tranquillizzò alquanto Tommy ed Annika; presero anzi tanto coraggio, da osare avvicinarsi alla finestrella per ammirare il giardino dall'alto. Grandi nuvole nere vagavano per il cielo, facendo del loro meglio per oscurare la luna. Stormivano gli alberi.

Tommy ed Annika si voltarono, e proprio allora "che spavento!" videro una bianca forma umana che veniva loro incontro.

"Uno spettro!" gridò Tommy selvaggiamente.

Annika aveva tanta paura, da non riuscire nemmeno a gridare. La figura si avvicinava sempre più, e Tommy ed Annika allora si abbracciarono e chiusero gli occhi. Fu a questo punto che udirono lo spettro dire:

"Guardate cos'ho trovato: la camicia da notte di papà in un vecchio baule da marinaio. Se l'accorcio un po', posso anche portarla".

E Pippi si avvicinò, con la camicia che le fluttuava tra le gambe.

"Oh, Pippi, stavo per morire dal terrore!" disse Annika.

"Ma va! Le camicie da notte non sono mica pericolose" la tranquillizzò Pippi. "Mordono solo per legittima difesa".

Pippi decise di fare l'inventario del contenuto della cassa da marinaio. La sollevò sul davanzale della finestra e ne alzò il coperchio, così che l'interno venisse illuminato dalla scarsa luce della luna.

Prima apparve uno strato di vecchi abiti, che Pippi sparse sul pavimento; poi un cannocchiale, due o tre libri gualciti, tre pistole, una sciabola e un sacco di monete d'oro.

"Tiddelipum e tiddelidei!" esclamò Pippi soddisfatta della scoperta.

"Che bellezza!" disse Tommy.

Pippi raccolse il tutto nella sua nuova camicia da notte, e così i tre bambini ritornarono in cucina.

"Non lasciate mai le armi in mano ai bambini!" disse Pippi brandendo una pistola in ogni pugno. "Potrebbe anche succedere una disgrazia" aggiunse, premendo contemporaneamente i due grilletti. "Come fracasso, non c'é male" constatò, e guardò il soffitto, dov'erano visibili i due fori prodotti dai proiettili.

"Chissà" disse in tono speranzoso, "forse i proiettili hanno attraversato il soffitto e colpito un fantasma alle gambe. Così impareranno a pensarci, prima di spaventare i poveri bambini innocenti; perché, anche se non si esiste, questa non é davvero una buona ragione per spaventare a morte la gente, mi sembra. A proposito, vi farebbe piacere avere una pistola per ciascuno?" chiese.

Tommy era entusiasta dell'idea, e anche ad Annika sarebbe piaciuto possedere una pistola, a patto però che fosse scarica.

"Adesso possiamo formare una banda di briganti" disse Pippi, portando il binocolo agli occhi. "Con questo arrivo quasi a vedere le pulci del Sud America" proseguì. "Ci sarà utile, per la nostra banda".

In quel momento fu picchiato alla porta: era il padre di Tommy e di Annika che veniva a prendere i bambini per riportarli a casa. Disse che l'ora di andare a dormire era già trascorsa da un pezzo. Tommy ed Annika ringraziarono e dissero in fretta addio a Pippi, non senza aver riuniti prima gli oggetti ricevuti in dono: il flauto, la spilla e le pistole.

Pippi accompagnò i suoi ospiti fin sulla veranda, e li vide sparire tra gli alberi del giardino. Ma prima essi si voltarono e le fecero un cenno di saluto.

La luce della cucina la illuminava: se ne stava lì con le sue rigide treccine rosse, e ancora aveva addosso la camicia da notte di suo padre che le fluttuava tra le gambe. In una mano teneva la pistola e nell'altra la sciabola: si stava esercitando.

"Da grande farò il pirata" strillava. "E voi?"

 

10. Pippi va per compere

 

Una bella giornata di primavera, in cui il sole splendeva, gli uccelli cinguettavano e l'acqua scorreva in tutti i fossi, Tommy ed Annika irruppero da Pippi. Tommy aveva portato con sé un paio di zollette di zucchero per il cavallo, e insieme con Annika si soffermò un attimo nella veranda ad accarezzarlo, prima di entrare. Pippi era a letto e dormiva, quand'essi la videro: come al solito teneva i piedi sul guanciale e la testa in fondo al letto, sotto le coperte. Annika le pizzicò l'alluce e disse:

"Sveglia!"

Il Signor Nilsson era già sveglio, e s'era arrampicato sul lampadario, dove stava accoccolato.

Ma ecco che qualcosa cominciò a muoversi sotto le coperte, e poco dopo ne spuntò una testa rossa: Pippi sbatté i suoi occhi chiari, e la bocca le si spalancò in un largo sorriso.

"Oh Dio, siete stati voi a pizzicarmi i piedi! Sognavo ch'era mio padre che stava osservando se avevo i calli".

Si mise a sedere sul bordo del letto e si infilò le calze, una marrone ed una nera.

pippi si sveglia

 

"Ma calli non me ne vengono di certo, finché adopero queste" disse, infilando le sue scarpone nere, lunghe esattamente il doppio dei suoi piedi.

"Pippi" la interruppe Tommy, "che cosa facciamo oggi? Annika ed io abbiamo vacanza".

"Mah, é il caso di pensarci" disse Pippi. "Ballare intorno all'albero di Natale non possiamo, perché l'abbiamo scaraventato fuori tre mesi fa; a quell'epoca avremmo anche potuto pattinare sul ghiaccio. Potrebbe essere divertente andare in cerca d'oro, ma anche questo non funziona perché non sappiamo dove l'oro sia.

D'altra parte quasi tutto l'oro esistente si trova in Alaska, e non vale assolutamente la pena di andarci solo in cerca d'oro. No, mi sembra proprio che saremo costretti a scovare qualcos'altro".

"Sì, qualcosa di divertente!" pregò Annika.

Pippi meditava, pettinandosi i capelli in due grosse trecce, che alla fine le rimasero rigide e ritte in fuori.

"Che ne direste di andarcene in città a guardare i 'negonzi'?" propose.

"Senza un soldo?" chiese Tommy.

"Io ho tanti soldi quanti volete!" disse Pippi. E per darne una chiara dimostrazione corse alla sua valigia zeppa di monete d'oro e ne prese una bella manciata che ficcò nella grande tasca del suo grembiule, sulla pancia.

"Se solo avessi il mio cappello, potrei incamminarmi subito" disse.

Il cappello era scomparso dalla circolazione. Pippi guardò prima che in qualsiasi altro luogo nella cassa della legna, ma lì, caso strano, non c'era. Poi guardò nella paniera, in credenza, ma vi trovò soltanto una giarrettiera, una sveglia rotta e un biscotto della salute. Guardò perfino sull'attaccapanni, ma non v'era che una padella, un cacciavite e un pezzo di formaggio.

"Qui non c'é ordine, e non si trova un bel nulla!" esclamò Pippi di malumore. "Per quanto il pezzo di formaggio io l'abbia cercato a lungo, ed é una vera fortuna che sia tornato finalmente al suo posto".

"Ehi, cappello!" strillò. "Vuoi venire a far compere con noi, o no? Se non ti muovi subito, poi sarà troppo tardi!"

Nessun cappello si mosse.

"Va bene, stando cosi le cose, deve prendersela solo con se stesso, per la sua diabolica stupidaggine.

E non voglio sentir storie, al mio ritorno" disse recisamente Pippi.

Poco dopo si potevano vedere Tommy ed Annika trotterellare in direzione della città, seguiti da Pippi col Signor Nilsson sulla spalla.

Il sole brillava in tutto il suo splendore, il cielo era così azzurro, e i bambini così felici! L'acqua scorreva nel fosso lungo la strada, un fosso profondo.

"Adoro l'acqua" disse Pippi, e vi entrò senza indugio. L'acqua le arrivava sopra il ginocchio e Pippi, zampettandovi dentro con foga, spruzzava Tommy ed Annika.

"Mi immagino di essere una barca" disse inoltrandosi nel fosso. E proprio allora inciampò e scomparve sott'acqua.

"O, per essere più esatti, un sottomarino" proseguì senza scomporsi, appena poté tirar fuori il naso.

"Ma su, Pippi, ora sei tutta fradicia" disse Annika vivamente preoccupata.

"Beh, c'é qualcosa di male?" chiese Pippi. "Chi ha mai detto che i bambini debbano essere necessariamente asciutti? I massaggi con l'acqua gelata fanno bene alla salute, ho sentito dire. Soltanto nel nostro paese si sono messi in mente che non bisogna che i bambini camminino nei fossi; in America i fossi straripano di bambini a tal punto, che non c'é più posto per l'acqua.

Ci stanno tutto l'anno; d'inverno naturalmente si congelano, e soltanto le teste escono dal ghiaccio: così le mamme sono costrette a portar loro il minestrone e le polpette, perché i bambini non sono in grado di tornare a casa per la cena.

Ma sono sani come pesci, sicuro!"

La cittadina aveva proprio un aspetto piacevole, sotto il sole primaverile. Le stradine anguste, pavimentate con sassi rotondi, si snodavano come potevano tra le file di case. Nei giardinetti, che circondavano quasi tutte le case, spuntavano bucaneve e crocus. C'erano parecchi negozi, nella cittadina, e in quella bella giornata primaverile molta gente ne entrava e usciva correndo, e i campanelli degli ingressi suonavano in continuazione. Le signore arrivavano col cestino al braccio per comperare caffé, zucchero, soda e burro. Anche parecchi bambini erano usciti a comperarsi della liquirizia o un pacchetto di gomma americana; ma la maggior parte di essi, non avendo soldi da spendere, era costretta a rimanere fuori dai negozi, contentandosi di guardare le buone cose esposte.

Proprio nel momento che il sole splendeva nel suo maggior fulgore, tre figurette spuntarono nel Corso; erano Tommy, Annika e Pippi, ma Pippi così bagnata, da lasciare un ruscelletto lungo tutto il suo percorso.

"Siamo proprio fortunati"disse Annika: "guarda quanti negozi! E noi che abbiamo una tasca del grembiule piena di monete d'oro!"

A questo pensiero Tommy si rallegrò talmente, da spiccare un salto di gioia.

"Allora, se incominciassimo?" disse Pippi. "Prima di tutto vorrei comperarmi un bel pianoforte".

"Ma sei poi capace di suonarlo?" chiese Tommy.

"Non posso saperlo, se non ho mai provato" rispose Pippi. "Non ho mai posseduto un piano su cui provare. E sai, Tommy, per suonare un piano senza piano ci vuole un bell'esercizio, prima di imparare!"

Non si vedeva alcun deposito di pianoforti. Capitarono invece davanti ad una profumeria, nella cui vetrina figurava un gran vaso di pomata contro le lentiggini, con accanto un cartello che diceva:

"Soffrite di Lentiggini?"

"Cosa dice quel cartello?" chiese Pippi, molto interessata.

"C'é scritto: Soffrite di lentiggini?" disse Annika.

"Davvero!" borbottò Pippi, meditabonda. "Beh, una domanda educata richiede una risposta educata. Venite che entriamo".

Spinse la porta ed entrò, seguita da Tommy e da Annika. Dietro al banco stava in piedi una signora anziana, e Pippi si rivolse a lei.

"No" disse, con decisione.

"Vuoi qualche cosa?" chiese la signora, piuttosto perplessa.

"No, le ripeto" disse Pippi.

"Non capisco che cosa tu intenda" disse la signora.

"No, non soffro di lentiggini" si spiegò meglio Pippi.

Allora la signora capì; ma poi lo sguardo le cadde sulla faccia di Pippi e sbottò in una sonora risata:

"Ma se hai il viso coperto di lentiggini, bambina mia!"

"Sicuro" disse Pippi, "ma non ne soffro: anzi mi piacciono. Buongiorno!"

E si girò per uscire; ma sulla porta si arrestò e gridò:

"Se invece vi dovesse arrivare qualche porcheriola per avere ancora più lentiggini, vi prego di mandarmene a casa sette o otto barattoli!"

Pippi proseguì, per non fermarsi che davanti ad un negozio di caramelle. Qui stava un'intera fila di ragazzini, sprofondati nella contemplazione di tutte quelle leccornie che intravvedevano oltre al vetro: grosse scatole di caramelle rosse o verdi, lunghe file di cioccolatini, montagne di gomma americana e dei più invoglianti bastoncini di liquirizia. E tutti quei bambini che stavano lì a guardare, di tanto in tanto si lasciavano sfuggire un pesante sospiro; perché non avevano denaro, nemmeno la più piccola monetina da cinque lire.

"Pippi, vogliamo entrare in questo negozio?" disse Tommy con entusiasmo, tirandola per il vestito.

"Sì, ci entreremo!" esclamò Pippi enfaticamente. "Ci entreremo e ci rimarremo!"

E così fecero.

"Per favore, vorrei diciotto chili di caramelle" disse Pippi, esibendo una moneta d'oro. La commessa spalancò la bocca: non era abituata a veder comperare tante caramelle in una volta sola.

"Vuoi dire che desideri diciotto caramelle?" chiese.

"Voglio dire che desidero diciotto chili di caramelle" rispose Pippi, e posò la moneta sul banco. Allora la commessa si affrettò a versare caramelle su caramelle in grandi sacchetti di carta; Tommy ed Annika le stavano alle costole e le indicavano le qualità che preferivano.

pippi compra le caramelle

Quelle rosse, specialmente, erano davvero deliziose! Dopo averle succhiate un po', ci si trovava in bocca un sapore squisito. E poi ce n'erano alcune verdi, acidule, affatto malvage. E le gelatine di lampone e le barchette di liquirizia non erano nemmeno da buttar via.

"Prendiamone tre chili di ogni tipo" propose Annika. E Pippi approvò.

"Nel caso poi potesse gentilmente farmi avere sessanta leccaùlecca, e settantadue bastoncini di liquirizia" disse Pippi, "non mi occorrerebbe altro che centotré sigarette di cioccolata, circa.

Però, quello di cui avrei proprio bisogno sarebbe una piccola carriola per trasportare tutto".

La commessa dichiarò che senza dubbio sarebbe stato possibile comperare una piccola carriola nel negozio di giocattoli lì accanto.

Fuori dal negozio di caramelle s'era intanto adunata una gran massa di bambini a guardare attraverso il vetro; stavano per svenire dall'eccitazione, al vedere come Pippi faceva le sue spese. Pippi corse veloce nel negozio di giocattoli, comperò una carriola e vi caricò tutti i suoi pacchi. Poi si guardò intorno

e gridò:

"Se c'é qui qualche bambino che non succhia caramelle, é pregato di farsi avanti".

Nessuno si mosse.

"Straordinario!" esclamò Pippi.

"Beh, c'é almeno qualche bambino che le succhia?"

Allora se ne fecero avanti ventitré, compresi Tommy ed Annika, naturalmente.

"Tommy apri i pacchi!" disse Pippi.

Tommy ubbidì. E qui iniziò un tale furore di mangiar caramelle, che mai se n'era visto l'uguale nella cittadina. Tutti i bambini se ne riempirono la bocca di rosse con lo squisito ripieno, di verdi acidule, di barchette di liquirizia, di gelatine di lampone, di non importa che cosa. E poi era sempre bene tenere una sigaretta di cioccolata all'angolo della bocca, perché il sapore di cioccolata, unito a quello di gelatina di lampone, aveva un gusto delizioso. Da ogni parte arrivavano correndo altri bambini, e Pippi aveva il suo daffare a distribuire le caramelle a piene mani.

"Mi sembra sia il caso di comperarne ancora diciotto chili" disse; "altrimenti non ne rimangono per domani".

E infatti ne comperò altri diciotto chili, ma nemmeno così ne rimase un gran che per il giorno dopo.

"Adesso andiamo nel prossimo 'negonzio'" disse Pippi, e si avviò a gran passi verso "La Bottega del Giocattolo". Tutti i bambini la seguirono. C'era ogni ben di Dio: treni elettrici e piccole auto, bamboline ben vestite, servizi da bambole, pistole a polvere, soldatini di piombo, cani ed elefanti di pezza, segnalibri e fantoccetti di carbone che movevano gambe e braccia tirando una cordicella.

"In che cosa posso servirvi?" chiese la commessa.

"Beh, in un po' di tutto" rispose Pippi, guardando gli scaffali in giro per farsi un'idea. "Siamo per esempio rimasti a corto di fantocci, e di pistole a cartucce. Ma credo non sia un guaio senza rimedio".

Detto ciò, Pippi trasse di tasca una gran manciata di monete d'oro e ai bambini fu permesso d'indicare quello che desideravano di più. Annika si decise per una stupenda bambola dai riccioli d'oro e dal vestito di seta rosa. Premendole la pancia chiamava "mamma". Tommy desiderava un fucile ad aria compressa e una macchina a vapore, e li ottenne.

Anche gli altri bambini espressero i loro desideri, e quando Pippi ebbe terminato di far le sue compere, non rimase molta merce, nel negozio. Appena qualche segnalibro e alcuni cubi da costruzione.

Pippi non comperò nulla per sé, ma il Signor Nilsson ricevette uno specchio.

All'ultimo momento Pippi donò un'ocarina ad ogni bambina, e quando i bambini uscirono si misero a suonare tutti insieme, mentre Pippi segnava il tempo. Ciò provocò un tale chiasso nel Corso, che alla fine un poliziotto arrivò per vedere che cosa stesse accadendo.

"Che razza di baccano!" gridò.

"E la marcia di parata del reggimento di Kronberg" disse Pippi, "ma non credo che tutti i ragazzini l'abbiano capito. Una gran parte é convinta di suonare "Romba come tuono, fratello".

"Smettetela immediatamente!" gridò il poliziotto tappandosi le orecchie. Pippi gli diede dei colpetti rassicuranti sulle spalle:

"Sii contento" disse "che non abbiamo comperato dei tromboni!"

Ad una ad una le ocarine tacquero; alla fine si udì soltanto il flebile suono dell'ocarina di Tommy. Il poliziotto dichiarò con voce assai ferma che erano proibiti gli assembramenti nel Corso, e che tutti i bambini dovevano tornarsene a casa.

Essi non protestarono, d'altronde: erano ansiosi di provare i loro trenini, o di guidare un po' le macchine o di preparare il letto alle bambole nuove. Se ne andarono dunque a casa tutti felici e soddisfatti, e nessuno cenò, quella sera.

Anche per Pippi, Tommy ed Annika era giunta l'ora di tornare a casa. Pippi si trascinava dietro la carriola e, passando dinanzi alle varie insegne, cercava di decifrarle come poteva.

"Far  ma  ci  a" sillabò. "Ma va, non é lì che si comperano le 'madicine'?"

"Sì, é li che si comperano le medicine" confermò Annika.

"Ohi, allora devo entrare a comperarne qualcuna" esclamò Pippi.

"Ma non sei mica malata!" osservò Tommy.

"Ciò che non si é, si può diventarlo" sentenziò Pippi. "C'é un mucchio di gente che si ammala e muore soltanto perché non ha comperato le 'madicine' al momento giusto. Non voglio che mi capiti lo stesso".

Il farmacista s'attardava ad impastare le pillole; ne avrebbe impastate sì e no ancora mezza dozzina, perché era tempo di chiudere. Ma proprio allora vide Pippi, Tommy ed Annika che si avvicinavano al banco.

"Vorrei comperare quattro litri di 'madicina'" disse Pippi.

"Che specie di medicina?" chiese il farmacista in tono piuttosto sgarbato.

 

"Mah, qualcosa che vada bene per le malattie" disse Pippi.

"Insomma che razza di malattie?" insistette il farmacista sempre più spazientito.

"Beh, dovrebbe servire per la tosse canina, per le bolle ai piedi, per il mal di pancia, per il morbillo, e anche nel caso capiti di ficcarsi un pisello su per il naso e cose del genere. Se poi servisse anche per lucidare i mobili, mi andrebbe proprio bene. Ma in primo luogo dev'essere una 'madicina' pratica".

Il farmacista fece notare a Pippi che una medicina universale come voleva lei non esisteva, che ce n'era una per ogni singola malattia; quando poi Pippi ebbe elencata un'altra decina di disturbi e di malanni, egli allineò sul banco una batteria di bottiglie. Su una parte di esse scrisse "Uso esterno", il che significava che quelle medicine potevano essere applicate solo esternamente.

Pippi pagò, prese le sue bottiglie, ringraziò ed uscì. Tommy ed Annika la seguirono. Il farmacista diede un'occhiata all'orologio, e ne dedusse ch'era proprio tempo di andarsene. Chiuse dunque a chiave la porta alle spalle dei bambini, pregustando la gioia di tornarsene a casa a mangiare un boccone.

Appena uscita, Pippi posò per terra le bottiglie accanto a sé.

"Oh Dio, mi sono dimenticata la cosa più importante!" esclamò.

Poiché la porta era ormai chiusa, premette con forza e insistenza il campanello: Tommy ed Annika sentirono bene in quale maniera penetrante esso trillasse nell'interno della farmacia. Un secondo dopo si aperse uno sportellino nella porta: lo si usava per il servizio notturno, nel caso di mali improvvisi. Il farmacista sporse il capo: era tutto rosso in faccia.

pippi e i flaconi

"Che cosa vuoi adesso?" chiese a Pippi, arrabbiatissimo.

"Oh, scusami, caro 'farmocista', ma mi é venuta in mente una cosa; tu che sai tutto sulle malattie, qual é la cosa migliore, quando si ha mal di pancia: mangiare una salsiccia calda, o mettere la pancia a mollo nell'acqua fredda?"

Il farmacista divenne paonazzo in volto.

"Sparisci" gridò, "e subito! Altrimenti!..."

E richiuse lo sportello.

"Accipicchia, com'é furioso!" osservò Pippi. "Pare quasi che ce l'abbia con me!"

Suonò nuovamente, e non trascorse molto, che il farmacista riapparve allo sportello. Ora era più che paonazzo.

"La salsiccia é forse un po' difficile da digerire" ammise Pippi, lanciandogli un'occhiatina amichevole. Il farmacista non fece motto, ma sbatté lo sportello violentemente.

"Va bene" disse Pippi stringendosi nelle spalle, "io comunque provo. Se l'esperimento fallirà, sarà colpa sua".

Poi si sedette tranquillamente sugli scalini della farmacia, e allineò davanti a sé tutte le sue bottigliette.

"Pensa un po' che poco senso pratico hanno gli adulti" disse: "qui ci sono, fammi vedere, otto bottigliette, e il tutto potrebbe stare benissimo in una bottiglia sola. Una fortuna possedere ancora un po' di quel che si dice buon senso popolare".

Detto ciò, tolse i tappi dalle varie bottigliette, e ne versò i contenuti in un'unica bottiglia. La scosse con forza, poi la sollevò alla bocca e ne bevve a lunghe sorsate. Annika, che sapeva come una parte delle medicine si dovesse usare soltanto esternamente, cominciò a impensierirsi.

"Ma Pippi" disse, "come fai a sapere se non c'é nulla di velenoso, in quella medicina?"

"Lo saprò" disse Pippi allegramente. "Lo saprò al più tardi domani.

Se allora sarò ancora viva, vorrà dire che non era velenosa; e in tal caso potrebbero berne anche i bambini appena nati".

Tommy ed Annika rimuginarono alquanto sopra questo concetto. Dopo un po', Tommy chiese con voce esitante e lievemente impaurita:

"Va bene, ma nel caso che fosse velenosa, che cosa succederebbe?"

"Allora potreste utilizzare ciò che rimane nella bottiglia per lucidarci il mobile del salotto. Velenosa o no, questa 'madicina' non sarà stata comperata invano".

Prese la bottiglia e la sistemò nella carriola. Già vi erano stati caricati la macchina e il fucile di Tommy, la bambola di Annika e un sacchetto con cinque caramelline rosse. Anche il Signor Nilsson stava seduto nella carriola: era stanco e voleva venir trasportato.

"D'altra parte devo dirvi che sono convinta che questa 'madicina' sia proprio buona: mi sento già molto più in gamba, anzi in gambissima" disse Pippi, dimenando in qua e in là il sederino. Poi si avviò con la carriola, sempre ancheggiando, verso Villa Villacolle. Tommy ed Annika le camminavano accanto, sentendo un vago, misterioso, dolorino alla pancia.

 

 

11. Pippi fa naufragio

 

Ogni giorno, appena terminata la scuola, Tommy ed Annika correvano a Villa Villacolle; non volevano fare i compiti a casa loro, ma portavano i libri scolastici da Pippi.

pippi

"Sta bene" diceva Pippi, "sedetevi pure qui a studiare, così che un po' della vostra scienza mi si appiccichi. Non ch'io dia l'impressione d'averne bisogno, ma pare che non si riesca a diventare Una Signorina Proprio Per Bene se non si impara quanti Ottentotti vivono in Australia".

Tommy ed Annika sedevano al tavolo di cucina con i loro libri di geografia spalancati, e Pippi era accoccolata in mezzo alla tavola con le gambe incrociate.

"Per quanto, metti che io abbia appena imparato quanti Ottentotti esistano in Australia" disse meditabonda, puntandosi un dito sul naso, "e poi uno di essi va a beccarsi una polmonite e muore: allora é tutto inutile, e io me ne rimango qui a sedere senza essere per niente Una Signorina Per Bene".

Ci pensò su ancora.

"Qualcuno dovrebbe andare a dire agli Ottentotti di comportarsi in modo tale da non provocare degli errori sui vostri libri di scuola" disse.

Il divertente cominciava quando Tommy ed Annika avevano terminato di fare i loro compiti. Se il tempo era bello, stavano in giardino, cavalcavano un po' o si arrampicavano sul tetto della lavanderia e rimanevano lì seduti a bere il caffé; oppure salivano sulla vecchia quercia cava. Pippi sosteneva che si trattava di un albero eccezionale, perché vi crescevano dentro le gazzose; ed era la pura verità, perché ogniqualvolta i bambini scendevano nel nascondiglio della quercia, stavano lì ad aspettarli tre gazzose. Tommy ed Annika non riuscivano a capire dove andassero poi a finire le bottiglie delle gazzose, ma Pippi diceva che appassivano, appena vuotate. Sì, era proprio un albero straordinario, così pensavano anche Tommy ed Annika: a volte vi crescevano pure dei cioccolatini, ma questo accadeva soltanto di giovedì, diceva Pippi, e Tommy ed Annika erano ben contenti di andare a cogliere cioccolatini ogni giovedì. Pippi assicurava che chi avesse avuto la pazienza di innaffiare l'albero con cura, avrebbe ottenuto di farvi crescere dei panini, e persino un po' di arrosto di vitello. Se invece pioveva, erano costretti a rimanere in casa, ma nemmeno così si annoiavano. Si potevano ammirare tutti i begli oggetti racchiusi nel comò di Pippi, oppure a sedere di faccia al forno ad osservare Pippi che impastava le frittelle o friggeva le mele, oppure arrampicarsi sul cassone della legna per ascoltare le mirabolanti avventure di quando Pippi andava ancora per mare.

"Io ho un libro che narra di un naufragio" disse Tommy "Si chiama "Robinson Crusoé"".

"Ed é così bello!"esclamò Annika.

"Robinson sì che capitò in un'isola deserta!"

"E tu Pippi, hai mai fatto naufragio sul serio, e sei mai finita su un'isola deserta?" chiese Tommy, sistemandosi più comodamente sulla cassa.

"Puoi giurarci" disse Pippi con enfasi. "Non c'é persona più naufragata di me: tutti i Robinson possono andare a nascondersi! Così, ad occhio e croce, mi sembra che ci siano dalle otto alle dieci isole tra Atlantico e Pacifico sulle quali io sia stata scaraventata in seguito ad un naufragio. Nelle guide turistiche stanno elencate in una particolare lista nera".

"Non é stupendo trovarsi in un'isola deserta?" disse Tommy. "Come vorrei andarci anch'io!"

"E facilissimo" notò Pippi: "le isole deserte non mancano certo".

"No, questo no: io ne conosco una che non é affatto lontana da qui" disse Tommy.

"Si trova in mezzo ad un lago?" s'informò Pippi.

"Naturalmente" disse Tommy.

"Meglio così" osservò Pippi, "perché se si fosse trovata in mezzo alla terra ferma non avrebbe fatto al caso nostro".

Tommy era impazzito dall'entusiasmo.

"Andiamoci subito!" gridò. "Partiamo immediatamente!"

Due giorni dopo sarebbero iniziate le vacanze estive, per Tommy ed Annika, e proprio quel giorno i loro genitori dovevano partire: un'occasione migliore per giocare a Robinson Crusoé non si poteva immaginare.

"Se abbiamo deciso di far naufragio, bisogna innanzitutto procurarci una barca" disse Pippi.

"E noi non ne abbiamo!" esclamò Annika.

"Ho notato una vecchia barca a remi fuori uso sul fondo di un ruscello" disse Pippi.

"Ma quella ha già fatto naufragio!" osservò Annika.

"Tanto meglio" disse Pippi, "così almeno avrà una certa pratica della faccenda".

Fu una cosa semplicissima, per Pippi, ricuperare la barca affondata; dopo di che passò un'intera giornata china su un fianco della barca a otturare le falle della carcassa con catrame e stoppa. E tutta una piovosa mattinata la passò nella legnaia a tagliare due remi con l'accetta.

Intanto per Tommy ed Annika arrivarono finalmente le vacanze estive, e i loro genitori partirono.

"Torniamo fra due giorni" disse la mamma dei bambini. "Mi raccomando d'essere buoni e obbedienti, e di fare quanto Ella vi dice".

Ella era la domestica della famiglia, e aveva l'incarico di stare attenta a Tommy e ad Annika durante l'assenza del papà e della mamma.

Ma quando i bambini furono rimasti soli con Ella, Tommy disse:

"Ella, non ha bisogno di starci dietro, perché noi rimarremo da Pippi durante tutti questi due giorni".

"Del resto possiamo ben starci dietro da soli" disse Annika. "Pippi non ha mai nessuno che le stia dietro: perché dunque non possiamo anche noi avere un po' di libertà, almeno per due giorni?"

Ella, dal canto suo, non era assolutamente contraria a prendersi due giorni di vacanza, e perciò, dopo che Tommy ed Annika ebbero supplicato, implorato e questionato a sufficienza, lei disse che sì, nel frattempo avrebbe potuto fare una scappata a casa per salutare sua madre.

Ad ogni modo i bambini dovevano prometterle di mangiare e dormire per bene, e di non uscire la sera senza una maglia di lana pesante. Tommy le assicurò che avrebbe indossato volentierissimo anche una dozzina di maglie di lana, a patto che Ella se ne andasse.

E così fu. Ella sparì, e due ore dopo Pippi, Tommy, Annika, il cavallo e il signor Nilsson iniziarono il loro viaggio verso l'isola deserta.

Era una mite sera di prima estate; l'aria era tiepida, per quanto il cielo fosse annuvolato. Bisognava fare un bel pezzo di strada prima di arrivare al lago dell'isola deserta.

Pippi portava la barca capovolta sulla testa; sul dorso del cavallo aveva caricato un immenso sacco e una tenda.

"Che cosa c'é nel sacco?" chiese Tommy.

"Cibo, munizioni, coperte e una bottiglia vuota" rispose Pippi.

"Perché penso che dobbiamo naufragare con qualche comodità, dato che é la prima volta, per voi. Altrimenti io, quando naufrago, ho l'abitudine di sparare a un'antilope o ad un lama e di mangiarne la carne cruda; ma, e se su quest'isola non ci fossero né antilopi, né lama? Sarebbe proprio una presa in giro morire di fame per una simile sciocchezza!"

"E la bottiglia vuota, a che cosa ti serve?" chiese Annika.

"A che cosa mi serve la bottiglia vuota?" s'indignò Pippi. "Ma come puoi farmi una domanda così sciocca? La barca é la cosa principale, si capisce, quando si deve far naufragio, ma subito dopo, per importanza, viene la bottiglia vuota. Mio padre soleva insegnarmelo quand'ero ancora in culla. "Pippi" diceva, "non importa se ti dimenticherai di lavarti i piedi, quando sarai presentata a corte, ma se scorderai la bottiglia vuota quando farai naufragio, allora puoi dare le dimissioni!"

"Capisco, ma a che cosa serve?" insistette Annika.

"Non hai mai sentito parlare dei messaggi nelle bottiglie?" chiese Pippi. "Uno scrive un biglietto per invocare aiuto, poi lo ficca in una bottiglia, ci mette il tappo e butta la bottiglia in mare. Questa naviga in direzione di qualcuno, che poi viene a salvarti. Per tutti i fulmini, come immaginavi che altrimenti uno potesse salvare la propria pelle in un naufragio? Lasciando tutto al caso, vero? Ah no, mia cara!"

"Dunque é cosi che si fa" disse Annika.

In breve giunsero a un laghetto, e in mezzo al lago sorgeva l'isola deserta. In quell'istante il sole si liberò dalle nuvole e gettò un tenero raggio sulla pallida vegetazione di prima estate.

"Per dir la verità" ammise Pippi, "questa é una delle più deliziose isole deserte che io abbia mai visto".

Capovolse bruscamente la barca in acqua, liberò il cavallo dal suo carico e ammassò tutto sul fondo dell'imbarcazione. Annika, Tommy e il Signor Nilsson vi saltarono. Pippi accarezzò il cavallo:

"Sì, mio caro cavallo" gli disse, "lo farei con immenso piacere, ma non posso invitarti a prender posto nella barca. Spero tu sappia nuotare; é così facile: guarda come si fa".

Si tuffò in acqua vestita com'era, e diede un paio di bracciate.

"Ti assicuro ch'é divertentissimo. E se vuoi i divertirti ancora di più, puoi giocare alla balena, così!"

Pippi si riempì d'acqua la bocca, si mise a galleggiare sul dorso, e la risputò fuori in uno zampillo.

pippi gita

Non sembrava proprio che il cavallo trovasse tutto ciò molto divertente, eppure quando Pippi si imbarcò, afferrò i remi e scivolò via, il cavallo si buttò in acqua e seguì, nuotando, la barca. Ma alla balena non volle giocare. Quando furono per approdare all'isola, Pippi strillò:

"Tutti gli uomini alle pompe!"

E un secondo dopo: "E' inutile, bisogna abbandonare la nave! Si salvi chi può!".

Corse a poppa e si tuffò di testa nell'acqua. Poco dopo riemerse a palla, afferrò la gomena e nuotò verso terra.

"Basto io a salvare le provvigioni" gridò; "l'equipaggio può restarsene tranquillamente a bordo!"

Legò la barca ad una roccia, e aiutò Tommy ed Annika a scendere a terra. Il Signor Nilsson se la sbrogliò da solo.

"Un vero miracolo" esclamò Pippi:

"siamo salvi ! Almeno fino ad ora, perché potrebbero anche esserci dei cannibali, o dei leoni!"

Anche il cavallo era approdato all'isola; era appena uscito dall'acqua ed ora si stava scrollando.

"Oh, ecco che abbiamo con noi anche il primo nocchiero" disse Pippi tutta contenta. "Possiamo dunque tenere un consiglio di guerra".

Tirò allora fuori dal sacco la sua pistola, trovata nel baule da marinaio nella soffitta di Villa Villacolle; e brandendo la pistola si mise ad avanzare strisciando cautamente e aguzzando gli occhi in tutte le direzioni.

"Che cosa c'é, Pippi?" chiese Annika preoccupata.

"Mi sembrava di aver udito stridere i denti d'un cannibale" rispose Pippi.

"La prudenza non é mai troppa. Non ci si guadagna proprio nulla a

scampare da un naufragio soltanto per finire, con contorno di legumi in umido, in un banchetto di cannibali!"

Ma nessun cannibale era in vista.

"Ah, si sono nascosti e ci tendono un'imboscata" disse Pippi. "Oppure se ne stanno seduti in qualche luogo a sillabare un libro di cucina per decidere come cucinarci. Siamo intesi, però: se mi servono con delle carote in umido, non li perdonerò mai; odio le carote".

"Ohi, Pippi, non parlare così!" disse Annika rabbrividendo.

"Perché, nemmeno tu sopporti le carote? Beh, succeda quel che ha da succedere, intanto montiamo la tenda".

Pippi si mise all'opera, e in un baleno la tenda fu issata in un posto riparato, e Tommy ed Annika vi entravano e ne uscivano carponi, felici come pasque.

All'esterno intanto Pippi andava sistemando alcuni sassi in cerchio e ammucchiandovi sopra ramoscelli e schegge di legno.

pippi in tenda

"Che incanto" esclamò Annika: "il fuoco!"

"Sì, ma aspetta" disse Pippi, e, presi due pezzi di legno, cominciò a strofinarli con energia l'uno contro l'altro. Tommy seguiva attentamente i suoi gesti.

"Oh, Pippi!" gridò rapito.

"Sai accendere il fuoco come fanno i selvaggi?"

"No, ma ho le dita gelate" disse Pippi, "e questo ottiene lo stesso effetto che darsi delle manate sulle spalle per riscaldarsi, come fanno i vetturini. Dove ho mai ficcato i fiammiferi?"

Poco dopo scoppiettava un vivace falò, che conferiva all'insieme un tono molto intimo, come disse Tommy.

"Non solo" aggiunse Pippi, "ma tiene anche lontane le belve".

Ad Annika cominciò a battere il cuore.

"Quali belve?" chiese con voce tremante.

"Le zanzare" disse Pippi, grattandosi soprappensiero una puntura di zanzara su una gamba.

Annika tirò un sospiro di sollievo.

"E anche i leoni, naturalmente" proseguì Pippi. "Invece non ha alcun potere contro i pitoni e i bisonti americani".

Caricò la pistola.

"Ma sta tranquilla, Annika" disse, "con questa me la cavo sempre, perfino nel caso sopraggiunga un topolino".

Poi Pippi apparecchiò con del caffé e panini imbottiti, e i bambini sedettero intorno falò, mangiarono e bevvero e stettero in grande allegria. Il Signor Nilsson stava seduto sulla spalla di Pippi e anche lui mangiava con gli altri, mentre il cavallo di tanto in tanto allungava il muso per ricevere un pezzo di pane e una zolletta di zucchero. In più disponeva di un'immensa quantità

di erba verde.

Il cielo era annuvolato, e improvvisamente I'oscurità calò tra i cespugli. Annika si rannicchiò il più vicino possibile a Pippi: le fiamme gettavano delle ombre così strane, e si aveva la netta impressione che, al di fuori del piccolo cerchio luminoso, I'oscurità fosse animata.

Annika rabbrividì. E se dietro a quel cespuglio di ginepro stesse in agguato un cannibale? Oppure se un leone si nascondesse dietro quel grande masso?

Pippi depose la tazzina da caffé.

"Quindici uomini sulla cassa del morto, Ioh, ho, ho, e una bottiglia di rhum!" cantò con voce rauca. Annika tremò ancor più forte.

"Questa canzone é in un altro libro che ho" esclamò Tommy tutto eccitato; "un libro di pirati".

"Ma va!" disse Pippi. "Allora é certamente Fridolf che l'ha scritto, perché é stato lui a insegnarmi questa canzone. Quante volte, ricordo, sono stata a sedere a poppa del veliero di mio padre nelle chiare notti stellate, con la Croce del Sud proprio sopra la testa e accanto Fridolf che cantava:

"Quindici uomini sulla cassa del morto, Ioh, ho, ho, e una bottiglia di rhum!" ripeté Pippi con voce ancor più rauca.

"Pippi, mi fa un così strano effetto quando canti in quel modo" disse Tommy: "provo qualcosa di terribile e di affascinante insieme".

"Io provo solamente qualcosa di terribile" aggiunse Annika; "ma forse anche qualcosina di affascinante".

"Farò il marinaio, da grande" disse Tommy con decisione. "Diventerò un pirata come te, Pippi".

"Benissimo!" approvò Pippi. "Io e te saremo il Terrore del Mar dei Caraibi; faremo man bassa di oro, gioielli, pietre preziose, e nasconderemo i nostri tesori nel fondo di una grotta in un'isola deserta dell'Oceano Pacifico; terremo tre scheletri a guardia della grotta, e avremo una bandiera con un teschio e due ossa incrociate. E poi canteremo "quindici uomini" in maniera tale che ci udranno da un capo all'altro dell'Atlantico, e tutti i marinai impallidiranno all'udirci, e si getteranno in mare per sfuggire alle nostre sanguinose, sanguinose vendette!"

"E io?" si lamentò Annika. "Io ho paura, a diventare pirata; e allora che cosa farò?"

"Beh, puoi sempre venirci dietro" disse Pippi, "e spolverare il pianoforte".

Intanto il fuoco stava spegnendosi.

"E tempo d'andare a nanna" disse Pippi. Aveva disposto dei rametti d'abete dentro alla tenda e vi aveva steso sopra diverse coperte pesanti.

"Vuoi dormire col muso ai miei piedi?" domandò Pippi al cavallo.

"Oppure preferisci rimanere qui all'aperto, sotto un albero, e con una coperta da cavallo addosso? Ti viene la nausea a dormire sotto una tenda, hai detto? Bene, fa come meglio credi" e Pippi gli diede un buffetto amichevole.

Dopo pochissimo i tre bambini e il Signor Nilsson erano distesi nella tenda, avvolti nelle loro coperte.

Fuori, le onde si frangevano a riva.

 "... i cavalloni dell'Oceano" mormorò Pippi in sogno.

Faceva buio, nella tenda, come nell'interno di un sacco; e Annika teneva Pippi per mano, perché cosi tutto le appariva meno pauroso. Improvvisamente cominciò a piovere; le gocce picchiettavano sulla tela, ma all'interno della tenda si stava caldi e all'asciutto, così ch'era infinitamente piacevole udire quel rumore. Pippi uscì per coprire il cavallo con un'altra coperta; ma lui se ne stava sotto un folto abete e non gli mancava nulla.

"Si sta proprio bene, eh?" disse Tommy in un sospiro, quando Pippi rientrò.

"Davvero" disse Pippi, "e guardate che cos'ho trovato sotto un sasso: tre cioccolatini!"

Un minuto dopo Annika dormiva con la bocca piena di cioccolata, e la mano di Pippi nella sua.

"Stasera ci siamo dimenticati di lavarci i denti" osservò Tommy, e detto questo si addormentò anche lui.

Quando Tommy ed Annika si svegliarono, Pippi era scomparsa. Si affrettarono ad uscire dalla tenda a quattro zampe e videro, sotto il sole splendente, un nuovo falò, e Pippi accanto al fuoco che friggeva del prosciutto affumicato e faceva bollire il caffé.

"Di tutto cuore vi auguro ogni bene e buona Pasqua!" esclamò appena scorse Tommy ed Annika.

"Va là, che non é mica Pasqua, adesso" disse Tommy.

"Davvero?" si stupì Pippi. "Allora tanti auguri per il Nuovo Anno!"

Quell'ottimo profumino di prosciutto e caffé stuzzicava l'odorato dei bambini; si sedettero dunque a gambe incrociate intorno al fuoco, e Pippi servì con sveltezza prosciutto e uova, con patate come contorno. Da ultimo bevvero il caffé con biscotti alle spezie. Mai colazione aveva avuto sapore più delizioso.

"Mi sembra che ce la passiamo meglio di Robinson" disse Tommy.

"Se poi riusciamo a procurarci un po' di pesce fresco per la cena, ho paura che Robinson diventerà verde dall'invidia" disse Pippi.

"Puah! A me non piace il pesce" di chiarò Tommy.

"Nemmeno a me" fece eco Annika.

Ma Pippi tagliò un lungo ramo sottile, a un'estremità del quale fissò una corda; poi piegò uno spillo ad amo, infilò della mollica di pane nell'amo e infine andò a piazzarsi su un grande sasso in riva al lago.

"E ora stiamo a vedere" disse.

"Che cosa credi mai di pescare?" le domandò Tommy.

"Seppie" rispose Pippi. "Non c'é nulla di più delizioso".

Rimase lì seduta un'ora intera, ma nessuna seppia abboccò. Un pesce persico si avvicinò, sì, guizzando, ad annusare il pane, ma Pippi ritirò l'amo in fretta.

"Grazie no, cocco bello" disse.

"Ho detto seppia e seppia ha da essere. E allora é inutile che tu venga a fare il parassita!"

Dopo un altro po', Pippi gettò finalmente la sua lenza in mare.

"Avete avuto fortuna" disse: "non mi sembra ci rimanga altro ormai, che ricorrere alle frittelle di maiale. La seppia é testarda, oggi".

Tommy ed Annika ne furono molto rallegrati.

"Che ne direste di un bagno?" propose ad un tratto Tommy, guardando l'acqua che luccicava invitante sotto il sole.

Pippi ed Annika furono subito d'accordo, ma l'acqua era così fredda che Tommy ed Annika, appena vi ebbero immerso l'alluce, lo ritirarono immediatamente.

"Io conosco un metodo migliore" disse Pippi. Uno scoglio sorgeva

proprio in riva al lago, e sullo scoglio cresceva un albero, i cui rami si stendevano sopra la superficie dell'acqua. Pippi si arrampicò sull'albero e legò stretta una corda in torno ad un ramo.

"Questo, vedete!" strillò acchiappando la corda, e lanciandosi nel vuoto per precipitare poi in acqua.

"Così ci si immerge tutti in una volta" gridò appena riemerse.

Benché Tommy ed Annika fossero in un primo momento un po' esitanti, pensarono che doveva essere cosi divertente da valer la pena di provare. E appena ebbero provato una volta, non la volevano più smettere, perché era ancora più divertente di quanto non apparisse. Anche il Signor Nilsson volle partecipare al gioco; ma, dopo esser sceso lungo la corda, un secondo prima di gettarsi in acqua si rigirava e cominciava ad arrampicarsi con una velocità inaudita. Così si comportò ogni volta, benché i bambini gli strillassero che era un vigliacco. Poi Pippi scoperse che ci si poteva sedere su un'asse e saltare nell'acqua; e anche questo si rivelò divertentissimo perché, quando si cadeva in acqua con un tonfo, questa schizzava tutt'in giro in maniera impressionante.

"Sicuramente anche quel Robinson saltava da un trampolino" ragionava fra sé Pippi, pronta a tuffarsi.

"Credo di no" disse Tommy, "almeno nel libro non c'era scritto".

"Dovevo ben immaginarmelo! Secondo me quello era un naufragio fasullo. Che cosa faceva tutto il santo giorno? Ricamava a punto a croce? Attenzione, arrivo!"

E Pippi saltò, con le trecce rosse svolazzanti.

Dopo il bagno, i bambini decisero di esplorare a fondo l'isola deserta. Montarono tutti e tre a cavallo, e questo partì d'un dolce trotterello. Cavalcarono su e giù per piccole colline, attraverso un roveto di sterpi, in mezzo a fitti abeti, in una palude e lungo brevi pianure bellissime dove i fiori di campo crescevano a mazzi. Pippi brandiva la pistola, e di tanto in tanto lasciava partire un colpo, così che il cavallo tirava delle potenti sgroppate dal terrore.

"Ecco, ho colpito un leone!" esclamava soddisfatta.

Oppure anche:

"Quel cannibale laggiù ha visto la sua ultima patata!"

"Propongo che questa divenga la nostra isola per sempre" disse Tommy, quando ebbero fatto ritorno al campeggio e Pippi stava cominciando ad impastare le frittelle di porco.

Pippi ed Annika approvarono.

Che squisito sapore avevano le frittelle di maiale, a mangiarle calde fumanti! Non esistevano né piatti, né coltelli, né forchette, ed Annika chiese:

"Possiamo mangiare con le mani?"

"Per me fate pure" disse Pippi, "ma io personalmente resto fedele al vecchio sistema di mangiare con la bocca".

"Su, capisci che cosa voglio dire!" esclamò Annika e, afferrata una frittella, se la ficcò in bocca con grande voluttà.

Così fu nuovamente sera e il fuoco si spense. Stretti stretti l'uno contro l'altro e con la faccia tutta appiccicaticcia di frittelle, i bambini si distesero avvolti nelle loro coperte. Attraverso una fessura della tenda splendeva una grande stella e i cavalloni dell'Oceano li cullavano dolcemente.

"Oggi ci tocca tornare a casa" disse la mattina dopo Tommy con voce lamentosa.

"Proprio una cosa nauseante" disse Annika. "Io resterei qui tutta l'estate, ma oggi papà e mamma ritornano".

Dopo colazione Tommy andò a passeggiare in riva al lago. Improvvisamente cacciò un urlo: la barca!

Era scomparsa! Annika rimase senza parole: come sarebbero riusciti ad andarsene di lì? Un minuto prima, sì, le pareva che le sarebbe piaciuto trascorrere tutta l'estate sull'isola, ma ora la cosa appariva ben diversa, quando si sapeva che era impossibile tornare a casa. E che cosa avrebbe detto la povera mamma scoprendo che Tommy ed Annika erano spariti?! Alla sola idea le si riempirono gli occhi di lacrime.

"Che cosa ti passa per la testa, Annika?" le disse Pippi. "Ma che idea t'eri fatta di un naufragio? Cosa immagini che Robinson avrebbe detto, se dopo due giorni che si trovava nella sua isola deserta, fosse arrivata una barca a prenderlo?

"S'accomodi, signor Crusoé, salga a bordo e si faccia salvare, e lavare, e radere, e tagliare le unghie dei piedi! "Io credo, cara mia, che in questo caso il signor Crusoé sarebbe scappato a nascondersi in un cespuglio. Perché, quando si ha la fortuna di capitare su un'isola deserta, bisogna restarvi almeno per sette anni".

Sette anni! Annika rabbrividì, e Tommy sembrava immerso nelle più profonde meditazioni.

"Non voglio dire con questo che saremo costretti a rimanere qui in eterno" disse Pippi, accomodante.

"Suppongo che quando Tommy dovrà fare il servizio militare, dovremo per forza farci vivi. Ma forse otterrà l'esonero per uno o due anni".

Annika continuava a disperarsi, mentre Pippi la guardava cogitabonda.

"Ah, no!" disse infine. "Se la prendi così, non ci rimane che spedire il messaggio nella bottiglia".

E andò a tirar fuori dal sacco la bottiglia vuota, riuscendo per fortuna a pescare anche della carta e una matita. Poi depose tutto su un masso di fronte a Tommy.

"Scrivi tu, che sei più pratico nell'arte dello scrivere" disse.

"Che cosa devo scrivere?" chiese Tommy.

"Aspetta un po'" meditò Pippi.

"Puoi scrivere così: Soccorreteci, prima che spiriamo! Da due giorni privi di tabacco da fiuto, stiamo venendo meno su quest'isola".

"Ma no, Pippi, non possiamo scrivere in questo modo!" la rimproverò Tommy.

"Perché no?" chiese Pippi. "Forse che hai del tabacco da fiuto?"

"No" ammise Tommy.

"E Annika, ha del tabacco da fiuto, lei?"

"No, naturalmente, ma..."

"E io, ho del tabacco da fiuto?" chiese Pippi.

"Certo che no" disse Tommy: "ma nessuno di noi adopera tabacco da fiuto".

"E esattamente quello che voglio che tu scriva: Privi da due giorni di tabacco da fiuto..."

"Va bene, ma se scriviamo così, la gente penserà che noi fiutiamo tabacco, ne sono certo" insistette Tommy.

"Stammi a sentire, Tommy" disse Pippi, "rispondi a questa domanda: a quali persone succede più spesso di trovarsi prive di tabacco da fiuto, a quelle che ne fanno uso a o a quelle che non ne fanno uso?"

"A quelle che non ne fanno uso, si capisce" rispose Tommy.

"E allora perché stai a discutere?" disse Pippi "Scrivi come dico io!"

E così Tommy scrisse: "Soccorreteci, prima che spiriamo! Privi da due giorno di tabacco da fiuto stanno venendo meno su quest'isola".

Pippi prese il biglietto e lo ficcò nella bottiglia; la tappò e la gettò in acqua.

"I nostri salvatori dovrebbero arrivare tra poco" disse.

Ma la bottiglia, dopo essersi lasciata cullare dalle onde, andò ad ancorarsi tranquillamente tra le radici di un ontano presso la riva.

"Dobbiamo lanciarla un po' più lontano" esclamò Tommy.

"Sarebbe la più grande sciocchezza che potremmo fare" disse Pippi.

"Perché, se galleggiando se ne va lontana, i nostri salvatori non sapranno dove cercarci; se invece si ferma qui, appena l'hanno trovata noi gridiamo, così veniamo salvati immediatamente".

E Pippi si mise a sedere in riva al lago.

"E meglio non perdere di vista la bottiglia nemmeno per un istante" disse. Tommy ed Annika le si sedettero accanto. Ma dopo una decina di minuti Pippi cominciò a spazientirsi. "Dove sono andati a cacciarsi?" esclamò.

"Chi?" chiese Annika.

"Quelli che devono venirci a salvare. Che razza di noncuranza e di leggerezza: in fondo, si tratta di vite umane!"

Annika cominciava davvero a pensare che avrebbero finito per spirare nell'isola, quando improvvisamente Pippi si puntò l'indice alla fronte ed esclamò:

"Santi del Paradiso, sono proprio sbadata! Come può essermi passato di mente?!"

"Che cosa?" domandò Tommy.

"La barca!" disse Pippi. "L'ho tirata a terra ieri sera, mentre voi eravate addormentati".

"E perché l'hai fatto?" la rimproverò Annika.

"Avevo paura che si bagnasse" disse Pippi.

E in un baleno trasportò la barca, che giaceva ben nascosta sotto un abete, la spinse in acqua e disse severamente:

"Ecco fatto, ora possono anche arrivare, ma quando verranno a salvarci, sarà inutile: infatti ci salviamo da soli, e gli sta bene! Così impareranno a fare un po' più presto la prossima volta!"

"Spero che faremo in tempo ad arrivare a casa prima di mamma e papà" disse Annika, quando furono in barca e Pippi remava vigorosamente verso terra. "Perché Dio sa come la mamma starebbe in pensiero, altrimenti!"

"Io credo di no" disse Pippi.

Infatti il signore e la signora Settergren arrivarono a casa una mezz'ora prima dei bambini, e non trovarono né Tommy né Annika; ma nella cassetta delle lettere c'era un foglio con su scritto:

"Non pensiate per nulla che i vostri bambini sono morti o spariti percé non vero, anno soltanto naufragatto e prestho tornerano a casa. Garantisco io saluti Pippi".

 

12. Pippi riceve una visita di riguardo

 

Una sera d'estate Pippi, Tommy ed Annika se ne stavano seduti sui gradini della veranda a mangiare fragole di bosco, colte quella mattina.

Era una serata davvero incantevole, tutta un cinguettare d'uccelli, un profumare di fiori e... un mangiare fragole. C'era intorno una gran pace e i bambini mangiavano quasi senza scambiarsi una parola. Tommy ed Annika pensavano ch'era meraviglioso che fosse estate e che le scuole rimanessero chiuse ancora per parecchio tempo. Ciò che stesse pensando Pippi, non ci é dato di saperlo.

"Sai Pippi ch'é già un anno che abiti a Villa Villacolle?" disse improvvisamente Annika stringendo con affetto il braccio di Pippi.

"Sì, il tempo passa e noi s'invecchia" disse Pippi. "In autunno compirò dieci anni, e allora potrò davvero dire d'aver vissuto i miei anni migliori".

"Pensi di continuare ad abitare qui per sempre?" chiese Tommy. "O meglio" si corresse, "fino a quando sarai sufficientemente grande per fare il pirata?"

"E chi lo sa?" rispose Pippi.

"D'altra parte sono convinta che mio padre non continuerà a rimanere a lungo su quell'isola di negri e che, appena terminata la sua nuova barca, verrà certamente a prendermi".

Tommy ed Annika si lasciarono sfuggire un profondo sospiro. Ad un tratto Pippi balzò in piedi sui gradini.

"Eccolo infatti che arriva!" esclamò puntando il dito verso il cancello, e in tre salti percorse il viale.

Sbalorditi, Tommy ed Annika la seguirono, giusto in tempo per vedere che si gettava al collo di un signore grassissimo, con dei rigidi baffi rossi tagliati corti e dei pantaloni blu da marinaio.

"Oh, papà Efraim!" gridò Pippi appesa al collo di lui, e sgambettò dalla gioia, così che le sue scarpacce caddero a terra. "Oh, papà Efraim, come sei cresciuto!"

"Oh, Pippilotta Pesanella Tapparella Succiamenta, figlia di Efraim Calzelunghe, bambina mia diletta, stavo proprio per dirtelo io, come sei cresciuta!"

"Eh, l'avevo capito" disse Pippi; "per questo l'ho detto io per prima!" e rise.

"Figlia mia, sei sempre così forte?"

"Molto di più !" esclamò Pippi.

"Vogliamo fare a braccio di ferro?"

"Subito!" accettò con entusiasmo papà Efraim.

Nel giardino c'era un tavolo, al quale Pippi e suo padre sedettero a fare a braccio di ferro, mentre Tom my ed Annika stavano a guardare.

C'era al mondo un'unica persona forte quanto Pippi, e questa persona era suo padre; cosi, pur impegnando tutte le sue forze, nessuno dei due riusciva a piegare il braccio dell'avversario. Ma alla fine il braccio del capitano Calzelunghe cominciò a tremare, e Pippi disse:

"Quando compirò dieci anni, riuscirò a vincerti, papà Efraim".

Papà Efraim fu dello stesso parere.

"Oh, tesorini miei, mi sono scordata di presentarvi!" esclamò ad un tratto Pippi. "Questi sono Tommy ed Annika, e questo é mio padre, capitano, e Sua Maestà Efraim Calzelunghe. Sì, perché sei re dei negri, vero papà?"

"Proprio così" confermò il capitano Calzelunghe. "Sono re dei negri cipcipoidi su un'isola che si chiama Cipcip. E il luogo dove approdai, dopo essere volato in mare, ricordi?"

"Era esattamente quel che avevo immaginato" disse Pippi; "sono sempre stata sicura che tu non fossi affogato".

"Affogato? No davvero! E altrettanto impossibile per me affogare, come per un cammello passare attraverso la cruna di un ago: galleggio sul grasso".

Tommy ed Annika guardavano intanto interrogativamente il capitano Calzelunghe.

"Zietto" si decise finalmente a chiedere Tommy, "perché non indossi un costume da re dei negri?"

"Li ho tutti qui nelle mie valigie" disse il capitano Calzelunghe.

"Mettili, mettili!" strillò Pippi. "Voglio vedere il mio papà in abiti regali!"

Entrarono dunque tutti in cucina, e il capitano Calzelunghe sparì nella camera da letto di Pippi, mentre i bambini attendevano seduti sulla cassa della legna.

"Pare proprio di essere a teatro" mormorò Annika, tutta emozionata.

Ed ecco, pang, si spalancò la porta e il re dei negri apparve: aveva una gonna di paglia allacciata alla vita, in testa portava una corona d'oro, dal collo gli pendeva una collana a più giri; in una mano teneva una lancia e con l'altra reggeva uno scudo. Dalla gonna di paglia spuntava inoltre un paio di gambe grosse e pelose, ornate d'anelli d'oro alle caviglie.

"Ussamkussor mussor filibussor!" disse il capitano Calzelunghe corrugando le sopracciglia con espressione minacciosa.

"Oh, parla nel linguaggio cipcipoide!" esclamò Tommy, rapito. "Che cosa volevi dire, zio Efraim?"

"Significa: "Tremate, miei nemici!".

"Dimmi, papà Efraim" s'informò Pippi, "non sono rimasti meravigliati i negri, quando ti hanno visto arrivar galleggiando alla loro isola?"

"E come no, proprio meravigliatissimi" disse il capitano Calzelunghe. "Dapprima volevano mangiarmi, ma, quando mi ebbero visto sradicare una palma con la sola forza delle mie mani, vennero a più mite consiglio e mi elessero re. Così presi a regnare, ma soltanto la mattina, perché di pomeriggio costruivo la mia barca; dovevo far tutto da solo, così ci misi un po' di tempo a finirla. Era soltanto una piccola barca a vela, naturalmente, e quando fu pronta comunicai ai miei negri che ero costretto ad abbandonarli per un po', ma che presto sarei ritornato, e in compagnia di una principessa chiamata Pippilotta. Allora agitarono i loro scudi gridando: Ussomplussor! Ussomplussor!".

"Che cosa vuol dire?" chiese Annika.

"Vuol dire: "Bravo, bravo!". Poi regnai con tutte le mie forze per quindici giorni, così che potesse bastare anche per il periodo della mia assenza; infine spiegai le vele e mi misi in mare, mentre i negri gridavano: "Ussamkura ussomkara!" che significa: "Torna presto, grasso capo bianco!". Puntai quindi in direzione di Surabaja, e immaginate che cosa mi apparve, appena mi ci avvicinai? Il mio vecchio e fedele veliero Saltamatta. E da bordo il mio vecchio e fedele Fridolf gesticolava sbracciandosi: "Fridolf" gli gridai, "aspettami che vengo a riprendere il comando!" "Sì, capitano" rispose. E così feci; ritrovai il vecchio equipaggio al completo, e ora la Saltamatta é ancorata nel porto, così che puoi andare a salutare tutti i tuoi vecchi amici, Pippi".

Il racconto aveva rallegrato talmente Pippi, ch'essa si mise a sgambettare, testa in giù, sul tavolo di cucina; ma Tommy ed Annika non potevano fare a meno di sentirsi un po' tristi: era come se qualcuno cercasse di togliere loro Pippi.

"Bisogna far festa!" strillò Pippi, appena rimessa in piedi. "Bisogna far festa e un gran baccano per tutta Villa Villacolle!"

E, svelta svelta, apparecchiò sul tavolo della  cucina un'abbondante cenetta, e tutti vi si buttarono sopra e mangiarono a quattro palmenti. Pippi ingoiò tre uova sode con la buccia e tutto, e di tanto in tanto dava una mordicchiatina all'orecchio del suo papà, per la gioia di riaverlo con sé. Il Signor Nilsson, che era a nanna, arrivò tutt'ad un tratto, come una freccia, e si strofinò gli occhi dallo stupore, al vedere il capitano Calzelunghe.

"Ma guarda un po', hai ancora il Signor Nilsson!" esclamò il capitano Calzelunghe.

"Si, ma sta' tranquillo che ho anche degli altri animali domestici" disse Pippi, e corse a prendere il cavallo, che si ebbe lui pure un uovo sodo da masticare.

Il capitano Calzelunghe era molto soddisfatto che sua figlia si fosse osì ben organizzata a Villa Villacolle, ed era anche molto contento che avesse portato con sé la valigia di monete d'oro così da poter evitare delle inutili privazioni durante la sua assenza.

Quando tutti furono ben sazi, il capitano Calzelunghe tirò fuori dalla sa valigia un tamburo magico, di quelli che i negri usano per battere il tempo, durante le loro danze e feste propiziatorie. Il capitano Calzelunghe sedette dunque per terra e cominciò a battere il tamburo: mandava un suono lugubre e strano, diverso da qualsiasi altro che Tommy ed Annika avessero mai udito.

"Questa é tipica musica negra" spiegò Tommy ad Annika.

Pippi si sfilò le solite scarpacce, e ballò, con le calze, una danza anch'essa piuttosto strana. Dopo di lei re Efraim eseguì una selvaggia danza di guerra, che aveva imparata nell'isola Cipcip; agitava la lancia e squassava lo scudo così selvaggiamente, e i suoi piedi nudi battevano per terra con tale energia, che Pippi gridò:e

"Sta' attento che il pavimento non crolli!"

"Non importa" disse il capitano Calzelunghe, continuando la sua sarabanda, "perché tanto diventerai principessa dei negri, figlia mia dilettissima!"

A udir questo, Pippi abbandonò ogni forma di prudenza e si precipitò a danzare con suo padre; i due improvvisarono allora una serie di figurazioni facendo un baccano così indiavolato, e spiccando di tanto in tanto dei salti tali, che a Tommy e ad Annika, soltanto a guardarli, girava la testa; cosa che del resto accadeva anche al Signor Nilsson, che sedeva immobile, coprendosi gli occhi con le manine.

Ben presto la danza degenerò in lotta libera tra Pippi e suo padre.

Il capitano Calzelunghe lanciò sua figlia in aria, mandandola a finire sull'attaccapanni; ma Pippi non vi rimase seduta a lungo: con un urlo prese lo slancio e saltò attraverso tutta la cucina, andando a cadere esattamente su papà Efraim. E un attimo dopo gli aveva fatto fare un tal volo, da farlo precipitare a testa in giù, come una meteora, nel cassone della legna. Lì egli rimase agitando le sue gambotte, senz'essere capace di liberarsi: sia perché era troppo grasso, sia perché ridevaa crepapelle. E il suo riso rimbombava come un tuono, nel cassone della legna.

Pippi lo afferrò per i piedi nel farlo uscire di lì, ma allora egli fu preso da un vero e proprio convulso di riso: soffriva infatti il solletico in maniera terribile.

"No,  il sososolletico no!" grugnì. "Buttami o scaraventami fuori dalla finestra, ma non farmi il solletico sotto i piedi!" Rideva in modo tale, da far temere a Tommy e ad Annika che la cassa dovesse scoppiare. Finalmente, rigirandosi e contorcendosi, riuscì ad uscire dal cassone e, appena rimessosi in piedi, si buttò a corpo morto su Pippi, mandandola a faccia in giù sul pavimento di cucina, coperto di fuliggine.

"Ohi ohi, ecco una vera principessa negra!" strillò Pippi soddisfatta, volgendo il musetto nero come il carbone verso Tommy ed Annika.

Poi, con un nuovo urlo, si gettò su suo padre. Lo servì così bene, che la paglia del suo gonnellino si sparse per tutta la cucina e la corona d'oro gli cadde a terra, andando a rotolare sotto il tavolo; infine Pippi riuscì ad atterrare papà Efraim, e gli si sedette sopra esclamando:

"Riconosci di essere stato sconfitto?"

"Sì, sì, sono proprio sconfitto" ansimò il capitano Calzelunghe. E tutti e due si misero a ridere, fino ad averne le lacrime agli occhi.

Poi Pippi mordicchiò dolcemente il naso del suo papà, ed egli disse:

"Non mi divertivo tanto, da quella volta che feci piazza pulita della taverna del porto a Singapore".

E si cacciò sotto la tavola a raccogliere la corona.

"Questo sì che sarebbe uno spettacolo divertente per i Cipcipoidi" disse: "le insegne della regalità sotto il tavolo della cucina di Villa Villacolle!"

Si rimise poi la corona e si pettinò il gonnellino di paglia, che aveva l'aria piuttosto gualcita.

"Il tuo vestito ha bisogno però di qualche punto" osservò Pippi.

"Sì, ma ne valeva proprio la pena" disse il capitano Calzelunghe, sedendosi per terra e asciugandosi il sudore che gli imperlava la fronte.

"Dunque Pippi, bambina mia" riprese, "come stiamo attualmente a bugie?""Beh, quando ne ho il tempo me la cavo; ma non ne dispongo troppo spesso" disse Pippi, con modestia. "E tu, a proposito? Nemmeno tu te la passavi troppo male, quanto a menzogne".

"Beh, ho preso l'abitudine di raccontare un po' di balle ai negri il sabato sera, se si sono comportati bene durante la settimana. Così abbiamo istituito una seratina di canzoni e bugie, con accompagnamento di tamburi e danze propiziatorie. Più madornali sono le bugie che dico, e più forte loro rullano il tamburo".

"Per me nessuno suona mai il tamburo" si lamentò tristemente Pippi.

"Me ne vado in giro sola soletta a raccontar menzogne a me stessa, ma non c'é un cane che soffi sul pettine in mio onore. Qualche sera fa, a letto, imbastii tutta una lunga storia su un vitello che sapeva fare i merletti ad uncinetto e arrampicarsi sugli alberi: tu non ci crederai, ma me la sono bevuta tutta! Questa io

la chiamo pura arte della menzogna!

Eppure nessuno suona il tamburo per me!"

"Se non é che questo, lo farò io" disse il capitano Calzelunghe. E suonò un lungo brano sul tamburo in onore di sua figlia, mentre Pippi gli stava seduta sulle ginocchia e gli appoggiava il viso fuligginoso ad una guancia, così che anch'egli, in breve, divenne completamente nero.

Annika stava intanto meditando: aveva un'idea che non era sicura fosse il caso di comunicare, ma d'altronde non poteva farne a meno.

"E brutto mentire" disse infine: "lo dice la mamma".

"Oh, quanto sei sciocca, Annika!" la sgridò Tommy. "Pippi non dice delle vere bugie: racconta delle storie così per gioco; come non lo capisci, stupidina!"

Pippi guardò Tommy pensierosa.

"A volte hai delle uscite così acute, che mi metti quasi paura" disse. "Diventerai qualcuno".

Era ormai sera e Tommy ed Annika dovevano tornare a casa. Era stata una giornata densa di avvenimenti, e che avvenimenti! Vedere un vero re dei negri in carne ed ossa! Certo, era piacevole per Pippi avere a casa il suo papà... però... però!

Quando Tommy ed Annika si furono coricati, non chiacchierarono, come di solito facevano. Un silenzio di tomba regnava nella stanza dei bambini. A un tratto, si udì un sospiro: era Tommy che sospirava. E un attimo dopo un altro sospiro: questa volta era Annika.

"Perché sospiri?!" esclamò Tommy, irritato.

Ma non ottenne risposta: Annika s'era rannicchiata sotto le coperte e piangeva.

 

13. Pippi dà una festa d'addio

 

Il mattino seguente, quando Tommy ed Annika varcarono la soglia di Villa Villacolle, tutta la casa echeggiava d'uno spaventoso russare: il capitano Calzelunghe non s'era ancora svegliato. Pippi invece era già in cucina, intenta alla ginnastica mattutina; si era proprio lanciata nella sua quindicesima capriola, quando l'arrivo di Tommy ed Annika l'interruppe.

"Oh, bene, ora si ha l'avvenire assicurato" esclamò Pippi: "sto per diventare, come sapete, una principessa negra! Ma farò la principessa negra solo per metà dell'anno; l'altra metà l'occuperò navigando per tutti i mari del mondo sulla Saltamatta. Papà é sicuro che se regnerà con lena sui Cipcipoidi per mezzo anno di fila, sapranno sbrogliarsela senza re per gli altri sei mesi: ed é comprensibile che un vecchio lupo di mare come lui abbia bisogno, di quando in quando, di sentirsi un ponte di nave sotto i piedi. E poi dee anche preoccuparsi della mia educazione: se voglio diventare un giorno un pirata come Si deve, non posso limitarmi ad una vita puramente regale. Così si finisce per diventare solo degli effeminati, dice papà".

"E non ti capiterà mai l'occasione di fermarti un po' a Villa Villacolle?" azzardò Tommy.

"Naturalmente, quando ci metteranno in pensione, fra cinquanta o sessant'anni" disse Pippi. Allora, sapete, giocheremo insieme e ci divertiremo un mondo".

Questo non bastava certo a consolare né Tommy, né Annika.

"Però, principessa negra!" mormorò Pippi con aria sognante. "Non sono molti i bambini che possono diventarlo! Sarò talmente chic: avrò anelli a tutte le orecchie e uno un po' più grande al naso".

"E, oltre a questo, che cosa avrai addosso?" s'informò Annika.

"Niente" disse Pippi, assolutamente niente. Disporrò però del mio negro personale, per lucidarmi ogni mattina tutto il corpo con la cera da scarpe, così da diventare nera come gli altri Clpcipoidi. Basta mettersi fuori dall'uscio, di sera, per venir spazzolati insieme con le scarpe".

Tommy ed Annika si sforzavano d'immaginare che aspetto avrebbe avuto Pippi.

"Credi che il nero s'intoni con i tuoi capelli rossi?" chiese dubbiosamente Annika.

"Staremo a vedere" disse Pippi.

"Altrimenti é questione d'un attimo tingere i capelli di verde. La principessa Pippilotta!" aggiunse poi con un sospiro di soddisfazione.

"Che vita! Che gioia! E quanto ballerò! La principessa Pippilotta, che danza alla luce dei falò e al rullo dei tamburi! Pensa quanto tintinnerà l'anello appeso al naso!"

"Quando... quando parti?" chiese Tommy. La voce gli uscì un po' roca.

"La Saltamatta leverà l'ancora domani" disse Pippi.

I tre bambini rimasero a lungo in silenzio: era come se non avessero nient'altro da dirsi. Finalmente Pippi spiccò un'altra capriola ed esclamò:

"Ma questa sera darò una festa d'addio a Villa Villacolle. Una festa d'addio, non dico altro.

Chiunque vorrà dirmi addio sarà il benvenuto!"

La notizia si diffuse come un fuoco folletto fra tutti i bambini della cittadina. "Pippi Calzelunghe lascia la città, e questa sera dà una festa d'addio a Villa Villacolle! Chiunque può parteciparvi!"

Erano in molti a voler salutare Pippi: circa trentaquattro bambini.

Tommy ed Annika ricevettero il permesso di rimanere alzati fino a quando avessero voluto, quella sera, perché la loro mamma capì che si trattava di una cosa molto importante. Tommy ed Annika non avrebbero mai dimenticato la serata d'addio di Pippi; era una di quelle sere d'estate così serene e deliziosamente tiepide, che uno deve dire a se stesso:

"E veramente estate!"

Nel giardino di Pippi tutte le rose erano aperte e profumavano di crepuscolo, mentre tra i vecchi alberi correva un mormorio misterioso.

Tutto sarebbe stato così bello, se... se...! Ma Tommy ed Annika si rifiutavano di completare il loro pensiero.

Tutti i bambini della città s'erano portati dietro l'ocarina, che ora suonavano allegramente, marciando lungo il viale di Villa villacolle con Tommy ed Annika in testa.

Quando giunsero alla gradinata della veranda, la porta si spalancò e Pippi apparve con gli occhi luccicanti nel viso lentigginoso.

"Benvenuti nella mia modesta dimora!" esclamò allargando le braccia.

Annika la guardò a lungo, per imprimersene bene in mente l'aspetto: non l'avrebbe mai e poi mai dimenticata, così come appariva in quel momento, con le trecce rosse e le lentiggini e il sorriso entusiasta e le smisurate scarpe nere.

In lontananza si udiva il rombo cupo di un tamburo: il capitano Calzelunghe sedeva in cucina col tamburo dei selvaggi tra le ginocchia, indossando anche quel giorno il suo costume da re negro. Pippi lo aveva insistentemente pregato di metterselo, perché comprendeva come tutti i bambini desiderassero vedere un re dei negri in carne ed ossa. La cucina si riempì di bambini che subito circondarono re Efraim e si misero ad osservarlo. Meno male, pensò Annika, che non ne erano venuti degli altri, perché altrimenti non avrebbero trovato posto. A un tratto giunse dal giardino un suono di fisarmonica, ed ecco arrivare l'equipaggio della Saltamatta, al completo con Fridolf in testa, che appunto suonava la fisarmonica. Quel giorno medesimo Pippi era infatti scesa al porto per salutare i suoi vecchi amici e invitarli alla sua festa d'addio; e ora corse incontro a Fridolf e lo abbracciò così stretto, da farlo diventare livido. Poi lo mollò, gridando:

"Musica! Musica!"

E allora Fridolf suonò la sua fisarmonica, re Efraim batté il suo tamburo, e tutti i bambini diedero fiato alle loro ocarine.

Il cassone della legna aveva il coperchio abbassato, e sopra vi erano disposte lunghe file di gazzose; sul tavolo di cucina facevano mostra di sé quindici torte alla panna e sul fornello era posata una gigantesca pentola piena di salsicce.

Re Efraim diede il via, accaparrandosi ben otto salsicce e tutti gli altri seguirono il suo esempio; così che in breve non si udì altro rumore, nella cucina, che quello prodotto dal masticar salsicce. Poi ognuno venne autorizzato a servirsi di quanta torta e gazzose desiderasse. Si stava un po' stretti, in cucina, così gli invitati si sparpagliarono nella veranda e nel parco, e poco dopo il bianco della panna si vedeva brillare un po' dappertutto nella penombra.

Quando gli ospiti cominciarono ad esser sazi, Tommy propose  per facilitare la digestione delle salsicce e delle torte  un gioco che si chiamava "Segui Giovanni". Pippi non lo conosceva, ma Tommy le spiegò che uno si assumeva la parte di "Giovanni" e tutti gli altri dovevano imitare quanto Giovanni faceva.

"All'opera!" esclamò Pippi. "Non mi par malvagio. E credo sia bene che faccia io da Giovanni".

Cominciò con l'arrampicarsi sul tetto della lavanderia: prima bisognava montare sulla staccionata del giardino, e poi ci si poteva issare, strisciando sulla pancia, fin sul tetto. Pippi, Tommy ed Annika lo avevano già fatto tante di quelle volte, che per loro non era certo un'impresa eccezionale; ma gli altri bambini incontrarono parecchie difficoltà. Anche i marinai della Saltamatta, abituati ad arrampicarsi sull'albero maestro, se la cavarono con estrema naturalezza, mentre per il capitano Calzelunghe fu un affare serio, sia perché era così grasso, sia perché la paglia del gonnellino gli si impigliava continuamente. Ansimava forte, quando raggiunse il tetto.

"Questo gonnellino non tornerà mai più ad essere quello di prima" disse in tono cupo.

Dal tetto della lavanderia Pippi spiccò un salto nel prato. Naturalmente i bimbi più piccini non s arrischiavano a fare altrettanto, ma Fridolf fu di una gentilezza squisita e sollevò di peso tutti quelli che non osavano saltare. Poi Pippi fece sei capriole di seguito nell'erba e tutti ne seguirono l'esempio, tranne il capitano Calzelunghe che disse: "Qualcuno deve darmi una spinta da dietro; altrimenti non ce la farò mai".

Pippi gli diede dunque una mano, e lo spinse con tanta energia che, una volta partito, egli non riuscì più a fermarsi e rotolò come una palla nell'erba, fino a far ben quattordici capriole invece di sei.

Allora Pippi ritornò a Villa Villacolle, salì di corsa la gradinata della veranda, uscì da una finestra e, allungando una gamba quanto più poté, raggiunse una scala a pioli appoggiata al muro.

Salì quindi rapidamente la scala fino al tetto della villa, s'arrampicò sul comignolo, e quando ne raggiunse la sommità si mise in equilibrio su una gamba sola e fece "chicchirichì", si buttò poi a capofitto su un albero che cresceva accanto alla casa, scivolò a terra, corse nella legnaia, prese un'accetta e sfondò un'asse della parete, s'infilò nel pertugio, saltò sulla staccionata del giardino, vi camminò sopra in equilibrio per cinquanta metri, si arrampicò su una quercia e finalmente sedette a riposare sul ramo più alto.

Una gran folla s'era radunata sulla strada di fronte a Villa Villacolle; e quando i passanti, rincasati, raccontarono d'aver visto un re negro che, ritto su una gamba sola, cantava sonoramente "chicchirichì" in cima al comignolo di Villa Villacolle, nessuno ci volle credere.

Quando toccò al capitano Calzelunghe passare attraverso il pertugio praticato nella parete della lavanderia, successe quello che inevitabilmente doveva succedere... rimase incastrato, senza poter andare né avanti, né indietro. Per questo incidente il gioco venne interrotto, e tutti i bambini fecero circolo intorno a Fridolf, che segava la parete torno torno per estrarre il capitano Calzelunghe.

"Un gioco davvero appassionante!" commentò questi appena riacquistata la libertà. "Ma cosa diavolo possiamo inventare adesso?"

"Una volta" suggerì Fridolf, "il capitano e Pippi usavano fare a chi era il più forte. Di solito era uno spettacolo divertentissimo".

"Non sarebbe una cattiva idea" disse il capitano Calzelunghe, "ma il male é che mia figlia sta diventando più forte di me".

Tommy s'era trovato intanto proprio vicino a Pippi.

"Pippi" le sussurrò, "temevo che tu ti infilassi nel nostro nascondiglio della quercia, mentre stavamo giocando a "Segui Giovanni". Voglio infatti che nessuno lo venga mai a scoprire, anche se non dobbiamo andarci più".

"Stai tranquillo" lo rassicurò Pippi: "quello rimarrà il nostro segreto".

Suo padre aveva intanto scovato chissà dove una stanga di ferro, e l'aveva piegata in due proprio come se fosse stata di cera. Pippi ne prese un'altra e fece altrettanto.

"Sai cosa ti dico: di tali prodezze da bambini mi dilettavo quand'ero in culla" disse Pippi. "Così, giusto per passare il tempo".

Allora il capitano Calzelunghe scardinò la porta della cucina e poi, quando Fridolf ed altri sette marinai vi furono montati sopra, sollevò la porta con tutti gli uomini e, sempre reggendoli in aria, fece fare loro il giro del prato per ben dieci volte.

Intanto s'era fatto buio, e Pippi accese delle fiaccole che aveva disposte qua e là, illuminando il parco di una luce fatata.

"Pronto?" chiese a suo padre dopo il decimo giro. Il capitano Calzelunghe era prontissimo. Allora Pippi piazzò sulla porta di cucina il cavallo, sul cui dorso saltò Fridolf insieme con altri tre marinai.

Ognuno di essi teneva in braccio due bambini; Fridolf reggeva Tommy ed Annika.

Pippi sollevò quindi la porta della cucina, e la portò intorno al prato per ben venticinque volte: uno spettacolo veramente suggestivo, al lume delle fiaccole.

"Se devo dire la verità, bambina mia, sei più forte di me" ammise il capitano Calzelunghe.

Terminate queste esibizioni, tutti si misero a sedere nel prato; Fridolf suonò la fisarmonica, mentre gli altri uomini cantavano le più belle canzoni marinare e i bambini ballavano al suono della musica.

Pippi, con due fiaccole in pugno, danzò più selvaggiamente di tutti.

E la festa finì con fuochi d'artificio: Pippi accese tanti razzi e girandole da incendiare il cielo.

Seduta in un angolo della veranda, Annika guardava. Tutto era così bello, così stupendo! Le rose rosse non si vedevano, ma si sentiva il loro profumo nell'oscurità. Sarebbe stato così bello, se... se...

Era come se una morsa gelida stringesse il cuore di Annika: domani che cosa sarebbe stato, domani? E durante le vacanze? E sempre? Non ci sarebbe stata più alcuna Pippi, a Villa Villacolle. Nessun Signor Nilsson. Nessun cavallo nella veranda. Più nessuna cavalcata, nessuna gita con Pippi, nessuna piacevole serata nella cucina di Villa Villacolle, nessun albero nel quale crescessero gazzose. Sì, l'albero naturalmente sarebbe rimasto, ma Annika aveva la ferma convinzione che non vi sarebbero più cresciute gazzose, una volta partita Pippi. Che cosa avrebbero fatto Tommy e lei il giorno dopo? Certamente giocato a croquet. Annika sospirò.

La festa era finita: i bambini stavano salutando e ringraziando. Il capitano Calzelunghe se ne andò con i marinai sulla Saltamatta. Anche Pippi poteva andare con loro, disse; ma Pippi voleva passare l'ultima notte a Villa Villacolle.

"Domani, alle dieci in punto, si leva l'ancora! Non scordartene!" gridò il capitano Calzelunghe, andandosene.

Ormai non rimanevano che Pippi, Tommy ed Annika. Si sedettero sui gradini della veranda e rimasero così, nell'oscurità, in silenzio.

"Potrete sempre venir qui a giocare" disse Pippi, alla fine. "Lasce rò la chiave appesa ad un chiodo accanto alla porta, e potrete anche prendere tutto quello che si trova nei cassetti del comò. Se poi sistemerò una scala a pioli nella quercia, potrete scendervi da soli, solo che non vi cresceranno molte gazzose, temo, perché questa non é la stagione adatta".

 "No, Pippi" disse Tommy seriamente, "non torneremo mai più qui".

 "No, mai più, mai più!" esclamò Annika. E pensò che d'ora in poi avrebbe sempre chiuso gli occhi passando davanti a Villa Villacolle.

Villa Villacolle senza Pippi'!

Annika provò di nuovo quella gelida stretta al cuore.

 

14. Pippi s'imbarca

 

Pippi chiuse coscienziosamente, a due mandate, la porta di Villa Villacolle, e appese la chiave a un chiodo lì accanto.

Poi sollevò il cavallo dalla veranda, per l'ultima volta! Il Signor Nilsson le si era già seduto sulla spalla con un certo sussiego: capiva benissimo che stava per succedere qualcosa d'eccezionale. "Beh, mi sembra che non ci sia altro da fare" disse Pippi infine. Tommy ed Annika annuirono: no, non c'era proprio altro da fare. "Abbiamo ancora un po' di tempo" aggiunse Pippi; "andiamo a piedi, così ci mettiamo di più"

Di nuovo Tommy ed Annika annuirono, senza dir parola. Così iniziarono la loro ultima passeggiata verso la città, verso il porto, verso la Saltamatta, mentre il cavallo andava tristemente al passo.

Pippi si volse e gettò ancora un'occhiata a Villa Villacolle.  "Una casa in gamba, quella" disse. "Senza pulci, e confortevole sotto ogni aspetto; certo non si potrà dire altrettanto della capanna di fango in cui abiterò fra i negri". Tommy ed Annika non fecero alcun commento.

"Se poi fossi subissata dalle pulci nella mia capanna di fango", proseguì Pippi, "potrei addomesticarle e tenerle in una scatola da sigari, e poi giocare con loro ai Quattro Cantoni, di sera. Legherò loro dei nastrini alle zampe, e le due pulci più fedeli e devote le chiamerò Tommy ed Annika e le farò dormire con me nel mio stesso letto".

Ma nemmeno questo riuscì a rendere Tommy ed Annika più loquaci.

"Che cosa avete dunque?" esclamò Pippi, irritata. "E pericoloso, sapete, starsene zitti troppo a lungo: la lingua si secca, se non la si adopera. Conobbi una volta un fabbricante di stufe, a Calcutta, che non faceva altro che starsene zitto. E finì come doveva finire: un giorno mi doveva dire: Addio, cara Pippi, buon viaggio e grazie per il bel periodo trascorso insieme!, e sapete che cosa successe? Prima torse la faccia in smorfie atroci, perché i cardini della bocca gli si erano talmente arrugginiti, che fu costretto a ungerli con un po' d'olio da macchina; poi, quanto riuscì a dire fu: U bui uie mui! Gli scrutai allora ben bene in bocca e vidi, figuratevi, una lingua ormai ridotta ad una fogliolina appassita! Per tutta la sua vita, quel fabbricante di stufe non riuscì a dire altro che: U bui uie mui! Sarebbe disgustoso, se vi dovesse capitare lo stesso. Sentiamo se siete capaci di dirmi, un po' meglio di quel fabbricante di stufe: Buon viaggio, cara Pippi, e grazie per il bel periodo trascorso insieme! Provate, su, così vediamo".

"Buon viaggio, cara Pippi, e grazie per il bel periodo trascorso insieme!" dissero Tommy ed Annika, obbedienti. "Dio ti ringrazio!" esclamò Pippi. "Mi avete fatto prendere una paura tremenda: se aveste detto invece: U bui uie mui, non avrei proprio saputo dove sbattere la testa". Ed ecco, erano arrivati al porto, e nelle acque del porto si cullava la Saltamatta. Sul ponte il capitano Calzelunghe tuonava i suoi comandi, mentre i marinai si affannavano di qua e di là, nei preparativi per la partenza. Gli abitanti della cittadina stavano radunati al completo sul molo, desiderosi di agitare la mano per l'ultimo saluto, quando l'imbarcazione avesse preso il largo. "Ecco Pippi Calzelunghe! Fate largo a Pippi Calzelunghe!" si gridò da ogni parte, quando la si vide sopraggiungere in compagnia di Tommy ed Annika, del cavallo e del Signor Nilsson. La gente si scostava facendo ala, e Pippi chinava il capo graziosamente, salutando a destra e a sinistra.

Poi sollevò il cavallo e lo portò sulla passerella; la povera bestia lanciava intorno occhiate diffidenti, perché ai cavalli i viaggi per mare non vanno proprio giù. "Eccoti finalmente, bambina mia dilettissima!" esclamò il capitano Calzelunghe, lasciando a metà un ordine per accogliere Pippi. La strinse al petto, e padre e figlia si abbracciarono finché le loro costole cominciarono a scricchiolare. Annika s'era sentita un nodo alla gola per tutta la mattina e, quando vide Pippi sollevare il cavallo a bordo, il nodo le si sciolse: cominciò a piangere appoggiata ad una cassa d'imballaggio sul molo, prima cercando di contenersi, ma poi lasciandosi andare completamente. "Non strillare!" le gridò Tommy, con furia. "Ti rendi ridicola di fronte a tutti!"  Il risultato di questa esortazione fu che Annika proruppe in un vero e proprio torrente di lacrime, mentre le sue spalle erano scosse da violenti singhiozzi. Tommy diede un calcio ad un ciottolo, facendolo rotolare lungo il molo fino in acqua; come avrebbe voluto colpire la Saltamatta, quella maledetta barca che rubava loro Pippi!

In effetti se fosse stato proprio sicuro che nessuno l'avrebbe visto, si sarebbe lasciato andare anche lui a piangere un po'. Ma così si sfogò a colpire con un nuovo calcio un'altra pietra. Ed ecco Pippi scendere la passerella e correre verso Tommy e Annika per stringere le loro mani nelle sue. "Mancano ancora dieci minuti" disse. A udire questo, Annika si stese pancia in giù sulla cassa d'imballaggio e pianse in modo che pareva dovesse scoppiarle il cuore. Tommy non aveva più pietre da prendere a calci, così si limitò a stringere i denti lanciando tutt'intorno uno sguardo assassino. I bambini della piccola città fecero circolo intorno a Pippi e suonarono un ritornello d'addio per lei sulle loro ocarine; un ritornello oltremodo triste e lamentoso.

Annika continuava a piangere tanto da non riuscire quasi più a tenersi ritta. Tommy si ricordò a un tratto di aver scritto una poesia di commiato in onore di Pippi; estrasse dunque un foglio e cominciò a leggere.

Ma era imbarazzante che la voce dovesse tremargli tanto!

"Addio, cara Pippi, tu parti da noi,

ma non ti scordare gli amici tuoi;

amici fedeli avrai sempre in noi

sino alla fine dei giorni tuoi!"

"Perfetto, e tutto in rima!" esclamò Pippi compiaciuta. "L'imparerò a memoria e la reciterò ai Cipcipoidi, di sera, mentre staremo riuniti intorno al falò".I bambini si accalcavano da ogni parte per salutare Pippi; lei allora alzò una mano chiedendo silenzio.  "Ragazzi" disse, "d'ora in poi avrò come compagni di gioco soltanto dei bambini negri; meglio non indagare che giochi inventeremo: forse giocheremo a rincorrerci con dei rinoceronti selvaggi, oppure organizzeremo un incantesimo di serpenti, o cavalcheremo gli elefanti e un'altalena dondolerà tra le palme di cocco all'angolo della casa. Faremo di tutto per passare il tempo il meglio possibile". Pippi riprese fiato e Tommy ed Annika provarono un morso d'invidia per quei bambini che avrebbero giocato in futuro con lei. "Ma" proseguì Pippi, "forse arriverà un giorno, durante il periodo delle piogge, un lungo giorno noioso, perché, anche se é divertente correre in giro tutti nudi sotto la pioggia, non si può far altro che bagnarsi fino all'osso, e basta. Quando dunque l'avremo fatto fino in fondo, forse ci infileremo nella mia capanna di fango, a meno che, si capisce, la pioggia non abbia ridotto in pappa tutta la capanna, perché in tal caso preferiremo farne biscotti di fango. Ma se non s'é ridotta in pappa, allora ci siederemo nella capanna, i bambini negri ed io, e probabilmente i bambini negri mi chiederanno: Pippi, raccontaci qualcosa! Allora io racconterò loro di una cittadina lontana lontana, nella parte opposta del mondo, e dei bambini bianchi che vi abitano. "Non potete nemmeno immaginare che bambini deliziosi vi abitino!" dirò testualmente ai bambini negri. "Sono tutti bianchi, meno i piedi, suonano l'ocarina e soprattuttosanno fare le "mortificazioni". Forse quei piccoli bimbi negri rimarranno malissimo a non saper fare le "mortificazioni", e allora come me la caverò, mio Dio? Beh, alla peggio vuol dire che abbatterò la capanna di fango fino a ridurla in pappa, e ci metteremo ad impastare biscotti di fango e ci seppelliremo nel fango fino al collo. Sarebbe inconcepibile che io non riuscissi a distrarre così la loro attenzione dalle mortificazioni! Allora grazie mille! E addio a tutti!"

Finito il discorso, i bambini si misero a suonare sulle loro ocarine una melodia ancor più triste della precedente. "Pippi, é tempo di salire a bordo!" gridò il capitano Calzelunghe. "Ohimé, sì capitano" disse Pippi. Si volse verso Tommy ed Annika e li guardò a lungo Che strana espressione hanno i suoi occhi, pensò Tommy: del tutto simile a quella che aveva visto negli occhi della mamma una volta che lui, Tommy, era molto, molto ammalato.

Annika stava tutta raggomitolata in un povero mucchietto sopra la cassa d'imballaggio. Pippi la sollevò tra le braccia. "Addio, Annika, addio!" le sussurrò. "Non piangere !"

Annika si appese al collo di Pippi gemendo in maniera straziante.  "Addio, Pippi" singhiozzò. Poi Pippi afferrò la mano di Tommy, la strinse forte e scappò su per la passerella. Un lacrimone rotolò giù per il naso di Tommy; egli strinse i denti, ma non servì: una seconda lacrima seguì la prima. Tommy prese allora Annika per mano, e tutti e due rimasero lì immobili a guardare Pippi; la potevano scorgere sul ponte, ma la vista non é mai tanto chiara, quando davanti agli occhi c'é un velo di lacrime. "Viva Pippi Calzelunghe!" gridava la folla sul molo. "Ritira la passerella, Fridolf!" ordinò il Capitano Calzelunghe. Fridolf eseguì. La Saltamatta era dunque pronta per il suo lungo viaggio verso misteriose e remote regioni della terra, quando... "No, papà Efraim!" esclamò Pippi. "Così non va, non riesco a sopportarlo!"  "Che cos'é che non riesci a sopportare?" chiese il capitano Calzelunghe. "Non riesco a tollerare che anche una sola creatura sulla verde terra di Dio pianga e si disperi per causa mia. E tanto meno se si tratta di Tommy ed Annika. Rimettete la passerella: io resto a Villa Villacolle!"

Il capitano Calzelunghe rimase un attimo in silenzio. "Fai quello che vuoi" disse alla fine: "l'hai sempre fatto". Pippi annuì, d'accordo: "Certo, l'ho sempre fatto" disse tranquillamente.  E di nuovo Pippi e il suo papà si abbracciarono, da farsi scricchiolare le costole. Fu stabilito che il capitano Calzelunghe sarebbe venuto spessissimo a trovare Pippi a Villa Villacolle.  "Sia come sia, papà Efraim" disse Pippi, "ma mi sembra molto meglio per una bambina abitare in una casa vera e propria, che andarsene tanto a spasso per i mari e vivere in una capanna di fango. E tu, cosa ne pensi?"  "Hai ragione, come sempre, figlia mia" disse il capitano Calzelunghe. "E evidente che la tua vita a Villa Villacolle é più organizzata. E questo é assolutamente necessario, per i bambini piccoli". "Proprio così" affermò Pippi: "é assolutamente necessario, per i bambini piccoli, una vita organizzata; specialmente nel caso che se l'organizzino da sé!" Detto ciò, Pippi si accomiatò da tutti i marinai della œSaltamatta. Ma all'ultimo momento  al capitano Calzelunghe venne in mente una cosa.

"Pippi" gridò, "devi prenderti un'altra scorta di monete d'oro.

Piglia questa!"  E le lanciò una nuova valigia di monete d'oro.

Purtroppo, però, la Saltamatta si era già scostata abbastanza dal molo, e la valigia non  giunse a destinazione, ma fece 'plopp' e affondò.

Un mormorio di delusione corse tra la folla. Ma ecco un altro 'plopp': questa volta era Pippi che si tuffava, e che un attimo dopo risaliva con la valigia tra i denti.

Si arrampicò sul molo e si tolse qualche alga che le era rimasta appiccicata dietro l'orecchio.

"Ecco, ora sono di nuovo ricca come un troll!" esclamò. Tommy ed Annika non s'erano ancora ben resi conto di quant'era successo.

Stavano a rimirare a bocca aperta Pippi, il cavallo, il Signor Nilsson, la valigia e la Saltamatta che navigava ormai a vele spiegate fuori dal porto. "Non ti sei... non ti sei imbarcata?" chiese Tommy, dubbioso fino all'ultimo.  "Indovinala, grillo !" disse Pippi, strizzandosi le trecce. Issò quindi Tommy, Annika, la valigia e il Signor Nilsson sul cavallo, per poi salirvi, volteggiando, lei stessa.

"Si torna a Villa Villacolle!" strillò sonoramente. Solo allora Tommy e Annika furono rassicurati; e Tommy se ne rallegrò tanto, che proruppe nella sua canzone prediletta: "Arrivano i nostri a cavallo d'un caval!" Annika aveva pianto tanto, che non riusciva più a fermarsi; così continuava a piagnucolare, ma si trattava di pianterelli di gioia che sarebbero presto cessati. Le braccia di Pippi le circondavano la vita, e la facevano sentire così protetta! Oh, che meraviglia l'esistenza! "Che cosa si fa oggi, Pippi?" chiese Annika quand'ebbe smesso di piagnucolare. "Ma, si potrebbe giocare a croquet, per esempio" disse Pippi. "Sì, sì!" approvò Annika: sapeva che persino il croquet sarebbe stato tutt'un altro gioco, ora che Pippi era di nuovo con loro. "Oppure anche a..." riprese Pippi, divertendosi a tener sospesa l'attenzione dei suoi ascoltatori. Tutti i bambini della piccola città s'erano infatti stretti intorno al cavallo, per ascoltare ciò che Pippi avrebbe detto.  "Oppure anche..." disse, "potremmo scendere al ruscello ed esercitarci a camminare sull'acqua".  "Non é possibile camminare sull'acqua" ribatté Tommy.

"Non é affatto impossibile disse Pippi "a Cuba incontrai una volta un falegname che..." Ma qui il cavallo partì al galoppo, e i bambin; che gli si erano stretti intorno non poterono udire il seguito della storiella, però indugiarono a lungo a guardare Pippi e il suo cavallo che galoppavano verso Villa Villacolle.

Presto non furono più che un puntolino, laggiù in fondo. E, infine, scomparvero.

 

15. Pippi trova uno "spunk"

 

Una mattina Tommy ed Annika irruppero correndo, come il solito, nella cucina di Pippi e le augurarono il buongiorno. Ma non ottennero risposta: Pippi sedeva sul tavolo di cucina con il Signor Nilsson in grembo, e un sorriso rapito le aleggiava sulle labbra.

"Buongiorno !" ripeterono Tommy ed Annika.

"E pensare" disse Pippi con aria sognante, "pensare che sono stata proprio io ad inventarla, io e nessun altro!"

"Che cos'hai inventato?" s'informarono Tommy ed Annika. Che Pippi avesse inventato qualcosa non li stupiva affatto, dato che lo faceva di continuo, ma desideravano sapere di che cosa si trattasse questa volta.

"Che cosa sei andata a scovare?"

"Una parola nuova" rispose Pippi, e guardò Tommy ed Annika come se li vedesse soltanto allora. "Una parola davvero nuova di zecca".

"Che parola?" chiese Tommy.

"Una parola sensazionale" disse Pippi, "una delle migliori che abbia mai udito".

"Diccela" propose Annika.

 "Spunk!" disse Pippi, trionfante.

"Spunk?" ripeté Tommy. "Che cosa significa?"

"Se soltanto lo sapessi!" esclamò Pippi. "Di una sola cosa sono certa: che non significa aspirapolvere".

Tommy ed Annika ci meditarono su un pezzo. Alla fine Annika disse:

"Ma se non ne conosci il significato, é una parola che non ti serve!".

"E proprio questo che mi tormenta!" esclamò Pippi.

"Ma veramente, chi é che da principio ha inventato i vari significati delle parole?" meditò Tommy.

"Ma, un gruppo di professori barbosi" rispose Pippi.

"E bisogna riconoscere che la gente é proprio strana: pensa un po' che parole ti vanno ad inventare! '"Tinozza", "tassello", "fune" e suoni del genere, che nessuno riesce a capire dove siano andati a pescarli; ma "spunk", ch'é davvero un'ottima parola, tutti se ne infischiano d'andare ad inventarla. Per fortuna mi ci sono imbattuta io! E intendo andare fino in fondo nella ricerca del suo significato!"

Restò alquanto soprappensiero.

"Spunk! Mi domando se non possa significare la punta di un'asta portabandiera dipinta di viola" si chiese incerta.

"Non esistono aste portabandiera dipinte di viola" le fece notare Annika.

"Hai ragione, allora non so proprio che cosa pensare! Che non si tratti del rumore che si produce quando si cammina nella mota e il fango schizza fra le dita dei piedi?

Vediamo se va bene: Annika sgambettò nella mota, e allora si udì un fantastico "spunk".

Scosse il capo.

"No, non va: Allora si udì un fantastico "ciaff", si direbbe.

Si grattò la testa.

"La storia diventa sempre più misteriosa; ma di qualsiasi cosa si tratti voglio arrivare a scoprirla!

Forse é qualcosa che si può comperare nei 'negonzi'; venite, che andiamo a chiedere!"

Tommy ed Annika trovarono ch'era un'idea ragionevole, e Pippi corse alla sua valigia di monete d'oro.

"Questo "spunk" disse "ha tutta l'aria d'essere un articolo caro; é più prudente che mi porti dietro una moneta d'oro".

La prese e andò a tirar giù dalla veranda il cavallo, mentre il Signor Nilsson le era saltato come al solito sulla spalla.

"Non c'é un minuto da perdere" disse a Tommy e ad Annika: "andiamo a cavallo, altrimenti possiamo arrivare, e trovare che tutti gli "spunk" sono esauriti. Non mi stupirei se il sindaco avesse già comprato l'ultimo".

Quando il cavallo prese ad attraversare al galoppo le vie della cittadina con Pippi, Tommy ed Annika in sella, i suoi zoccoli fecero un tale chiasso, battendo sul selciato, che i bambini della città l'udirono e arrivarono di corsa, tutti felici, perché volevano un gran bene a Pippi.

"Dove vai, Pippi?" strillarono.

"Vado a comperare dello "spunk" rispose Pippi, frenando per un attimo il cavallo.

I bambini le si strinsero intorno, perplessi.

"E qualcosa di buono?" chiese un ragazzino.

"E come!" esclamò Pippi. " squisito! O almeno così si direbbe dal suono".

Smontò da cavallo di fronte ad una pasticceria, aiutò Tommy ed Annika a scendere, e tutti e tre entrarono.

"Vorrei un pacchetto di "spunk" disse Pippi, "ma che sia croccante".

"Spunk." mormorò, aggrottando la fronte, la graziosa commessa dietro il banco. "Direi che non ne abbiamo".

"Ma sì, dovete averne" brontolò Pippi contrariata: "tutti i "negonzi" ben forniti ne tengono".

"Certo, ma ne siamo rimasti sprovvisti proprio oggi" si scusò la signorina, che non aveva mai sentito nominare uno "spunk", ma non voleva ammettere che il suo negozio fosse meno fornito degli altri.

"Oh, ma allora ne avevate ieri!" gridò Pippi trionfante. "Mia cara, dimmi un po' com'era fatto: non ho mai visto uno "spunk" in vita mia. E ra forse a righe rosse?"

Ma la signorina disse, arrossendo graziosamente: "Non ho la minima idea di che cosa sia. E, in ogni modo, non ne abbiamo".

Delusissima, Pippi uscì.

"Sono decisa a continuare nelle mie ricerche" disse: "senza œspunk non ritorno a casa".

Nel negozio seguente si vendevano articoli casalinghi; il commesso si inchinò ai bambini con fare cortese:

"Vorrei acquistare uno "spunk" gli disse Pippi, "ma della migliore qualità: resistente, da ammazzare un leone".

Il commesso prese un'aria furbesca.

"Vediamo un po'" disse, grattandosi un orecchio, "vediamo un po'".

E porse a Pippi un piccolo rastrello di ferro. "Le va, questo?" chiese.

Pippi gli lanciò uno sguardo indignato.

"Questo" protestò, "é ciò che i professori chiamerebbero 'rastrello'. Ma si dà il caso che io desiderassi uno "spunk", e tu non cercare di imbrogliare un'innocente bambinella!"

Allora il commesso rise e disse:

"Non abbiamo nulla che si chiami come tu dici; prova alla merceria all'angolo".

"Merceria!" borbottò Pippi, appena fu in strada. "Lì non c'é, di sicuro!"

Un'espressione desolata indugiò sul suo visetto, ma alla fine esso si illuminò.

"Sta a vedere che alla fine risulta che lo "spunk" é una malattia!" disse. ."Andiamo a domandarlo al dottore".

Annika sapeva dove stava il dottore, perché c'era stata una volta per essere vaccinata.

Pippi suonò il campanello e un'infermiera venne ad aprire.

"C'é il dottore?" chiese Pippi.

"Si tratta di un caso grave: una malattia pericolosissima".

"Per di qua, prego" disse l'infermiera.

Quando i bambini entrarono, il dottore stava seduto alla scrivania.

Pippi andò direttamente da lui, chiuse gli occhi e tirò fuori la lingua.

"Cosa c'é che non va?" domandò il dottore.

Pippi riapri limpidi occhi azzurri e ritirò la lingua.

"Temo di essermi buscata uno "spunk" disse. "Sento un formicolio in tutto il corpo, gli occhi mi si chiudono del tutto quando dormo, qualche volta mi viene il singhiozzo. Domenica, poi, non mi sono sentita perfettamente a posto dopo aver mangiato un piatto di lucido da scarpe col latte. Ho un appetito formidabile, ma qualche volta il boccone proprio non mi va giù, e allora non c'é nulla da fare. Deve trattarsi proprio di "spunk"! Soltanto dimmi... E’contagioso?"

Data un'occhiata al faccino fiorente di Pippi, il dottore disse:

"Penso che tu stia molto meglio della maggior parte della gente; sono proprio sicuro che tu non abbia lo "spunk".

Pippi lo afferrò per un braccio tutta eccitata.

"Allora esiste una malattia di questo nome?" chiese.

"No" disse il dottore, "non esiste. Ma se anche esistesse, non saresti certo tu a prenderla".

Questa dichiarazione diede a Pippi un nuovo dolore. Fece una profonda riverenza per salutare il dottore, imitata da Annika; Tommy si inchinò. Poi si diressero verso il cavallo, che attendeva legato allo steccato del giardino del dottore.

Non lontana sorgeva un'alta casa a tre piani, con una finestra dell'ultimo piano spalancata. Pippi indicò la finestra aperta e disse:

"Non mi stupirei affatto se venissi a sapere che lo "spunk" si trova lì dentro. Vado a darci un'occhiata".

E, svelta svelta, si arrampicò per la grondaia. Arrivata all'altezza della finestra, prese lo slancio e andò ad aggrapparsi al cornicione, issandosi di qui sul davanzale. E s'affacciò.

Nella stanza stavano sedute due signore a chiacchierare, immaginate quale fu il loro spavento quando videro improvvisamente spuntare dal davanzale una testa rossa, e udirono una vocetta domandare: "C'é forse uno "spunk", qui dentro?" Le due signore lanciarono acutissimi strilli di terrore.

"Per amor di Dio, che cosa dici mai, bambina?! Si tratta di qualcuno ch'é scappato?!"

"E esattamente quello che vorrei sapere io da voi" disse Pippi con la sua voce più cortese.

"Oh, forse s'é nascosto sotto il letto!" gridò una delle signore.

"Morde?"

"Quasi quasi direi di sì" rispose Pippi. "Dal suono, si direbbe che possiede dei buoni molari".

Le due signore si strinsero l'una all'altra,mentre Pippi scrutava in ogni angolo. Ma alla fine concluse con tristezza:

"No, qui non ci sono nemmeno i baffi di uno "spunk". Perdonate il disturbo! Ma mi era parso fosse il caso di informarmi, dato che mi trovavo a passare di qua".

Si rigirò, e scivolò lungo la grondaia.

"Peccato" disse a Tommy e ad Annika. "Non esiste un solo "spunk" in tutta la città. Torniamocene a casa".

E così fecero. Appena smontati da cavallo davanti alla veranda, poco mancò che Tommy schiacciasse un piccolo coleottero che attraversava il vialetto di sabbia.

"Attenzione alla bestiolina!" gli gridò Pippi.

E tutti e tre si chinarono ad osservarla: era piccina piccina, con le ali verdi che luccicavano come fossero di metallo.

"Una bestiolina così graziosa" disse Annika. "Mi chiedo che cosa sia mai".

"Un calabrone non é" disse Tommy.

"E nemmeno un maggiolino" disse Annika, "e neanche una cetonia. Vorrei proprio sapere che cosa possa essere".

Il volto di Pippi si illuminò d'un sorriso radioso.

"Lo so io" disse: "é uno "spunk".

"Ne sei proprio sicura?" chiese Tommy in tono di dubbio.

"Credi che io non riconosca uno "spunk", quando lo vedo?" disse Pippi. "Hai mai visto in tutta la tua vita qualcosa di più "spunkiano?"

E posò con cautela il coleottero in un più sicuro, dove non corresse il rischio di schiacciato.

"Mio piccolo, dolce "spunk"!" disse teneramente. "Lo sapevo bene che avrei finito per trovarne uno, alla fine. Ma non é buffo essere andati a caccia di uno "spunk" per tutta la città, mentre se ne stava beatamente nel bel mezzo di Villa Villacolle?"

 

continua